Ariccia non tace!!!

IL DIALOGO E L’ACQUA SANTA

Il Vangelo di Domenica 22 febbraio 2009

Posted by ariccianontace su 20 febbraio 2009

paraliticoMc 2,1-12

Gesù entrò di nuovo a Cafàrnao, dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone che non vi era più posto neanche davanti alla porta; ed egli annunciava loro la Parola.
Si recarono da lui portando un paralitico, sorretto da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono la barella su cui era adagiato il paralitico. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Figlio, ti sono perdonati i peccati».
Erano seduti là alcuni scribi e pensavano in cuor loro: «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?». E subito Gesù, conoscendo nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate queste cose nel vostro cuore? Che cosa è più facile: dire al paralitico “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Àlzati, prendi la tua barella e cammina”? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, dico a te – disse al paralitico -: àlzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua».
Quello si alzò e subito prese la sua barella e sotto gli occhi di tutti se ne andò, e tutti si
meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!».

Abbiamo pensato, per questa settimana, di riportare un commento al Vangelo ripreso dalla rubrica “Omelie fuoritempio” di ADISTA.

Il commento ci è sembrato  bello, originale  e coinvolgente, crediamo quindi di fare cosa gradita nel proporlo alla vostra attenzione.

La riflessione è preceduta da un’introduzione che, nella rubrica di cui sopra, viene sempre utilizzata per presentare le “omelie” pubblicate.

  

Anno B – 22 febbraio 2009 – VII Domenica del Tempo Ordinario

Nella navata in penombra,

passi in punta di piedi.

Cercano Cose nascoste

ai dotti e ai sapienti,

ma vuoto è il Sepolcro

del sacro.

E là fuori, oltre il sagrato,

un venticello leggero soffia

sulla vita e le dà la parola.

Parole di donna, parole di uomo. Parola di Dio.

 

Commenti al Vangelo di chi è ‘svestito’: senza paramenti, dottrina e gerarchie, ma non per questo’senza Dio’.

  

Quattro uomini conducevano un paralitico. Non uno o due. Quattro. Si può pensare che, come Zaccheo, il paralitico volesse vedere Gesù. E se Zaccheo non poteva a causa della sua statura ‑ e anche, come per il paralitico, “a causa della moltitudine”‑, in questo caso era impossibile salire su un albero. O su un tetto. Per questo c’era bisogno di quattro uomini. Come sarà successo?

Alcuni giorni prima il paralitico, che si chiamava Raham (che in ebraico significa “amico” e “compassionevole”), aveva sentito parlare nel suo paese, Corazín, di quello che un tal Gesù di Nazareth stava facendo nella regione. Aveva sentito il suo cuore ardere quando gli avevano riferito le parole del profeta Isaia che egli si era attribuito nella sinagoga del suo paese: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore”.

Non aveva potuto non ricordare quando, poco più che bambino, si era unito, insieme a suo padre, alla ribellione di Giuda il Galileo, nel quale in tanti avevano creduto di vedere l’atteso messia. Nell’assalto alla guarnigione romana di Seforis suo padre aveva perso la vita e lui, cadendo da cavallo, si era spezzato la colonna vertebrale. Quattro amici di suo padre, sopravvissuti a quella battaglia, erano riusciti a soccorrerlo e riportarlo al suo paese.

Nei difficili giorni che erano seguiti, insieme al dolore e alla crescente rassegnazione che aveva invaso la sua vita, c’era stata una luce di speranza: in un sogno suo padre gli aveva detto che un giorno sarebbe tornato a camminare, insieme a tutta Israele, quando un messia diverso si fosse presentato a loro non con la forza delle armi ma con quella della parola del Signore. In mezzo a tante cose nuove nella sua vita, Raham non aveva ancora compreso le parole di suo padre nel sogno. E per quanto continuasse a serbarle nel suo cuore, non sapeva che un giorno, 22 anni dopo, le avrebbe comprese per sempre.

“Voglio vederlo”, aveva detto ai suoi amici più intimi. E così si erano uniti i quattro figli di quei quattro amici di suo padre che gli avevano salvato la vita. Un vicino aveva loro fornito un carro per rendere più facile il tragitto. Nel carro avevano posto il lettuccio su cui Raham veniva trasportato le poche volte che usciva di casa.

Dopo il duro cammino verso Cafarnao, non dovettero chiedere dove stava Gesù, perché attorno a una casa si riuniva una moltitudine di gente. La gioia di arrivare alla meta subito si trasformò in frustrazione. Come far passare un paralitico in mezzo a tanta gente? Fu allora che uno dei suoi amici, Safán (che in ebraico significa “prudente”), convinse gli altri e lo stesso Raham a un gesto audace: creare un’apertura sul tetto di giunco e, con l’aiuto delle funi e delle corregge del carro, calare il lettuccio dove era Gesù. In fin dei conti, erano figli di valorosi.

Gesù non poteva non commuoversi per quella che egli vide come una fede immensa, capace di aprire tetti e far volare paralitici. E, sentendo nella sua pelle la ricerca di colui che soffriva, provò compassione fino alle viscere e regalò a Raham il suo massimo tesoro: il perdono dei peccati, il volto del Dio misericordioso che veste i gigli del campo, nutre gli uccelli del cielo e conosce ciò di cui i suoi figli hanno bisogno.

Raham ricordò le parole di suo padre e capì che quella promessa, che era stata la cifra dei suoi giorni, era piccola di fronte a quello che aveva ricevuto. Per questo i suoi occhi si riempirono di lacrime di emozione. Per questo strinse le mani dei suoi amici, sentendo che non gli sarebbero bastati i giorni per ringraziarli. Fu allora, mentre Safán e gli altri iniziavano a studiare come portarlo via da lì e si domandavano ‑ guardando il tetto ‑ cosa avrebbe pensato il proprietario della casa, che Raham ascoltò le parole di Gesù rivolte contro quanti credono che si possa entrare in una casa solo attraverso la porta, ignorando che vi sono tetti, speranza, amici e fede, e che un Dio‑abba‑misericordia che regala ciò che è grande può regalare anche ciò che è piccolo.

Raham prese il suo lettuccio. Tutti gli fecero spazio, a lui e ai suoi amici. Mentre usciva dalla casa ricordò quel lontano giorno, a Seforis. E il sogno con la promessa di suo padre. E ascoltò, sullo sfondo, i commenti della moltitudine: non avevano mai visto niente di simile. Egli neppure: lo aveva solo sognato, con la debolezza che hanno i sogni nella gioventù.

Per la prima volta nella sua vita comprese nel suo cuore ciò che cantava il salmista: “Quelli che seminano tra le lacrime raccoglieranno cantando”.

Mentre sentiva le sue gambe, abbracciò i suoi amici. Vide Israele in piedi. E seppe che il Regno era giunto.

oscarcampana@fibertel.com.ar

 

 

 

 

 


 

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Una Risposta to “Il Vangelo di Domenica 22 febbraio 2009”

  1. salvatore said

    […da Alberto Maggi: i personaggi anonimi del vangelo di Marco] “nella cultura dell’epoca, paralitico è “un cadavere che respira”. Mai nella Bibbia, mai nel Talmud, mai nei formulari di preghiera dell’epoca, si trova una sola preghiera per richiedere la guarigione del paralitico. Perché per il paralitico non c’è guarigione: il paralitico è un cadavere che respira”

    Persino per il lebbroso, ossia il maledetto da Dio, era prevista una possibilità di guarigione ed infatti anche il vangelo di domenica scorsa ci ricorda che esisteva, ben codificato, un rito di purificazione da seguire in questa rara eventualità. Senza questo riferimento alla cultura dell’epoca non si capisce appieno quanto clamoroso sia invece l’atto di fede dei quattro anonimi che trasportano il paralitico. La fede, oltre ogni ragionevolezza, come se, per intenderci, la chiesa avesse avuto il coraggio nei giorni scorsi di chiamare a raccolta, pubblicamente ed esplicitamente, tutto il popolo di Cristo per pregare affinché la nostra sventurata sorella Eluana si fosse miracolosamente alzata da sé dal suo letto. Pensate sarebbe stato ridicolo? Complimenti, siete (anzi siamo, ahimè) in buona compagnia con gli scribi che assistono al miracolo narrato dalla storia. Gli scribi. A tutta prima non si capisce affatto cosa facessero lì. Anzi, Marco ci dice che sono addirittura seduti: in mezzo a tanta folla sorprende, ma in fondo i potenti di ogni epoca sono sempre i primi ad accorrere, a prendere i primi posti in ogni circostanza che richiami un pubblico, per vedere se se ne possa trarre un profitto, oppure per spiare in anticipo quale pericolo possa eventualmente derivarne per la casta. Perdonatemi, ma ancora una volta il pensiero va ad Eluana perché a me sembra che intorno al suo letto ci fossero fin troppi scribi. Mancavano i quattro, purtroppo. Leggo dalla stessa fonte iniziale (provate ad andare sul sito http://www.studibiblici.it) che nel testo originale non viene specificato affatto che i quattro fossero persone, viene semplicemente detto “sorretto da quattro”. Pare non sia casuale: il numero 4 sta qui a simboleggiare i quattro punti cardinali e cioè l’intera umanità. Ed è questa fede collettiva che commuove Gesù, una fede che è capace di passare oltre quella folla che è solo d’ostacolo per andare alla fonte del vero amore, e cioè a Cristo. Fra questa folla gli scribi sono in prima fila, sono loro che si sentono infine scavalcati: non c’è più bisogno di alcun intermediario fra Dio e l’uomo perché è la Fede che, da sola, basta all’uomo. Una fede che mette in moto il mondo (i 4) e che contagia (guarendo!) anche chi non ha la possibilità, ma magari neanche l’intenzione di andare, di mettersi in gioco. Il brano, in fondo, non ci dice proprio nulla riguardo le intenzioni iniziali del paralitico, ci dice invece quello che egli fa non appena ne ha la possibilità: se ne va a casa sua, come Cristo gli ha ordinato. Va, ovviamente, a predicare il vangelo, sotto gli occhi di tutti! Capiamo questo dal fatto che Gesù gli dice di prendere la sua barella, il che sembra non avere alcun senso: che se ne doveva fare ora costui della barella? Eppure l’evangelista insiste su questo punto: presa la sua barella, se ne andò. In un altro episodio Gesù ci ricorda la condizione per seguirlo: prendere sulle spalle la propria croce: difficile essere credibili senza testimoniare, ad un tempo, sia la nostra esperienza della sofferenza, che la gioia ricevuta dall’essere stati guariti dalla madre di tutte le sofferenze, che è l’angoscia della morte. Possa il Signore rinnovare ogni giorno in noi questa speranza, darci la forza di credere possibile un mondo senza potenti, in cui regni solo Amore. Amen.

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