Ariccia non tace!!!

IL DIALOGO E L’ACQUA SANTA

La gioia può essere un ostacolo alla fede?

Posted by ariccianontace su 31 marzo 2009

africa18-03-09  PAPA: A VESCOVI CAMERUN, NELLA MESSA ‘GIOIA’ NON SIA DI OSTACOLO A FEDE  

 

(ASCA) – Roma, 18 mar – Serve più ”dignità” nelle messe della Chiesa africana, perché la ”gioia” che le contraddistingue non rischi di diventare un ostacolo alla fede: e’ stato questo il consiglio rivolto stamane da papa Benedetto XVI ai vescovi camerunensi, durante il suo incontro con l’episcopato del Paese a Yaoundé. ”La liturgia – ha detto il pontefice – occupa un posto importante nella manifestazione della fede delle vostre comunità” e, ha aggiunto, ”di solito queste celebrazioni ecclesiali sono festose e gioiose, esprimendo il fervore dei fedeli, felici di essere insieme, come Chiesa, per lodare il Signore”.

Ma, ha proseguito papa Ratzinger, e’ ”essenziale che la gioia così manifestata non sia un ostacolo ma un mezzo per entrare in dialogo e in comunione con Dio, per mezzo di una effettiva interiorizzazione delle strutture e della parole di cui si compone la liturgia, in modo che essa traduca ciò che succede nel cuore dei credenti, in unione reale con tutti i partecipanti”. ”La dignità delle celebrazioni – ha concluso – , soprattutto quando esse si svolgono con un grande afflusso di partecipanti, ne e’ un segno eloquente”.

Questo argomento trattato dal Papa durante il suo viaggio in Africa non ha ricevuto attenzione dai media, forse perché non è d’impatto immediato come altri (vedi preservativo), o forse perché riguarda un tema, come la liturgia, ritenuto per “addetti ai lavori” …

A noi sembra invece importante segnalarlo e farne oggetto di riflessione.

Chiunque abbia partecipato ad una celebrazione eucaristica in Africa racconta di essere rimasto affascinato e coinvolto dalla vitalità e dall’energia in essa sprigionate. I canti, la musica e le danze, linguaggi profondamente radicati nella cultura africana, manifestano  l’entusiasmo e la gioia dell’incontro con Cristo, rendendo concretamente il senso della parola “eucaristia” (rendimento di grazie, ringraziamento), molto più che in tante celebrazioni nelle nostre chiese, fredde, distaccate, frettolose ed “annoiate” … Forse che queste facilitino il contatto con Dio?

Lasciamoci provocare da Nietzsche:

Potrei credere solo a un dio che sapesse danzare . E quando ho visto il mio demonio, l’ ho sempre trovato serio, radicale, profondo, solenne: era lo spirito di gravità , grazie a lui tutte le cose cadono. (Nietzsche – Così parlò Zarathustra )

 … e da Sidney Carter:

 Il Signore della danza

Danzate, ovunque voi siate, dice Dio,
perché io sono il Signore della danza:
io guiderò la danza di tutti voi.
Dovunque voi siate,
io guiderò la danza di tutti voi.

Io danzavo il primo mattino dell’universo,
io danzavo circondato dalla luna,
dalle stelle e dal sole,
disceso dal cielo danzavo sulla terra
e sono venuto al mondo a Betlemme.

Io danzavo per lo scriba e il fariseo,
ma essi non hanno voluto seguirmi;
io danzavo per i peccatori,
per Giacomo e per Giovanni,
ed essi mi hanno seguito
e sono entrati nella danza.

Io danzavo il giorno di sabato,
io ho guarito il paralitico,
la gente diceva che era vergogna.
Mi hanno sferzato
mi hanno lasciato nudo
e mi hanno appeso ben in alto
su una croce per morirvi.

Io danzavo il Venerdì,
quando il cielo divenne tenebre.
Oh, è difficile danzare
con il demonio sulle spalle!
Essi hanno sepolto il mio corpo
e hanno creduto che fosse tutto finito,
ma io sono la danza
e guido sempre il ballo.

Essi hanno voluto sopprimermi
ma io sono balzato ancora più in alto
perché io sono la Vita
che non può morire:
e io vivrò in voi e voi vivrete in me
perché io sono, dice Dio,
il Signore della danza.

(Sidney Carter)

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4 Risposte to “La gioia può essere un ostacolo alla fede?”

  1. Parrocchiano said

    Credo siano parole veramente incommentabili… Reputo davvero disastroso questo viaggio in Africa del Papa… con tante cose di cui si poteva parlare sull’Africa senti cosa dobbiamo ascoltare… Mi sbaglio o SAN GIOVANNI BOSCO DISSE “LA SANTITA’ STA NELL’ESSERE GIOIOSI” ??
    Inoltre credo che se l’hanno fatto santo un motivo ci sarà stato… IO SEGUO DON BOSCO!
    Poverino si sarà rigirato nella tomba…

    Mi dissocio fermamente! Voi pensatela come vi pare a me non piace l’indirizzo che il papa sta prendendo, se all’inizio era partito bene nel 2005 ora davvero mi avvicino sempre più a quelli che all’interno della Chiesa ritenevano prendesse sempre più piede una corrente tradizionalista.

    Dove ci stanno portando?

  2. salvatore said

    Forse può risultare pertinente questa nota tratta da un sito di cultura ebraica (http://www.nostreradici.it/):

    Segno di gioia e di gratitudine

    La Danza, nella Bibbia è intesa soprattutto come lode, manifestazione di gioia spirituale ed espressione liturgica. Si danza per festeggiare una vittoria ottenuta con l’intervento divino; per il ritorno di una persona cara, e in occasione di nascite e matrimoni.

    La profetessa Miriam, sorella d’Aronne, esterna la sua esultanza e ringrazia Dio, dopo il passaggio del Mar Rosso, “formando cori di danze” con le altre donne, suonando i timpani e cantando (Cf Es 15,20). Un’altra danza molto famosa è quella che fece Davide, in occasione del trasferimento dell’arca a Gerusalemme.

    Danzando e saltellando agilmente, il re d’Israele manifesta con tutto il suo essere la gioia incontenibile che prova per il singolare avvenimento.

    “Allora Davide andò e trasportò l’Arca di Dio dalla casa di Obed-Edom nella città di Davide, con gioia. (…) Davide danzava con tutte le forze davanti al Signore. Davide era cinto di un efod Così Davide e tutta la casa d’Israele trasportarono l’arca del Signore con tripudi e a suon di tromba” (2Sam 6,12; 6,14-15).

    Per descrivere l’esultanza del re Davide di fronte all’arca dell’Alleanza, l’autore sacro usa le parole: “gioia” e “con tutte le forze”, rimarcando così il coinvolgimento totale della persona nel movimento ritmico della danza.

    Simbologia rituale

    Nell’Arca sono custodite le Tavole della Legge date da Dio a Mosè sul Monte Sinai. Danzando davanti all’arca, Davide indossa un costume sacerdotale succinto, una specie di perizoma adatto a compiere i sacrifici: l’efod di lino. Il testo sacro ci fa capire che la nudità del re e la sua danza sono in rapporto con gli “olocausti e i sacrifici di comunione” che egli si appresta ad offrire davanti al Signore.

    Il modo in cui Davide esprime la sua gioia per la Legge (Torà), è ritenuto sconveniente dalla figlia di Saul che se ne scandalizza. “Mentre l’Arca del Signore entrava nella città di David, Mikal, figlia di Saul, guardò dalla finestra; vedendo il re Davide che saltava e danzava dinanzi al Signore, lo disprezzò in cuor suo” (2Sam 6,16). Più tardi il re chiarirà alla donna il senso rituale del suo gesto: “L’ho fatto dinanzi al Signore, (…) ho fatto festa davanti al Signore” (2Sam 6,21).

    Gli ebrei di oggi, al termine della festa dei Tabernacoli (Sukkot), celebrano nelle sinagoghe la Simchat Torà – o gioia della Legge – danzando, a saltelli ritmati, con i rotoli della Torà e cantando inni in onore dell’Eterno. La danza è anche in questo caso un gesto liturgico che esprime il rapporto di tutto l’essere con Dio. È un’espressione di gioia e di “festa davanti al Signore”, per il dono della Torà. Ed è ancora con la danza che gli ebrei chassidici [i], dopo le preghiere quotidiane, esternano il loro entusiasmo religioso.

    La Danza in cerchio: hag

    Ai tempi biblici, le processioni danzanti di uomini e donne caratterizzavano le tre grandi feste di pellegrinaggio: Pasqua, Pentecoste e Tabernacoli. Sembra che tali danze ritmate avvenissero in modo circolare, ed è forse per questo motivo che nell’ebraismo, la danza in cerchio è chiamata hag: festa.

    In cerchio si danza intorno ad un luogo sacro, o durante una cerimonia religiosa, esprimendo così il clima gioioso e comunitario della festa. La simbologia della danza in cerchio ci dice che nessuno può ritenersi più importante dell’altro, mentre tutti sono rivolti verso Colui che è al centro della vita di ognuno.

    Rito Bizantino: la triplice danza

    Ritroviamo il movimento circolare nella celebrazione del matrimonio cristiano nel Rito bizantino, la cui liturgia prevede una triplice danza in cerchio del sacerdote e degli sposi. Dopo essersi recati presso l’iconostasi, essi girano per tre volte intorno all’altare, mentre si cantano alcuni tropari.

    Rito Romano

    Col progredire dell’inculturazione, il Rito Romano si va arricchendo di gesti e simboli appartenenti ad altre culture. Sempre più frequentemente, anche grazie al mezzo televisivo, si possono vedere celebrazioni liturgiche in cui la danza, la musica e il canto di altri popoli, trovano uno spazio adeguato.

    “I gesti e gli atteggiamenti dell’assemblea, in quanto segni di comunità e di unità, favoriscono la partecipazione attiva esprimendo e sviluppando l’intenzione e la sensibilità dei partecipanti. Nella cultura di un paese, si sceglieranno gesti e atteggiamenti del corpo che esprimano la situazione dell’uomo davanti a Dio, dando ad essi un significato cristiano, in corrispondenza, se possibile, con i gesti e gli atteggiamenti provenienti dalla Bibbia.

    Presso alcuni popoli, il canto si accompagna istintivamente al battito delle mani, al movimento ritmico del corpo o a movimenti di danza dei partecipanti. Tali forme di espressione corporale possono avere il loro posto nell’azione liturgica di questi popoli, a condizione che esse siano sempre espressione di una vera preghiera comune di adorazione, di lode, di offerta o di supplica e non semplicemente spettacolo”.[ii]

  3. Antonio said

    La liturgia è la danza della Chiesa attorno a Cristo, un po’ come la danza di Davide attorno all’arca, è quella gratuità gioiosa che si sprigiona dalla presenza di Gesù.

    Carlo Maria Martini

  4. titta said

    Amici di “Ariccia non tace”
    seguo da tempo quanto da voi pubblicato sul Vescovo di Albano, Mons. Marcello Semeraro.
    Le sue “perle” come appaiono da più siti Internet, di fatto, sono più che altro “misfatti” contro persone e cose e contro la dottrina della Chiesa.
    Manca a questo vescovo il vero amore a Cristo e ai fratelli. Se in lui un amore c’è, è soltanto per se stesso e per la sua carriera.
    Ho potuto constatare che il rispetto per la democrazia vi fa accogliere sul vostro sito pareri diversi e contrastanti. Ho letto gli articoli che avete tratto da Adista; ora, sempre in rispetto dello spirito democratico, se volete essere credibili su quanto dite di Semeraro, giustamente condannando le sue “malefatte”, bisogna difendere il Santo Padre, sempre, come ripeto, in nome di quell’amore per la “Verità” della quale tutti noi andiamo alla ricerca; sono, infatti gli “alti prelati” come Semeraro e i suoi protettori che minano dall’interno la Chiesa e la spingono verso un ecumenismo falso e fazioso, negandole la prerogativa di Madre misericordiosa con TUTTI i suoi figli, che perdona mentre raddrizza i sentieri tortuosi e sbagliati di tutti ma sempre per il bene di tutti.
    In nome ancora del vostro desiderio di verità e del vostro spirito di democrazia, vi invio di seguito un articolo tratto da :Libero del 13 Marzo 2009 chiedendovi la cortesia, che conoscendovi, diviene certezza ad ospitarlo sul vostro sito.
    Grazie
    Titta

    Il Papa è solo. Mettiamoci al suo fianco!
    di Renato Farina
    Editoriale di Libero del 13/2/2009

    Con una sincerità tale da sfiorare il candore, il Papa ha denunciato pubblicamente una rivolta dentro la Chiesa contro di lui. La minaccia non viene come ai tempi di Pio IX dai bersaglieri di Cadorna, né c’è più il rischio di vedere cosacchi abbeverare i loro cavalli alle fontane di San Pietro. I nemici hanno lo zucchetto rosso, hanno studiato gli stessi suoi libri, agitano il vangelo: per questo lo angosciano. Attaccano lui, il Papa. Non il teologo Joseph Ratzinger: se fosse così, sorriderebbe, ci ha fatto il callo, le ha date e le ha prese per cinquant’anni.
    Invece colpiscono lui in quanto Benedetto XVI, successore di Pietro, pietra su cui si regge l’unità dei cattolici. Era capitato già ai suoi predecessori: Wojtyla e Montini. Ma una volta ad alzare le difese intorno al Pontefice, a chiamare a raccolta i fedeli era le trombe dei cardinali e dei vescovi intorno a lui. Stavolta ci sono sì alcuni cardinali e vescovi a volergli bene, ma è come se fossero fuscelli, non hanno potenza mediatica. Una volta a Roma c’era il cardinal Ruini, vicario del papa. Adesso c’è qualcuno che sa il nome del suo successore? È fedelissimo, è pronto a tutto per il Santo Padre: ma non se ne accorge nessuno (è il cardinal Agostino Vallini).
    Allora, come un uomo molto solo, che dalla sua ha il popolo ma non i capi del popolo, Papa Ratzinger ha scritto una drammatica lettera ai vescovi sotto riportata. Parla dei lefebvriani, degli errori dei propri collaboratori, ma non è questo il punto.

    Egli espone il suo cuore offeso. Confessa ai confratelli porporati e violacei, oltre che al mondo intero, il suo stupore per quanto ha visto accadere in casa sua: «oggi nella Chiesa c’è il mordersi e il divorarsi a vicenda espressione di una libertà male intesa».
    Il documento papale è il grido di dolore più netto e commosso mai udito nelle mura vaticane dai tempi di Paolo VI. Imprevedibilmente Papa Montini il 29 giugno del 1972, nell’omelia per la festa di Pietro e Paolo disse: «Il fumo di Satana è entrato nel tempio di Dio… Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio». Poi, in privato, all’amico Jean Guitton nel settembre del 1977 confidò: «Siamo prossimi alla fine?… Ciò che mi colpisce, quando considero il mondo cattolico, è che all’interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non cattolico, e può avvenire che questo pensiero non cattolico all’interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia».

    Ratzinger è ancora più amaro. Scrive: mordersi, divorarsi. È un lavoro da lupi. Viene in mente la metafora evangelica del Buon Pastore che «dà la vita per le sue pecore». Vogliono lui. Il Papa sente su di sé il peso di una profezia, forse quella di Fatima: chi morde e divora finge di accontentarsi delle pecore nere e antisemite, ma punta al pastore. Finge di difendere il Vaticano II, stracciato dal negazionismo sulla Shoah del vescovo Williamson, ma ha in mente di spezzare la determinazione di Benedetto XVI nel lavoro per eliminare gli abusi liturgici e dottrinali. I nemici armati di anello episcopale e di citazioni prendono pretesto dai gravi sbagli (errori o volute mancanze?) della Curia, e tentano di imprigionare il Papa nelle sue stanze, di interdirlo come un pover’uomo che nulla capisce del mondo post-moderno.
    Si chiama delegittimazione morale e intellettuale.

    La lettera è un grido al Signore e una chiamata a raccolta delle forze buone e leali, non solo tra i fedeli credenti, ma anche dei laici e persino degli atei. Colpisce la commozione con cui il Papa si riferisce agli ebrei, che ringrazia di averlo avvertito dei rischi, e di aver capito le sue spiegazioni. Non sono loro che gli vogliono male.
    Scrive: «Sono rimasto rattristato che anche cattolici, che in fondo avrebbero potuto saper meglio come stanno le cose, abbiano pensato di dovermi colpire con un’ostilità pronta all’attacco».

    Ha di certo in mente il teologo e vecchio collega di Bonn, Hans Küng. Intervistatissimo, ha trattato Ratzinger come l’ottuso reazionario. Ma a lui si sono associati i vescovi del nord, specie i tedeschi, come il loro capo in Curia, il cardinal Walter Kasper. Incredibile per Ratzinger: anche il cardinale di Praga, Miloslav Vlk, e tutti gli svizzeri o quasi, gli hanno dato contro.

    Tanti hanno impugnato il Concilio Vaticano II come se la tensione al perdono del Papa verso i fedeli tradizionalisti, fosse l’assassinio dello Spirito Santo. Poche settimane fa, chi scrive è stato a Lucerna, sulla tomba di un maestro di Wojtyla e Ratzinger, il cardinale Hans Urs von Balthasar. La tomba era dimenticata. Nella cattedrale accanto, dove hanno celebrato Karol Wojtyla e il cardinal Ratzinger, nella navata, su un tavolino, invece della Bibbia, c’era una petizione per la difesa del Vaticano II contro le aggressioni del papa, primo firmatario l’organista. E così in Austria. Molto dolore ha dato a Benedetto XVI anche la ruvidezza delle critiche del cardinal Christoph von Schönborn. Il quale ha ragione a dirsi sconcertato per gli errori della Curia, ma dovrebbe esibire qualche parola di difesa totale del Papa.

    A Roma in Curia, poi. C’è chi guarda e tace, sperando promozioni. Come Gianfranco Ravasi, arcivescovo responsabile per la Cultura, da cui ci si aspettava un sostegno. Invece: niente. Punta alla diocesi di Milano, dove il cardinal Dionigi Tettamanzi, che pare sempre volersi distinguere dal Papa, è prossimo alle dimissioni per ragioni di età.

    La lettera di Ratzinger spiega perché si era deciso a togliere la scomunica ai lefebvriani. Un gesto «sommesso di misericordia». Dice: «sommesso». Umile.
    Invece è diventata una trappola per lui. La sua colpa è non aver visto «l’internet» (scrive così). Lì c’era già vagante l’intervista del vescovo Williamson. Certo il Papa ha dato il consenso a che il cardinal Giovanni Battista Re e il cardinale Castrillon firmassero la decadenza della scomunica. Ma perché loro non l’hanno informato? Com’è possibile che la più raffinata e competente diplomazia del mondo non abbia avvertito la minaccia alle porte? Il nunzio in Svezia e quello in Argentina (dove risiedeva Williamson e dove sono state trasmesse le immagini dell’intervista famigerata che negava le camere a gas) possibile non abbiano saputo nulla?

    Il Papa denuncia una specie di mancanza di professionalità. E noi ci domandiamo se non sia stata voluta, se qualcuno remi contro anche se adesso fa l’acqua cheta e si mostra scandalizzato. Non è un mistero per nessuno che il cardinale Re, prefetto della Congregazione dei vescovi, sia deluso dalla mancata promozione a segretario di Stato, e non veda bene il cardinal Tarcisio Bertone, segretario di Stato: preferirebbe, e come lui tanti, che da bravo salesiano pratichi il calcio all’oratorio. La scelta poi di un portavoce come il bravo padre Federico Lombardi, che è nel contempo direttore della Radio vaticana, è diventata materia per indebolire il Papa da molto vicino. Si fanno volentieri chiacchiere e le si lascia filtrare sull’invece irreprensibile “bel” padre George, suo segretario.
    Lupi, mordono, divorano. Lui lavora per l’unità, chiama i lefebvriani perché accettino il perdono, e si trova chi li usa per lanciare in alto il barrito dell’«odio».

    Per fortuna la Conferenza episcopale italiana è stretta, nella sua dirigenza, intorno al Papa, ma il cardinal Angelo Bagnasco deve farsi mediaticamente le ossa. Il cardinal Angelo Scola di Venezia e l’arcivescovo di Firenze Giuseppe Betori sono attivi e forti. Ma forse occorrerebbe che Benedetto XVI portasse gente di questa tempra più vicino a sé e al cardinal Bertone.

    Questo Papa tedesco non è Giovanni Paolo II. Non ha la grandiosa forza dei gesti, l’imponenza scenica del polacco. Persino da morto Wojtyla sembrò muovere il vento ad agitare il vangelo aperto sulla propria bara a raffigurare l’unità di sé con il Cristo centro del cosmo e della storia.
    Benedetto XVI invece ha voluto essere quello che è: un Papa capace di elaborare concetti, di fissare dottrine, con una logica incantevole, ma che appunto esige attenzione, non ha dalla sua la simbologia wojtyliana: ha la forza nelle parole, nella concatenazione formidabile del suo racconto di Dio e del Vangelo.
    Si sente solo, ricorda Gesù nel Getsemani.

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