Ariccia non tace!!!

IL DIALOGO E L’ACQUA SANTA

Il Vangelo di domenica 25 gennaio 2009

Posted by ariccianontace su 24 gennaio 2009

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Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».
Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono.
Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.

Tace Giovanni, imprigionato dal potere corrotto e arrogante, che teme le sue accuse, la sua predicazione, il seguito che egli sta avendo tra la gente. Si spegne la voce forte e ruvida di Giovanni, profetica ma ancora legata al passato, alla condanna, al digiuno e alla penitenza. Giovanni vede lontano, ma è figlio della sua storia e del suo tempo. Quella storia e quel tempo che, infine, hanno il sopravvento su di lui.

Si spegne la voce di Giovanni ed una voce nuova, incredibilmente nuova, inizia a risuonare in Galilea.
Il tempo è compiuto. Il “krònos”, il semplice tempo umano segnato dallo scorrere delle ore e dei giorni, diventa “kairòs”, tempo di vita piena, tempo per realizzare il destino dell’uomo come Dio lo ha pensato da sempre. Tempo per “essere” e non più solo per “fare”. Tempo per ricevere la più bella delle notizie: quella di un Dio che è Amore, solo Amore infinito e che non vuole altro che poterci amare, così come siamo, indipendentemente dai nostri meriti. Ecco, dice Gesù, l’Amore è vicino, è qui e vi cerca, vi chiama. E’ una notizia straordinaria, fantastica. Credeteci!
Non si può meritare un amore così. Non serve il digiuno, non serve la penitenza, non servono le mille regole e leggi.
E’ tutto gratis. E’ tutta grazia.
E la vita cambia. Non può non cambiare. Ecco la conversione, la risposta alla chiamata d’amore.

Gesù va in Galilea per iniziare il suo percorso tra gli uomini. La Galilea, regione periferica, lontano dai centri del potere politico e religioso, è il luogo della quotidianità, della vita di ogni giorno, delle giornate fatte di lavoro e di relazioni familiari. Il luogo del sudore e della fatica di vivere, ma anche delle piccole soddisfazioni per una pesca andata bene, per un progetto realizzato, e dell’attenzione alle reti, sistemate con cura e con amore. E’ il luogo dell’uomo.
Proprio lì Gesù va a dare la sua bella notizia. Non nel tempio. Non nel palazzo reale. Lì, sulle rive del lago, in mezzo a pescatori semplici e ignoranti, così terribilmente “umani”.

“Venite dietro a me”. Non “seguite la mia dottrina” , ma “venite dietro a me”, fidatevi e tutto sarà diverso. Gesù non sta parlando a dei disperati, si tratta di gente che ha un lavoro, ha di che vivere, possiede dei beni (le reti, la barca), eppure, essi “subito”, lasciano tutto e lo seguono.
Incredibile e meraviglioso.
Dopo l’incontro con Gesù niente resta com’era, è impossibile continuare a fare la vita di prima, dare valore alle stesse cose, avere le stesse priorità. Cambia il centro della nostra esistenza, anzi, più esattamente, la nostra esistenza trova il suo centro, si illumina di una luce nuova, respira nuovi orizzonti.
E’ un’avventura bellissima, è l’avventura più entusiasmate, ma non si può vivere da soli.
Gesù chiama i discepoli a due a due. Coppie di fratelli. La chiamata avviene nella relazione con l’altro, il Regno di Dio non è per i solitari, gli individualisti, il fratello è il mio compagno di strada, è la mia guida e il mio sostegno, come io lo sono per lui. Il fratello è l’altro (umano) in cui posso vedere e amare il volto dell’Altro (divino). Il fratello è colui che mi corregge e mi impedisce di isolarmi in una costruzione mentale personale, di chiudermi in una religione autoreferenziale la cui conseguenza sarebbe l’inesorabile e drammatico passaggio da “Dio” a “io”.
L’avventura inizia dunque, insieme, nell’orizzonte quotidiano di Galilea, lo stesso dove Gesù precederà e attenderà i discepoli dopo la sua risurrezione, perché anche quell’esperienza dovrà essere riletta nella sfera dell’umanità e della ferialità.

In fondo la proposta di Gesù è tanto semplice quanto disarmante: non ci chiede di compiere atti clamorosi, ma solo di vivere i nostri giorni umani lasciandoli inondare dall’amore di Dio e lasciando che esso fluisca tra di noi, trasformando le nostre reti da pesca in un’unica rete d’amore, che consenta ad altri uomini di essere “pescati” e portati all’incontro con Gesù.
E’ l’annuncio del Vangelo.

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2 Risposte to “Il Vangelo di domenica 25 gennaio 2009”

  1. Pasquale said

    Quanto sono vere queste parole!!!
    Io per primo le ho sperimentate nella mia vita! ho ascoltato quel Cristo che mi dice ” Ti farò pescatore di uomini”, renderò la TUA vita piena!
    Io l’ho seguito, io l’ho Visto..E lui in me continua a mantenere le promesse!
    Per questo forse ho la forza di annunciarlo, perchè il mio non è un PARLARE di RELIGIONE ( come spesso i cristiani fanno) il mio è UN TESTIMONIARE QUELL’AMORE, che non prevede regole o schemi, gerarchie e dogmi..Quell’amore non ha bisogno di tutto questo, quell’Amore è TUTTO!

    Posso solo dire: SE IL SIGNORE USA UNO COME ME PER ANNUNCIARSI, UNO CHE DI DIFETTI NE HA DAVVERO TANTI E TROPPI FORSE, SE IL SIGNORE HA SCELTO DI BUSSARE AD UNA PORTA COME LA MIA…Allora…a te che leggi dico..: NON AVER PAURA! IL SIGNORE SA PRENDERE CIO’ CHE DI BELLO C’E’ IN TE ( ANCHE SE MOLTO SPESSO, COME NEL MIO CASO, E’ DAVVERO POCO!) E LO TRASFORMA IN AMORE, NULLA, NIENT’ALTRO CHE RIFLESSO DEL SUO AMORE INCONDIZIONATO!

    LASCIAMOCI AMARE..E AMEREMO
    LASCIAMO CRISTO ENTRARE IN NOI… E SOLO ALLORA SAREMO TESTIMONI
    LASCIAMOCI…E LUI CI PRENDERA’ IN BRACCIO

    GRAZIE ALLO STAFF PER IL BELLISSIMO SERVIZIO CHE FATE ALLA PAROLA DI DIO

  2. Salvatore said

    Lo stesso episodio della settimana scorsa, la chiamata dei primi discepoli, vista da una diversa angolazione. E’ ovvio che se ci si ferma ad una mera ricostruzione dei fatti, non è possibile non notare delle differenze, se non addirittura delle contraddizioni fra le due narrazioni. Per esempio in Giovanni viene detto solo il nome di uno dei primi due discepoli e cioè Andrea. Simone (= Pietro = Cefa) viene chiamato solo successivamente, dai primi due. Inoltre, nel racconto di Giovanni questi primi due sono presentati come seguaci di Giovanni (il Battista) e cioè come delle persone che sembrano già un bel pezzo avanti in un cammino di ricerca spirituale. Invece Marco, il più antico dei vangeli (presumibilmente la fonte di ispirazione degli altri) tiene a sottolineare la quotidianità dell’evento, insistendo sulla circostanza che i due erano indaffarati nel loro lavoro quotidiano. Ne specifica, a scanso di equivoci, l’effettiva professione: pescatori. E’ difficile non notare poi che in Marco il tutto avviene solo dopo che Giovanni fu arrestato: come dunque avrebbe potuto costui indicare (materialmente!) Cristo ai primi due discepoli? Dov’è la verità, visto che tutti e quattro i vangeli sono, per l’appunto, canonici? Io credo che l’unico modo legittimo per conciliare le differenti narrazioni, sia nel ricercare il valore simbolico delle stesse e cioè i differenti accenti che i vari autori intendevano porre rivolgendosi alle differenti comunità cristiane che si riconoscevano nell’uno o nell’altro vangelo.

    In quest’ottica Giovanni sembra volerci dire (almeno) che:
    • La via del Signore ci è sempre inizialmente indicata da qualcun altro: Giovanni, verso Andrea e lo sconosciuto, e successivamente Andrea, verso suo fratello Simone
    • Che il passo successivo tocca a noi: “E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù.”
    • Che l’intera narrazione, la buona notizia, è di fatto e fin dall’inizio rivolta proprio a noi: per Giovanni, così come Cristo è fin dall’inizio presso Dio, così Cristo è fin dall’inizio presso di noi!

    Credo infatti sia questo il valore simbolico del tacere il nome del secondo fra i primi discepoli, pur insistendo su altri dettagli apparentemente meno importanti: erano le quattro del pomeriggio (!?). Il nome dello sconosciuto è dunque quello di ciascuno di noi. Uno schema che è utilizzato anche da Luca nell’episodio dei due discepoli di Emmaus, anche qui lo stesso numero ed anche qui viene indicato un solo nome: “…uno di loro, di nome Clèopa…” . In Luca, tuttavia, l’espediente narrativo viene usato alla fine e non all’inizio del vangelo. Questo è per altro un tratto distintivo del vangelo di Giovanni: non c’è alcuna scoperta progressiva dell’identità di Cristo, sappiamo da subito qual è la verità!

    Seguendo questa linea, quale può dunque essere il significato simbolico che sta dietro alla narrazione di Marco? Abbiamo già osservato l’insistere sulla quotidianità dell’evento. Questo sembra volerci rassicurare sul fatto che non occorrono grandi opere, organizzazioni o quant’altro per incontrare il Signore. Il Signore viene, di sua volontà. Viene, e fissa su di noi il suo sguardo proprio quando meno ce l’aspettiamo, anche quando siamo occupati a guadagnarci il pane col nostro lavoro, proprio quando, cioè, sembra non esserci molto spazio per la riflessione spirituale e tantomeno per la speculazione teologica. E’ un bel messaggio, veramente una buona notizia: non abbiamo affatto bisogno di aspettare il sabato o la domenica, non abbiamo (assoluta) necessità di andare al “tempio” per incontrare Gesù, perché è il (e nel) nostro essere il tempio privilegiato dove incontrare Dio. Naturalmente ci vengono chieste delle scelte radicali: “E subito lasciarono le reti e lo seguirono”. Queste scelte non sono tuttavia una costrizione, un peso, ma da subito nascono come atto volontario, come espressione della nostra libertà, che nasce dalla nostra voglia di sapere: “Signore dove abiti?” (in Giovanni). Oppure dalla nostra curiosità, che Dio stesso ha stuzzicato: cosa vorrà mai dire con “vi farò diventare pescatori di uomini”? (in Marco). In entrambi i casi, ecco emergere il segno distintivo che Dio ci ha impresso in fronte, quello che ci fa simili (non uguali) a Lui; è quella stessa corda che viene pizzicata: la nostra voglia di conoscere, la nostra inestinguibile sete di sapere. C’è ancora una cosa da osservare a mio (mio!) giudizio. Io non credo che espressioni come: “essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui” vadano prese alla lettera. C’è la tentazione (come la vedo io) a figurarsi i primi seguaci di Gesù come una specie di comunità hippy (tipo Jesus Christ Superstar, per intenderci, che è peraltro un ottimo film). Questa visione è infatti smentita da altri episodi successivi, per esempio la tempesta sedata o la pesca miracolosa, da cui si evince che (perlomeno) alcuni discepoli, pescatori erano e pescatori rimangono. Anche questa è una bella notizia, a mio parere: non è che per essere buoni cristiani dobbiamo tutti per forza farci preti, vestirci di sacco (per citare Giona), lasciare ogni cosa e dedicarci ad una vita ascetica. Ci viene in realtà detto che dopo l’incontro con Gesù le cose, anche (e proprio) le stesse cose di prima, non “possono” né “devono” essere più guardate allo stesso modo. Il lavoro, per esempio, non può più essere il nostro fine, come molto spesso purtroppo ci accade senza che manco ce ne rendiamo ben conto. Non “può” essere perché adesso è Dio il nostro unico fine, non “deve” essere perché adesso sappiamo che questo modo effimero (vanità delle vanità) di interpretare la vita non porta da nessuna parte se non alla schiavitù, alla morte prematura di ciascuno di noi, il che è un, anzi “il”, vero (ed unico) peccato! Credo sia questo il significato delle esortazioni di Paolo nella seconda lettura di questa domenica. Possa il Signore incontrarci lungo la via sulla quale Egli stesso ci ha posto e rimanere, per sempre, al primo posto in mezzo a tutti noi. Amen.

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