Ariccia non tace!!!

IL DIALOGO E L’ACQUA SANTA

Padre Nostro …

Posted by ariccianontace su 5 novembre 2008

Dopo tante battaglie e dopo tanto parlare, argomentare, litigare, condividere comunque, al di là di tutto, le nostre emozioni e le nostre speranze, si sentiva il bisogno di uno spazio dedicato alla preghiera ed alla meditazione.

Qui sarete liberi di aprire il vostro cuore, potrete riportare preghiere, potrete pregare per voi e per gli altri, avrete, insomma, l’opportunità di vivere, insieme ai frequentatori del nostro blog, qualche momento di riflessione, nella speranza che i nostri “incontri virtuali” possano trasformarsi in un’esperienza di amicizia e di comunità.

Inizio io con una splendida versione del Padre Nostro in Aramaico, la lingua di Gesù!

Mi vengono i brividi a pensare che queste parole, dette in questo modo, possano essere uscite, duemila anni fa, dalla bocca di nostro Signore!!!

Nel video, insieme all’audio con la lettura della preghiera, troverete il testo in Italiano ed in Aramaico.

Buona……emozione!!!!

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7 Risposte to “Padre Nostro …”

  1. Mario said

    Bellissima questa versione del Padre Nostro, veramente emozionante, grazie per averla proposta.
    Grazie anche per questo nuovo spazio che, come giustamente avete detto, può rappresentare un utile e necessario momento di riflessione.

  2. la chiesa siamo noi said

    Grazie, per questa opportunità che ci avete donato. Le immagini mi hanno catapultato di nuovo in Terra Santa, in quei luoghi così pieni di Gesù , così impregnati dalla Parola che…… non è possibile dire di più.

  3. Stella said

    E’ un’emozione unica … bella davvero! Quasi non serve leggere il testo, tanto efficacemente la preghiera arriva fino al cuore. Sembra di averla sempre ascoltata …

  4. francesco said

    Mi congratulo con voi per questa nuova sezione.
    Certo avete cominciato con una “cosuccia da niente”…il Padre Nostro.

    Ogni volta che mi fermo a contemplare questo susseguirsi di frasi, apparentemente innocue, sento l’anima esplodere e alcune riflessioni mi tormentano senza sosta:
    • veramente io ho riconosciuto il Dio di Gesù, come Padre mio e del mio prossimo…e quindi Nostro?
    • realmente io ho accolto l’invito di Gesù, non ad ubbidire ad un Dio che premia i buoni e castiga i cattivi, ma ad un Padre che mi invita ad assomigliare a Lui, nel donarsi completamente agli uomini, sulla base dei loro bisogni e non dei loro meriti?

    Ed è infatti per questo che la versione del Padre Nostro, contenuta nel Vangelo di Matteo, seguendo la linea teologica dell’evangelista ( dato che ahimè nulla, nel Vangelo è lasciato al caso), è elaborata dopo la proclamazione da parte di Gesù delle otto Beatitudini.

    Il Padre Nostro, non è una preghiera, ma sotto forma di preghiera è la formula di accettazione delle Beatitudini.

    Il Padre Nostro può essere recitato da tutti, ma nella sua realtà concreta, può essere compreso soltanto da coloro che già praticano le Beatitudini.

    Per chi non accetta e non pratica le Beatitudini, il Padre Nostro è una delle tante filastrocche che vengono recitate, ma che non hanno nessun influsso sull’esistenza dell’uomo.

    Cosa significa allora per noi cristiani accettare le Beatitudini?

    Penso che questa sezione darà a tutti noi, la possibilità di confrontarci e di dare risposta a questo quesito.
    Sarà forse l’occasione per elaborare scelte concrete a favore “dell’uomo”, che coinvolgano questa “Comunità virtuale”, ma non per questo meno reale, di quelle rinchiuse all’interno del tempio.

    Una Comunità profetica, alla quale sento con gioia di appartenere.!!!

    Un abbraccio fraterno.
    Francesco

  5. Antonio Magliacano said

    Caro Francesco, mi sembra molto interessante il discorso della lettura del Padre Nostro alla luce delle Beatitudini.
    Auspicando che si apra un fecondo dibattito sull’argomento, credo possa essere utile riportare il lavoro che io e Francesca abbiamo fatto, in merito alle Beatitudini, nell’ambito della realizzazione delle schede per la preparazione alla prima comunione, schede attualmente utilizzate nella nostra parrocchia.
    Scusate la lunghezza ma credo che l’argomento meriti.

    Un abbraccio a tutti voi.

    LE BEATITUDINI

    Gesù ci insegna come essere “felici”: amando come ha fatto Lui e fidandoci di Dio.
    La prima beatitudine, che è quella fondamentale, ci richiama a riconoscerci “poveri” rispetto a Dio e ad affidarci a Lui.

    TESTI:
    Mt 5, 1-12
    (Lc 6, 20-26)

    Amare Dio e amare gli altri è lo scopo per cui viviamo. Se amiamo siamo felici perché abbiamo raggiunto il nostro scopo. E dunque siamo beati (= felici).

    Se ci affidiamo a Gesù, Lui ci insegna come si ama: certo, ci chiede un radicale cambiamento di vita, ma non ci lascia soli in questa impresa che, con le nostre sole forze, sarebbe impossibile. Affidandoci a Gesù, facciamo entrare Dio nella nostra vita ed Egli ci porta al massimo delle nostre possibilità, solo così riusciremo ad essere “beati”.

    Nel discorso della montagna Gesù ci mostra la strada per entrare nel Regno di Dio (o “dei Cieli”).

    Vedi Matteo capitolo 5 vv. 1-12: Le Beatitudini.

    “Salì sul monte”
    Ancora un monte, come quando, sul Sinai, Mosè ricevette la Legge.
    Gesù, infatti, parte dai comandamenti, ma li porta a compimento, affermando che anche il nostro cuore deve cambiare, non solo i nostri gesti. Il cuore deve essere pieno dell’amore di Dio. Se sapremo amare come Gesù, allora saremo “felici”.

    “Di essi è il regno dei cieli …saranno consolati … erediteranno la terra … “
    Il Regno di Dio che è gioia, pace, vita, appartiene a chi si affida all’amore di Dio, vissuto e predicato da Gesù. La seconda parte di ogni beatitudine non è un elenco di ricompense che Dio concede, ma si tratta di differenti modi di chiamare un solo dono, il dono più grande, cioè l’Amore di Dio, il suo “Regno”. La vera felicità non consiste nei beni posseduti con abbondanza, ma nel vivere con Dio, lasciandosi guidare da Gesù.

    Ci si sofferma sulla prima beatitudine: “Beati i poveri in spirito” .

    E’ importante comprendere la prima beatitudine, perchè è quella fondamentale: tutte le altre ne sono la conseguenza. Nella prima beatitudine sono già comprese tutte le altre e di tutte le altre essa è la condizione, perché va al cuore della persona, al modo di porsi di fronte a Dio e agli uomini.

    Poveri in spirito sono quelli che riconoscono di dipendere interamente da Dio e si rimettono totalmente a Lui.
    Poveri in spirito sono coloro che assumono un atteggiamento opposto all’orgogliosa sufficienza dei farisei che si credono superiori e che pretendono di “salvarsi” mediante l’osservanza minuziosa e dettagliata della Legge (vedi Simone nel brano della “peccatrice”). La salvezza è un dono da accogliere. Non è un compito da assolvere.

    Gesù invita al distacco dai beni terreni, a sgombrare il cuore dalla presunzione, dall’arroganza, dall’orgoglio.
    Allora la “povertà” diventa disponibilità a Dio, fiducia in Lui, affidarsi a Lui.
    Le preoccupazioni materiali non devono mai diventare un ostacolo alla ricerca di Dio, non devono ritardare l’amicizia con Lui. Infatti chi è troppo preso dai bisogni materiali, non può essere mai tranquillo, perché o cerca di avere quello che non ha, o teme di perdere quello che possiede.
    Anche chi è troppo attaccato alle proprie idee o è troppo amante della propria indipendenza, non è povero nello spirito.

    La prima beatitudine corrisponde al primo comandamento della legge di Mosè: Non avrai altro Dio all’infuori di me. Le divinità che si è tentati di adorare sono tante: la ricchezza, il profitto, il successo…. Ma non è possibile conciliare fiducia in Dio e fiducia nella ricchezza (cfr.Mt 6,24 e Lc 16,13 – Dio e mammona …).

    Bisogna comprendere che tutti gli uomini sono “poveri”, in quanto hanno bisogno di Dio.
    Anche Gesù si è fatto “povero”, si è fatto uomo, per condividere questa condizione con noi e per insegnarci l’offerta totale e gratuita di se stesso e il totale abbandono, con fiducia, al Padre.

    Allora, “beati i poveri”, perché, se sono veramente tali, hanno già il regno dei cieli, sono già uniti a Gesù e in lui scoprono, oggi, la bellezza di una vita fondata sull’amore.

    Possiamo dire che le beatitudini sono una sorta di “manuale di istruzioni” che Gesù ci ha regalato perché ognuno di noi funzioni nel modo giusto, possa essere completamente felice e cioè “beato”.

    Vediamo, allora, di comprendere le altre beatitudini che si possono definire come i capitoli del nostro “Manuale di istruzioni per la felicità”.

    Beati gli afflitti

    Chi sono gli “afflitti”?
    Ci viene subito da pensare a delle persone che si preoccupano per i guai che capitano a loro ed agli altri (genitori, fratelli, amici, …), ma, allora, se così fosse, che c’entra la felicità da raggiungere? In che modo questo è un capitolo del nostro famoso manuale?
    In realtà gli afflitti sono coloro che, consapevoli della necessità che Dio sia presente nella nostra vita di tutti i giorni per fare in modo che essa sia meravigliosa, si preoccupano perché il mondo rifiuta il Signore, non lo vuole e pensa solo alle cose materiali.
    Gli afflitti non sono coloro che stanno a piangere per i propri guai, ma sono coloro che lottano perché il Regno di Dio (felicità per tutti) si possa realizzare ora sulla terra.

    Beati i miti

    E’ vero che essere “poveri in spirito” significa riconoscere di dipendere totalmente da Dio, ma questo non basta per “funzionare bene” secondo il “manuale” di Gesù; infatti, sapendo che tutto viene dal Signore, si potrebbe essere tentati di “mettergli fretta”, di “chiedere con impazienza” quello che ci serve, con il risultato di essere sempre delusi e sfiduciati di fronte alle avversità della vita.
    Occorre, quindi, essere “miti”!
    Il mite non “scalpita”, non ha “fretta”, non assilla Dio chiedendo il Suo intervento, ma sa essere paziente, nella consapevolezza che solo il Signore conosce le cose di cui abbiamo bisogno e conosce i tempi in cui questi doni devono essere elargiti.
    Il mite non è un debole ma, al contrario, ha dentro di sé una grande forza d’animo!
    E’ chiaro infine come il mite, rispettando i tempi ed i modi di Dio, sia in grado di rapportarsi agli altri nel rispetto dei loro tempi e dei loro modi.

    Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia

    Qui si parla di aspirare ardentemente (fame e sete) a che si realizzi il progetto che Dio ha per la nostra esistenza.
    Anche la ricerca della giustizia sociale, il rispetto, cioè, dei diritti umani, è contemplata nella quarta beatitudine, ma è questo solo un aspetto di un atteggiamento volto alla realizzazione di una vita conforme a ciò che il Signore vuole che noi siamo: vivere come Suoi figli, diventare perfetti come Lui.
    Questo cammino, questa ricerca, non possono essere intrapresi con le sole nostre forze, perché la giustizia di cui parla Gesù è al di là di tutti gli sforzi umani, anche se l’uomo ha il dovere di impegnarsi con tutto se stesso per raggiungerla.
    L’esempio e l’aiuto a cui dobbiamo fare riferimento è allora lo stesso Gesù: Lui è il “giusto” per eccellenza, perché adempie perfettamente la missione per cui il Padre l’ha mandato nel mondo, la compie, cioè, con amore, con completa dedizione e con il totale sacrificio di sé.

    Beati i misericordiosi

    Il termine ebraico per significare la misericordia, viene da rehem: utero, seno materno; il plurale rahamin indica le “viscere”. Quindi, essere misericordiosi può essere tradotto: essere presi nelle viscere.
    In questo senso, possiamo individuare due modi per mettere in pratica questa beatitudine:

    1. Soccorrere ogni miseria
    Qui si intende tutto ciò che possiamo fare verso il nostro prossimo per essergli di aiuto nella sua angoscia (materiale o spirituale)

    2. Perdonare
    Per comprendere nel modo migliore questo aspetto della beatitudine, ci può illuminare la parabola del servitore spietato (Mt 18, 23-35). Il re, “preso da compassione” gli condona la favolosa somma di 10.000 talenti. Davanti a una stessa angoscia e alla supplica di uno dei suoi compagni, questo servitore graziato esige senza pietà il rimborso immediato della piccola somma di 100 denari. Da qui il rimprovero del re: “Non dovevi anche tu avere misericordia del tuo compagno come io ho avuto misericordia di te?”.
    Il condono dei debiti, in questa parabola, simboleggia il perdono e ci fa comprendere come il perdono verso gli altri provenga dal perdono ricevuto da Dio. L’esperienza del perdono ricevuto da Dio ci rende capaci di perdonare a nostra volta coloro che ci hanno fatto un torto.
    L’accoglienza del perdono di Dio è reale, autentica, “operativa”, solo quando colui che lo riceve gli dà la possibilità di produrre i suoi frutti, perdonando a sua volta.
    Il perdono del Padre è senza misura (10.000), ma ci invita a perdonare secondo le nostre misure umane (100). Possiamo così comprendere meglio anche il senso dell’espressione del Padre Nostro “come noi li rimettiamo ai nostri debitori”, che non è: “come”=“nella stessa misura in cui”, ma piuttosto: “come”=”allo stesso modo in cui”

    Beati i puri di cuore

    Nella Bibbia il cuore è la sede del pensiero, della volontà e dei sentimenti.
    Nei Salmi e nei Profeti si sottolinea come la purezza non sia da considerare un atteggiamento esteriore, magari da adottare a livello rituale, ma sia intesa come la ricerca, di fronte a Dio, della rettitudine e dell’onestà nel proprio intimo, cioè nel proprio cuore.
    Gesù ci dice che il male nasce dentro di noi, dalla nostra volontà di compierlo, prima ancora che venga esteriormente manifestato verso gli altri. “… ciò che esce dalla bocca proviene dal cuore. Questo rende immondo l’uomo. Dal cuore, infatti, provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adulteri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie. Queste sono le cose che rendono immondo l’uomo, ma il mangiare senza lavarsi le mani non rende immondo l’uomo” (Mt 15, 18-20)
    Gli scribi ed i farisei sono descritti come l’esatto contrario dei puri di cuore, perché sono falsi, si presentano all’esterno buoni e perfetti, mentre nel loro interno sono falsi e malvagi.
    I puri di cuore sono quindi coloro che rifiutano, nel loro intimo, la malvagità e ricercano invece il bene e la lealtà verso Dio e verso il prossimo; essi sono persone che non fingono, sono persone “autentiche”, perché il loro agire esteriore corrisponde esattamente al loro essere interiore, il loro mostrarsi cristiani, nella vita di tutti i giorni, corrisponde esattamente alla loro continua ricerca di Gesù nel proprio cuore.

    Beati gli operatori di pace

    Nell’Antico Testamento è molto usata la parola “pace” (shalom), che assume diversi significati, ma che può essere definita come una situazione in cui l’uomo (inteso sia come singolo, sia come collettività) abbia tutte le possibilità di crescere materialmente e spiritualmente.

    Il senso della settima beatitudine si può sviluppare in due diverse direzioni:

    1. Gli operatori di pace sono coloro che attivamente si impegnano ed intervengono dove esistono liti e divisioni tra gli uomini. Questo impegno, ovviamente, si può tradurre a tutti i livelli, partendo cioè dall’intervento “attivo” per ricomporre liti personali (in cui siamo direttamente coinvolti o solo spettatori), per arrivare ad operare affinché cessino i conflitti a livello comunitario ed internazionale.

    2. Gli operatori di pace sono coloro che lavorano perché tutti, senza distinzioni (di razza, religione, ecc…), possano vivere, svilupparsi e prosperare nel pieno rispetto della dignità umana. Questa è la “giustizia umana”, che non significa solamente giustizia materiale ed economica, ma piuttosto vuole indicare il diritto per tutti di crescere umanamente e spiritualmente: “Progresso è il nuovo nome della pace” (Paolo VI – Populorum Progressio, 87).

    Riepilogando, dunque, gli operatori di pace sono:
    1. Quelli che fanno fare pace
    2. Quelli che lavorano perché si realizzino le condizioni per vivere in pace.

    Oltre a tutto ciò, Gesù ci fa fare ancora un passo e ci insegna qualcosa di ancora più grande e di rivoluzionario: per essere veramente operatori di pace e per far sì che questa sia reale, duratura ed efficace per la costruzione del regno di Dio è necessario arrivare ad amare persino i propri nemici!
    L’esempio, come al solito, ci viene proprio da Gesù stesso che, con tutta la sua vita, ci indica la strada da seguire per costruire un mondo nuovo che sia degno di essere chiamato Regno di Dio.

    Beati i perseguitati per causa della giustizia

    I perseguitati per causa della giustizia sono coloro che subiscono un qualsiasi tipo di ”persecuzione”, materiale o spirituale (non accettazione, emarginazione, critiche, scherno, ecc …) a causa del loro impegno di vita conforme alla volontà, al “progetto” di Dio.
    Qui va richiamato il significato di “giustizia” (adesione al volere di Dio) visto precedentemente, nel commento alla quarta beatitudine (beati quelli che hanno fame e sete della giustizia). E’ evidente che applicare questa “regola di vita”, non conformandoci al modo di vivere generale del nostro mondo, del nostro ambiente, può farci vivere, in un certo senso, da “perseguitati”.
    Va specificato, tuttavia, che quello che si sottolinea è la fedeltà a Cristo (il “Giusto” per eccellenza), non la persecuzione. Se i discepoli sono perseguitati, la loro felicità non viene dalla persecuzione vista in se stessa, ma dalla causa per cui soffrono, cioè la loro fedeltà a Gesù. E una vita vissuta nella fedeltà a Gesù è in grado di dare una gioia superiore a qualsiasi “persecuzione”.

  6. Enrico pendenza said

    Grazie per questo regalo meraviglioso del Padre Nostro ed anche per la spiegazione scorrevole delle “Beatitudini”.
    Mi piace la definizione del “Manuale d’istruzione” e lo è veramente!
    Basta capirlo.
    Ciao a tutti, un abbraccio.

  7. francesco said

    Maria di Nazareth….nostra sorella nella fede.

    L’8 dicembre la Chiesa ci presenta Maria “immacolata”.
    Ma di chi parliamo? Chi è Maria oggi per noi cristiani?
    Cosa ci dice di Lei il Vangelo?

    La figura di Maria di Nazareth che emerge dal Vangelo, è stata inquinata nei secoli da una pioggia di pseudo-apparizioni.
    Una madonna-giramondo sempre loquacissima ma che, apparendo un po’ qua e un po’ là, affida misteri e segreti a persone d’ogni genere.
    Una madonna sempre pronta a versare lacrime, preferibilmente di sangue.
    Una serie di “madonne” minacciano l’umanità con spaventosi castighi, definendola sempre corrotta, malvagia e miscredente.
    Alla luce limpida del Vangelo, tutto questo non può essere considerato che pura “immondizia” e come tale và gettata via nella “Geenna” senza timori e tentennamenti.
    All’invocazione cultuale di Viva Maria, sostituiamo il grido fraterno “riprendiamoci Maria!”

    Ma quale Maria?

    Maria nostra sorella nella fede!

    E’ questo l’appellativo tanto caro ai Padri della Chiesa e rilanciato da Paolo VI, il grande papa mariano, nel discorso conclusivo del III periodo del Concilio Vaticano II.

    San Cirillo d’Alessandria, a me personaggio finora completamente sconosciuto (beata ignoranza da uomo della strada), era talmente convinto di avere in Maria una sorella nella fede, da chiamare Gesù in un suo scritto , “ nipote”.

    Sorella, perché ce la ritroviamo accanto nel ripercorrere il medesimo percorso di fede che, traducendosi in amore, ci porta alla piena comunione con Dio.

    Un itinerario d’amore e non di guerra.

    Maria, ed il cristiano con lei, non lotta contro veri o ipotetici nemici.

    Gesù non chiede di combattere le tenebre, ma di splendere in mezzo ad esse ( Gv.1,5), di essere “luce del mondo” ( Mt.5,14)
    La luce non combatte, ma splende ( Fil. 2,15).

    L’essere “immacolata” non è quindi una qualità ad uso esclusivo di Maria, ma appartiene a tutti.
    Tutti noi siamo invitati ”ad essere santi ed immacolati per mezzo della carità ( Ef. 1,4-Fil. 2,15).

    La carità, cioè l’amore gratuito che è capace di dirigersi anche verso chi non lo merita, rende anche noi immacolati….come Maria.

    L’invito di Dio a realizzare in pienezza la nostra esistenza, mediante l’Amore concreto per l’altro, di fare esperienza della “ maternità spirituale di Gesù”, collaborando con Lui nel comunicare vita all’umanità, giunge anche a noi perché :

    “ chi compie la volontà di Dio, costui è mia madre..” ( Mc. 3,35).

    Una “annunciazione” che non ci viene proclamata da un pennuto svolazzante, ma che dobbiamo accettare con la stessa sensibilità ed apertura al nuovo di Maria, cogliendo gli inviti che continuamente Dio ci fa attraverso persone, emozioni e situazioni quotidiane della nostra esistenza.

    Un abbraccio fraterno, Francesco.

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