Ariccia non tace!!!

IL DIALOGO E L’ACQUA SANTA

Vangelo di domenica 3 maggio 2009 – Quarta domenica di Pasqua

Posted by ariccianontace su 2 maggio 2009

14Gv 10,11-18

(In quel tempo, Gesù disse) «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.
Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

Io sono il pastore buono, afferma Gesù, o meglio, il pastore “bello” (kalòs). L’unico, vero, pastore.

Non c’è traccia di buonismo melenso in questa espressione, che Giovanni ripete molte volte, nessun “buon pastore” sdolcinato e oleografico. Il pastore, quello bello, cioè quello vero, quello eccellente, quello atteso e profetizzato. La guida che il popolo attende e che deve soppiantare i falsi pastori.

In poche parole ecco che Gesù presenta se stesso e ci racconta ancora una volta di un Dio bellissimo e affascinante, che si fa offerta totale per noi.

La bellezza assoluta è solo divina ed è dono di vita. La vita del pastore, tutto il suo essere sono dati per le pecore, egli vive per loro.

Attenzione, dice Gesù, ai mercenari e ai lupi, che non agiscono per amore, che aggrediscono e disperdono, attenzione perché potrebbero presentarsi come pastori, ma il loro scopo è servirsi delle pecore e non servirle! Quanti lupi e quanti mercenari affollano la nostra vita, spesso travestiti così bene …

Gesù insiste: io, solo io, sono il pastore. Pastore divino che ci conduce in una danza d’amore: la “conoscenza” reciproca, ossia la relazione d’amore, quasi nuziale, tra pastore e pecore, uguale a quella che esiste tra lui e il Padre! Danza d’amore che è dono di sé senza riserve.

Di fronte a questa immagine, cadono inesorabilmente le maschere di tutti i falsi pastori e appaiono le loro misere fattezze di briganti, i loro volti ipocriti e rapaci, risuonano impietosamente le loro voci stridule e sgraziate, sconosciute ed estranee alle orecchie delle pecore!

La voce del pastore è invece familiare e universale. Voce che parla a tutti e ad ognuno. Voce che chiama ad uscire dai mille recinti angusti e soffocanti, a seguire il pastore negli spazi aperti, verso i grandi orizzonti, liberi dalla paura, per vivere in pienezza, imparando che solo donando la propria vita la si possiede completamente ed essa diventa nostra per sempre, nessuno potrà più minacciarla, nessuno potrà più farci paura, nessuno potrà più convincerci ad entrare nei recinti.

Un solo gregge, un solo pastore. Una sola legge. L’amore.

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Una Risposta to “Vangelo di domenica 3 maggio 2009 – Quarta domenica di Pasqua”

  1. salvatore said

    Viviamo sicuramente un tempo di crisi delle vocazioni. In genere, sentendo questa affermazione, la gente è portata per prima cosa a pensare alla difficoltà della curia nel rigenerare se stessa, la categoria dei pastori propriamente detti (i preti). Più difficilmente pensa, invece, che le vocazioni sono (almeno) due: quella dei pastori e quella delle pecore. Anzi, visto che di buon Pastore ce n’è uno ed uno solo (“Io sono il buon Pastore”) l’unica vocazione veramente possibile è in fondo quella di essere “buona pecora”. Sono infatti le buone pecore quelle che fanno (tutte insieme!) il pastore: “diventeranno un solo gregge, un solo pastore”. Non è possibile rapportarsi con Dio e farsi guida di altri se non attraverso gli altri, e, degli altri, facendosi servo. E’ una lezione che più volte Gesù stesso ci ha impartito, in forma sia parabolica (Lc-17,7-10 – le aspettative del servo) che esplicita (Gv-13, 12-15- la lavanda dei piedi). Allo stesso tempo non è possibile rapportarsi con Dio se non attraverso Dio stesso: “ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge”. Stupendo l’invito all’unità fra i cristiani e, dunque, tra Cristiani e Dio. L’invito è esteso a tutti i Cristiani: “ho altre pecore che non provengono da questo recinto”. E’ l’unità l’unica vera Via, è la preghiera quella che unisce e che non disperde, ed è preghiera veramente efficace solo quella che nasce dall’ascolto. Bisogna dunque “ascoltare la Voce”. Essa passa per il grido di dolore dei nostri fratelli ma riverbera anche nella gioia dei nostri figli quando, giovani, sorridono alla vita o, bimbi, ti corrono incontro a braccia aperte perché tu stesso sei la loro vita. Siamo fatti per riconoscerla quella voce, pur nel frastuono di mille duci (oggi si chiamano leader), sirene e falsi profeti perché: “le mie pecore conoscono me”. Ed è di infinito conforto sapere che sempre, da qualche parte, c’è qualcuno cui veramente importa delle pecore, e che è disposto a dare la vita per esse. La storia della chiesa è piena di esempi di chi, sulle orme di Cristo, ha dato la sua vita per gli altri. Senza far torto a nessuno, vorrei ricordare l’esempio di don Lorenzo Milani che la sua breve vita (44 anni) l’ha passata a diffondere il sapere a Barbiana fra i contadini dell’Appennino, gli “ultimi” del suo tempo (anni 60), ridando loro quella dignità umana rubata, come in ogni tempo, dai potenti di turno. Ecco come sul letto di morte saluta i suoi cari:

    “Caro Michele, caro Francuccio, cari ragazzi,
    non ho punti debiti verso di voi, ma solo crediti. Verso l’Eda invece ho solo debiti e nessun credito. Traetene le conseguenze sia sul piano affettivo che su quello economico.
    Un abbraccio affettuoso, vostro
    Lorenzo

    Cari altri,
    non vi offendete se non vi ho rammentato. Questo non è un documento importante, è solo un regolamento di conti di casa (le cose che avevo da dire le ho dette da vivo fino a annoiarvi).
    Un abbraccio affettuoso, vostro
    Lorenzo

    Caro Michele, caro Francuccio, cari ragazzi,
    non è vero che non ho debiti verso di voi. L’ho scritto per dar forza al discorso! Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto.
    Un abbraccio, vostro
    Lorenzo”

    Il motto di don Lorenzo era scritto in inglese (la lingua in cui S. Paolo avrebbe certamente scritto oggi) su un cartello fatto appendere nell’aula vicino al crocifisso. Vi si leggeva: “I care!”

    Bisogna ad ogni costo cercare l’unità e “curarsi” degli altri, perché stare insieme con gli altri è il solo modo che conosciamo per salvarci (“…il lupo le rapisce e le disperde”). Salvarsi vuol dire non lasciar spegnere in noi quella scintilla divina (a Sua immagine siamo fatti) che è alimentata (solo) dalla nostra umana vocazione alla solidarietà.

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