Ariccia non tace!!!

IL DIALOGO E L’ACQUA SANTA

Caso Bregantini: se la ‘ndrangheta è più forte della Chiesa

Posted by ariccianontace su 5 dicembre 2008

Data l’importanza ed il peso che sempre più sta avendo il nostro blog a livello nazionale, da tempo abbiamo deciso di offrire ai nostri lettori argomenti non solo inerenti alla nostra piccola Diocesi di Albano, bensì alla Chiesa Italiana. Proprio in quest’ottica vogliamo sottolineare quanto accaduto l’anno scorso, nella Diocesi di Locri, a colui che tutti oggi definiscono il “Vescovo Anti-mafia”, passato purtroppo quasi inosservato alla maggioranza dei fedeli. Riportiamo il bellissimo articolo tratto dal sito:

http://camminaredomandando.blogspot.com/2007/11/caso-bregantini-se-la-ndrangheta-e-piu.html

<< Promoveatur ut amoveatur. Promuovere per rimuovere ed allontanare. E’ questa la formula che la Chiesa utilizza (non solo la Chiesa certo, ma troppo spesso la Chiesa) per “liberarsi” di alcune sue voci molto illuminate se diventano troppo scomode. Una strategia che la Chiesa ha applicato innumerevoli volte, dall’Italia al Sudamerica, alternandola con l’altro espediente di successo di accettare le formali dimissioni di vescovi e prelati per “sopraggiunti limiti di età”, per congedarli anticipatamente dal loro incarico (si vedano al proposito i casi di Bettazzi o Camara).

Alla luce di questa consuetudine è oggettivamente difficile considerare in una prospettiva diversa da quella della rimozione, l’insperata “promozione” del vescovo di Locri Giancarlo Bregantini alla carica di arcivescovo metropolita di Campobasso (che tra l’altro è dubbia anche come promozione, dato che l’arcidiocesi di Campobasso, per quanto più prestigiosa, ha un bacino di fedeli più piccolo di quella di Locri).
Ma quandanche si volesse trovare una spiegazione differente dall’”amoveatur” – per esempio un desiderio di protezione nei confronti di un personaggio nel mirino delle organizzazioni malavitose – non si può non porsi il problema dei valori simbolici che una tale decisione reca con sè. Non si può cioè non farsi prendere dal sospetto di un cedimento alla logica ricattatoria della mafia, al gioco al rialzo proprio delle cosche.

Trentino d’origine, Giancarlo Bregantini era stato nominato vescovo di Locri nel 1994. E sin da subito aveva dimostrato di che pasta fosse fatto. Malgrado le intimidazioni, per prima cosa aveva fatto distribuire in tutte le parrocchie della diocesi una lista con i nomi dei 263 morti degli ultimi dieci anni. Quindi un libro di preghiere in sfida alla mafia. Ed aveva cominciato, senza mai tirarsi indietro, a tuonare contro gli orrori della ‘ndrangheta e soprattutto – cosa non da poco in certi contesti – a chiamarla con il suo nome. Era arrivato addirittura a chiedere la scomunica per i malavitosi – ma la Chiesa aveva nicchiato, più propensa a utilizzare quest’ultima ratio solo per quelle questioni (bio)etiche che ha scelto come campo privilegiato, quando non unico, del suo intervento nella vita pubblica.
Non lo aveva spaventato neppure l’escalation degli ultimi tempi, l’omicidio Fortugno e il clima di patente impunità e di trasversale collusione. Forse sull’esempio di Libera di Don Ciotti, Bregantini aveva fondato la Cooperativa Vallesviluppare progetti agricoli “virtuosi,” sottratti al controllo delle organizzazioni della ‘ndrangheta . In breve tempo la Cooperativa Valle del Buon amico era diventata la realtà agricola più importante dell’intera Calabria. del Buon Amico con l’intento di riutilizzare le terre confiscate alla criminalità organizzata per Ed era stata fatta prevedibilmente oggetto di intimidazioni ed attacchi di stampo mafioso.
Ma anche in quel caso il coraggioso vescovo di origine trentina non si era tirato indietro ed anzi aveva rincarato la dose contro la criminalità organizzata della regione del Sud italia.
Le associazioni contro la mafia, prima fra tutte “Ammazzateci tutti”, l’associazione che fa a capo ai ragazzi di Locri, l’avevano scelto come guida spirituale e voce autorevole nella lotta alla malavita.
Rumori di un suo trasferimento si erano già avuti in passato, ma erano sembrati privi di fondamento. Fino a che, fulmine a ciel sereno, non è arrivata la notizia del “prestigioso” trasferimento.

L’ovvia domanda che viene ora da porsi è a chi giovi una tale manovra, invisa persino al beneficiario stesso della presunta promozione, che ha anzi affermato di lasciare Locri con dolore.
Soprattutto viene da chiedersi quale sia il segnale che una tale decisione possa lanciare in una terra straziata dal cancro di una malavita annidata in tutti i gangli della vita pubblica. Una terra che vive una crisi politica quasi irreversibile, dominata da trasformismo e da clientelarismo diffusi e che ha più o meno tacitamente e consapevolmente fatto propria la prospettiva “lunardiana” del convivere con la mafia.
In mezzo a tutto questo, la voce di Bregantini era una voce forte che non si accontentava dei borbottii e delle condanne di circostanza dei più. Forse era l’unica voce autorevole nella chiesa che avesse fatto davvero proprio il duro monito lanciato a Palermo contro i mafiosi da Giovanni Paolo II, quasi quindici anni fa, al grido “Convertitevi”. La Chiesa che tutto fagocita e tutto rende inoffensivo, come ai tempi di S.Francesco ed Innocenzo III, sembra già aver vanificato dietro al clamore di tanti “santo subito” anche quella presa di posizione, che tra tante iniziative discutibili del defunto pontefice, era stata invece più che meritoria.

C’è poi un’ulteriore possibile chiave di lettura della vicenda, che viene azzardata in questi giorni dalla prestigiosa agenzia di stampa cattolica “Adista” e che può servire a integrare quella di un semplice cedimento alle minacce della mafia. All’interno di una chiesa sempre più “normalizzata” dall’intervento di Ruini & soci, la voce di Brigantini appariva come una voce difforme e progressista. Pur senza mai esasperare i toni, l’ormai ex-vescovo della Locride si era aperto al dialogo con le realtà critiche nei confronti della Chiesa, aveva preso posizioni esplicite contro la guerra in Iraq ed aveva addirittura firmato, anni fa’, un documento di Pax Christi che chiedeva la smilitarizzazione dei cappellani militari – un po’ come sosteneva Don Lorenzo Milani ormai quarant’anni fa. Inoltre Bregantini aveva più volte affermato che la Chiesa doveva mettere la questione della legalità e dei problemi del Mezzogiorno al centro della propria agenda. Come dire che probabilmente la situazione era da tempo tesa e che forse sola ora si è deciso per un provvedimento che, sotto le vesti di una lusinga, serve a neutralizzare e a circoscrivere l’operato di un personaggio scomodo.

Un piccolo appunto per chiudere: qualche tempo fa era giunta nella Locride una piccola suora, ai più sconosciuta, per collaborare con i progetti di Monsignor Bregantini. Si chiama Carolina Iavazzo ed era stata a lungo il più importante sostegno dell’attività pastorale di Don Pino Puglisi al Brancaccio. Poi consumatasi la tragedia che tutti conosciamo, era rimasta sola e soltanto tempo dopo era riuscita a farsi trasferire nella Locride presso Bregantini e a riannodare, in un altro contesto, i fili di un lavoro interrotto bruscamente da alcune pallottole in una calda giornata di settembre del 1993. Ora, purtroppo, Carolina sarà di nuovo sola e lei – come molti altri in quelle terre – dovranno ricominciare un’altra volta tutto da capo. >>

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2 Risposte to “Caso Bregantini: se la ‘ndrangheta è più forte della Chiesa”

  1. Armando said

    Molto interessante questo articolo!
    Sono assoltamente inquietanti le considerazioni relative al rapporto tra mafia e Chiesa ma è anche inquietante l’ulteriore chiave di lettura che considera Mons. Bregantini, nella migliore delle ipotesi, come “inquilino scomodo” rispetto alla crescente deriva “tradizionalista” di una Chiesa ormai avviata, inesorabilmente, verso un oscuro medio evo.

  2. NOMAFIA said

    Riporto un articolo della professoressa Alessandra Dino.

    (L’Autrice è professore associato di Sociologia giuridica, della devianza e del mutamento sociale presso l’Università degli Studi di Palermo. Studiosa dei fenomeni criminali di tipo mafioso, è componente del comitato scientifico della rivista “Narcomafie” e del comitato di redazione della rivista “Meridiana”. Tra le sue più recenti pubblicazioni: “Mutazioni. Etnografia del mondo di Cosa Nostra” – 2002; “Cosa Nostra tra le mafie del nuovo millennio” – 2003; “For Christ’s Sake. Organised Crime and Religion” – 2003; “La politica, il potere e la polis mafiosa” – 2005; “Il sapere capovolto: Mafia e organizzazione politica del sapere” – 2006; “La violenza tollerata: mafia, poteri, disobbedienza” – 2006; “Pentiti. I collaboratori di giustizia, le istituzioni, l’opinione pubblica” – 2006; “La mafia devota. Chiesa, religione, Cosa Nostra” – 2008)

    MAFIOSI DEVOTI, MINISTRI DELLA CHIESA AMBIGUI

    La gran parte degli appartenenti a Cosa Nostra manifesta apertamente la propria fede in Dio. E diversi esponenti dell’istituzione ecclesiale cattolica si mostrano “simpatetici” con la visione degli “uomini d’onore”

    Da alcuni anni, studiando Cosa Nostra e occupandomi soprattutto della dimensione della quotidianità e dei vissuti, della raccolta delle storie degli uomini e delle donne dell’universo mafioso, ho riscontrato come in ciascuna di esse non manchi il riferimento a una qualche forma di religiosità.

    Talvolta esso si profila in funzione strumentale per attribuire legittimità, sacralità e consenso alle scelte dell’organizzazione o prestigio all’autorità del singolo capo; talaltra, nasconde forme di inquietudine e momenti di crisi che insorgono nella vita dei singoli aderenti al sodalizio criminale; in altre circostanze, ancora, il ricorso ad una comune tradizione religiosa fa da sostrato alla coesione sociale del gruppo, costituendo la trama della memoria sociale, agendo come vera e propria agenzia primaria di produzione di senso.

    Partendo da questo dato, ho provato a studiare con maggiore sistematicità i luoghi e le occasioni in cui l’universo criminale mafioso e il mondo della chiesa trovano singolari punti di contatto. [1] Ho preso le mosse dal dato esperienziale, inquadrandolo entro una prospettiva storico-diacronica e corredandolo dei necessari riferimenti allo scenario politico e giudiziario. Mi sono trovata di fronte situazioni e attori sociali differenti (capimafia, vescovi, frati, killer, parroci e cittadini qualunque), e soprattutto a occasioni istituzionali e informali diverse, nelle quali la linea di confine tra due mondi apparentemente distanti e incompatibili, si assottiglia, diviene tenue o – addirittura – scompare.

    La coerenza degli “uomini d’onore”

    Utilizzando un approccio di tipo qualitativo, mi sono soffermata sulla dimensione simbolica e relazionale, provando a esplorare le forme e gli strumenti attraverso cui la cultura mafiosa attinge al patrimonio valoriale della chiesa, decidendo di prendere le mosse dalla prospettiva dei mafiosi, dalle tecniche di neutralizzazione, dalle giustificazioni addotte per spiegare l’ostentato sentimento religioso posto a fondamento delle loro azioni, e dei loro gesti. Risulta infatti, difficile trovare coerenza nel ragionamento di tanti uomini d’onore che riescono – seppur con qualche esitazione – a conciliare fede e pratica religiosa con la violenza e l’omicidio.

    Singolare, a questo proposito, è la testimonianza di Gaspare Mutolo, uomo d’onore della famiglia di Partanna Mondello, divenuto collaboratore di giustizia nel 1992. L’uomo, che ha confessato una ventina di omicidi, non sembra trovare contraddizione tra la fede in Dio e l’appartenenza a Cosa nostra.

    «Io sono contento quando faccio del bene a qualche persona che sta più male di me. […] Non credo che domani io muoio e vado al Paradiso o all’inferno, no. Ammiro molto i missionari. Infatti era una mia vocazione che io sentivo da bambino. […] Cioè partire, insomma avere questo senso di libertà ed aiutare delle persone che stavano male […]. Guardi, lo ripeto, noi mafiosi siamo credenti, perché […] siamo anche noi fatti di carne e ossa» (Intervista di Rita Mattei, gennaio 1997).

    In questo senso, è interessante anche la riflessione di Francesco Paolo Anzelmo, anch’egli collaboratore di giustizia, che racconta di essere stato costretto a vivere di nascosto la propria esperienza religiosa, recandosi in chiesa dopo ogni omicidio per chiedere perdono a Dio.

    «Io la Domenica me ne andavo a Messa […] Io mi sentivo in colpa per quello che facevo […] La religione che cosa è? Per me, per dire, mi dava… era un conforto che ci trovavo […] Perché io, magari le sembrerà assurdo, ma io dopo un omicidio, per dire, me ne ieva in chiesa e ci ieva a dumannari pirdunu ‘o Signori […], quindi era una cosa che a me mi dava la forza di continuare. Queste cose le facevo per conto mio e non l’ho mai manifestato a nessuno, perché poteva essere interpretato… […] come un segno di debolezza» (Intervista del prof. Girolamo Lo Verso, 2001).

    Ascoltando le parole degli uomini d’onore, ho individuato luoghi e circostanze privilegiate, repertori di azione, spesso attinti da un patrimonio di una memoria sociale condivisa nei quali si manifesta il legame con la religione: i riti, le cerimonie sacre, le forme di iniziazione.

    Una pericolosa consonanza

    Il paradigma adottato, fondato sulla dimensione relazionale e della reciprocità, mi ha condotto anche all’analisi delle posizioni espresse dalla chiesa e dai suoi ministri. Non di rado, nei documenti e nelle testimonianze di alcuni uomini di chiesa ho riscontrato forme di consonanza con le opinioni dei mafiosi sulla fede cattolica, una sorta di simpateticità nel sentire e nel giudicare su vicende attinenti la pratica religiosa.

    Da qui il ruolo ambiguo giocato da una parte della chiesa siciliana nei confronti del fenomeno mafioso. Emblematici sono gli episodi che riguardano elargizioni e donazioni in denaro da parte di capimafia a istituzioni di culto e di assistenza, spesso in occasione di feste e celebrazioni sacre; situazioni nelle quali alcuni ministri della chiesa hanno la responsabilità di aver coltivato pratiche di collateralismo e di compiacente acquiescenza o anche, soltanto, di aver mostrato comprensione verso le ragioni del singolo esponente criminale, senza curarsi del danno che ciò avrebbe procurato all’intera collettività.

    Incomprensibile anche l’indulgenza verso il comportamento in vita dei mafiosi defunti, che in occasione di tanti funerali è stata messa in evidenza dall’officiante, spiegando che «solo la giustizia divina non sbaglia ed a questa nessuno può sottrarsi o raccontare il falso; quella terrena no, può commettere grandi errori» (“la Repubblica”, 3 settembre 1998). Ho provato a immaginare l’effetto che parole di comprensione come queste possono aver prodotto sia dentro l’organizzazione criminale, che presso la più ampia comunità dei fedeli: sfiducia nelle istituzioni e accettazione della presenza mafiosa entro parametri di “normalità”, spesso connessi a dimensioni di convenienza o di contiguità (ideologica, economica, sociale).

    Un Dio a propria immagine e somiglianza

    È divenuto, allora, necessario chiedersi – è un altro versante dell’indagine – che tipo di religiosità e quale modello di divinità sia quello che intende conciliare mafia e Vangelo.

    Provando a seguire le tracce di questo percorso di ricerca, è emerso chiaramente quanto forte venga avvertito il bisogno di un Dio a propria immagine e somiglianza anche tra gli uomini della mafia dei colletti bianchi, quella più evoluta nelle forme della borghesia e dell’imprenditoria criminale: è in questi ambienti – e non soltanto tra la bassa manovalanza mafiosa – che si cerca il conforto di un Dio prono ai desideri e alle aspettative proprie e della propria cerchia di sodali. Un Dio lontano dalla carità, dall’amore, dalla solidarietà, dal sacrificio gratuito; un Dio che si vuole pronto a perdonare, grazie anche alla disponibilità di mediatori condiscendenti o complici, capaci di piegare le ragioni della fede a quelle di una religiosità strumentale, egoista e violenta.

    Da qui, alcune – provvisorie – indicazioni di sintesi. Innanzitutto, è evidente come fin dalle origini, i codici culturali utilizzati dai mafiosi abbiano fatto ricorso alla simbologia religiosa, ancorandosi a una teologia individualistica che rivisita strumentalmente la simbologia e i valori cattolici, scegliendo quelli più prossimi alle proprie finalità e adattandoli ai propri obiettivi. Di contro, la chiesa cattolica si è mostrata sovente disposta a legittimare questa “religione capovolta”, costruita secondo un modello autoritario e intimistico.

    Istituzione religiosa divisa

    Tralasciando il dato storico e analizzando oggi le posizioni ufficiali della Chiesa cattolica e le singole opinioni dei suoi esponenti, il dato più evidente è la mancanza di unitarietà; vi è un panorama frastagliato, sintomo di una istituzione religiosa divisa, in cui si contrappongono numerose anime e si generano non poche contraddizioni. Dentro questo scenario, numerosi ministri del culto hanno coltivato la visione di un Dio condiscendente verso il potere mafioso, adorato presso improvvisate cappelle costruite nei covi dei latitanti; un Dio con cui si può individualmente negoziare la salvezza della propria anima, senza dover passare attraverso un percorso di redenzione socialmente condiviso.

    In numerosi incontri con esponenti del clero siciliano, mi è capitato di registrare grande attenzione per le vicende personali dei singoli, piuttosto che per la dimensione civica della socialità, talvolta al punto da giustificare il peso di comportamenti illegali. Analogamente, ho spesso riscontrato un atteggiamento polemico nei confronti delle istituzioni statali e di alcuni strumenti di lotta al crimine organizzato. In specifiche circostanze (rapporti con i collaboratori di giustizia, assistenza spirituale ai latitanti) si sono fronteggiate le ragioni della magistratura da una parte, e quelle di una gerarchia religiosa che rivendicava piena autonomia di giudizio e di azione, sulla soglia di comportamenti al limite dell’illecito penale.

    Un impegno di pochi

    Se, dunque, l’ipotesi da cui sono partita possiede una qualche legittimità, è solo interrompendo il processo di reciproca consonanza che trova spazio in tante parrocchie e in tante sagrestie, che si potrà concretamente dimostrare che la mafia non può convivere con la religione. La chiesa cattolica nel suo insieme deve prendere atto del fatto che il sistema di potere mafioso trae la sua forza proprio dai legami e dalle legittimazioni che gli provengono dalle istituzioni (quelle politiche, in primo luogo, ma anche quelle religiose).

    È accaduto, infatti, non di rado che quando la posizione ufficiale della Chiesa cattolica e delle sue gerarchie in tema di resistenza alla violenza mafiosa si è fatta più chiara e intransigente, l’organizzazione criminale abbia risposto con le bombe e col martirio di sacerdoti, uccisi per aver adempiuto con rigore alla loro missione pastorale.

    La mutata sensibilità della chiesa cattolica di questi ultimi anni, il lento ma concreto processo di elaborazione di una pastorale attenta alle ragioni della legalità che sembra aver preso corpo dopo le stragi mafiose e dopo l’assassinio di padre Puglisi, rischiano oggi di entrare nuovamente in crisi. Scarsa e occasionale è tornata ad essere l’attenzione verso fenomeni di corruzione o di connivenza delle istituzioni con le organizzazioni mafiose. Né sono frequenti prese di posizione intransigenti e forti, nei riguardi degli intrecci illegali tra poteri economici, politici e professionali. Accade perfino che quando singole e coraggiose iniziative personali balzano alla luce della cronaca, in troppi e non sempre meritevoli corrano a godere del plauso generale che tali iniziative riscuotono. Cosa sarebbe della missione evangelica della chiesa in Sicilia, senza esempi e iniziative importanti come quelli offerti da don Luigi Ciotti, che con l’associazione Libera e i suoi progetti di recupero e utilizzo a fini sociali dei beni confiscati alle mafie, ha offerto in maniera concreta nuove opportunità di vita e impegno a tanti giovani delle regioni meridionali. Nelle terre di mafia, l’impegno di don Ciotti e dei suoi ragazzi ha rappresentato un esempio di ribellione alla mafia di portata eversiva. La presenza delle cooperative di Libera non è passata inosservata, e le aziende giovanili sono state ripetutamente oggetto di attentati e intimidazioni.

    E cosa dove sarebbe, oggi, la speranza di una chiesa fortemente impegnata sul fronte della legalità, senza l’esempio del vescovo di Piazza Armerina monsignor Michele Pennisi, che nei suoi interventi ha pubblicamente dichiarato di schierarsi a fianco delle associazioni antiracket, decidendo di escludere dalla trattativa privata per i lavori di costruzione di alcune nuove chiese, le aziende che non fossero in regola con la legge. Lo stesso mons. Pennisi, dietro consiglio delle autorità giudiziarie, ha deciso di negare la cerimonia pubblica ai funerali del capomafia gelese Daniele Emmanuello, ucciso il 3 dicembre 2007 nel corso di un conflitto a fuoco con la polizia. Ne sono seguite minacce e lettere d’insulti anonime, e ora mons. Pennisi è costretto a vivere sotto scorta.

    Una responsabilità per la chiesa cattolica

    Sono prese di posizione chiare, segnali univoci che non lasciano spazio ad ambiguità. Se essi diventassero patrimonio comune di tutta la chiesa cattolica, sarebbe difficile alla consorteria mafiosa continuare a utilizzare strumentalmente la simbologia religiosa a sostegno della propria legittimazione, e sarebbe certamente più semplice spezzare quel pericoloso processo di rispecchiamento nei rituali sacri che, nel tempo, ha fornito alle organizzazioni criminali riconoscibilità e rafforzamento della propria identità pubblica.

    Gli esempi e gli uomini, dunque, non mancano. Tuttavia, accade ancora che quando la politica elargisce contributi e consulenze, la chiesa siciliana sembra divenire improvvisamente incapace di far sentire la propria voce, tendendo a ridimensionare il peso della questione mafiosa, circoscrivendola alla sua componente popolare, minimizzando il ruolo dei cosiddetti colletti bianchi.

    Alla luce delle tante nuove conoscenze acquisite sulle complicità e sulle infiltrazioni mafiose nella società civile, penso che le gerarchie religiose abbiano oggi una grande responsabilità: quella di scegliere di diffondere una pastorale di resistenza alla mafia che impone di essere liberi da accordi con i poteri di turno, di rifiutare posti di consulenza, contributi economici, regalie ed elargizioni di pubblico denaro. Magari ricordando anche quanti netti e coraggiosi rifiuti dovette opporre don Pino Puglisi a chi lo blandiva e lo minacciava, prima di morire sull’asfalto di Brancaccio, nella consapevolezza che la fede cristiana non può conciliarsi con il Dio dei mafiosi.

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