Ariccia non tace!!!

IL DIALOGO E L’ACQUA SANTA

I PERICOLI DEL FEDERALISMO LEGHISTA:intervista a don Walter Fiocchi

Posted by ariccianontace su 25 maggio 2010

 

da ADISTA Notizie N. 41

35595. ROMA-ADISTA. “Abbiamo a che fare con politiche di riforma caratterizzate da molti elementi d’incertezza, a metà strada tra un funzionale compromesso fra principi di uguale valore (autonomia fiscale e riduzione delle disuguaglianze tra i territori) e la produzione di decisioni-manifesto, spendibili sul piano del consenso ma fragili sul piano dell’architettura istituzionale e del tasso di reale innovazione”. Il giudizio è contenuto nel Documento preparatorio per la 46esima Settimana Sociale dei Cattolici Italiani presentato lo scorso 10 maggio a Roma. “È forse opportuno”, si legge ancora nel documento, firmato dal Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali, “intraprendere un percorso che consenta di meditare nuovamente sui dualismi e sulle differenze territoriali del Paese, ampliando la riflessione al federalismo inteso come decentramento funzionale e non solo territoriale, evitando gli effetti perversi di quello che viene etichettato come ‘federalismo per abbandono’ e analizzando le potenzialità di soluzioni istituzionali differenziate per le diverse realtà territoriali, secondo un’intuizione che, in fondo, apparteneva agli stessi costituenti”.
Questa presa di posizione dei vescovi italiani rappresenta una delle poche voci critiche che nel nostro Paese si sono levate sulla riforma federalista. Da una parte, infatti, la maggioranza di governo non sembra avere né la forza né l’intenzione per porre argini ai diktat leghisti (come chiesto più volte, e invano, dal presidente della Camera Gianfranco Fini). Dall’altra il centrosinistra appare più che altro timoroso di ingrandire il fossato che la separa da vastissimi settori dell’elettorato settentrionale; di qui le critiche assai blande al progetto anche da parte di quegli ambienti che hanno fatto dell’opposizione più intransigente la propria cifra identitaria. Eppure, proprio la crisi finanziaria che in queste settimane si è abbattuta sull’Europa – e che ha già lasciato sul terreno la prima vittima, la Grecia, costretta ad un piano ‘lacrime e sangue’ per accedere ai finanziamenti dell’Unione Europea, nell’impossibilità di piazzare i titoli del proprio debito pubblico sui mercati finanziari – dovrebbe contribuire a suggerire un po’ di prudenza sulla riforma federalista.

Su questo tema Adista ha voluto sentire il parere di un prete settentrionale, don Walter Fiocchi, attualmente parroco di San Giorgio in Castelceriolo, una frazione di Alessandria. (emilio carnevali)
Don Walter, il documento preparatorio per la 46esima Settimana Sociale mette in guardia rispetto ad alcuni esiti possibili della riforma federalista, primo fra tutti una crescita delle disuguaglianze territoriali accompagnata dalla riproduzione su scala locale delle stesse inefficienze burocratiche che caratterizzano il livello nazionale. Si sente di condividere questo tipo di “allarmi”?
Certamente sì! Anche perché il “federalismo” di cui si parla mi pare sia una sorta di “fantasma” dai contorni indistinti. Con molte incertezze di linguaggi e contenuti. Che cos’è in realtà il “federalismo fiscale”, che sembra ormai rappresentare il principale modo di declinazione della parola? Mi pare forte il rischio che il tentativo di valorizzare le risorse e le ricchezze locali si traduca in una esponenziale crescita delle disuguaglianze, che solo semplicisticamente possono essere attribuite all’apatia di certe regioni e di certe culture e ad un loro adagiarsi su un comodo assistenzialismo. La ricchezza di alcuni territori è cresciuta nei decenni passati anche grazie all’impoverimento di altri, per mancanza di una visione complessiva, per lo sfruttamento di persone e territori, per l’assenza di politiche di sviluppo globale del Paese, per la connivenza, ancora attuale, con alcuni mali endemici (come la criminalità organizzata di varia denominazione) soprattutto di alcune regioni del Sud: la sbandierata cattura di qualche personaggio a volte pittoresco e da soap opera televisiva non va comunque a toccare la struttura di potere economico-politica che ha i suoi gangli vitali non a Corleone o a Casal di Principe o in qualche sperduto paese della Sicilia, ma nei palazzi del potere reale. È come se dimenticassimo, guardando al mondo, che una causa determinante del sottosviluppo di molti è anche lo sfruttamento colonialista che ha significato per contro la ricchezza di altri.

Nel corso dell’ormai decennale dibattito sul federalismo si ha spesso l’impressione che non ci sia spazio al Nord per proposte politiche alternative ad un certo “sindacalismo del territorio”, declinato peraltro in forme oltremodo rabbiose – con venature di esplicita xenofobia – dalla Lega.
Io osservo con preoccupazione alcuni fatti. Primo: nella povertà di cultura degli esponenti leghisti “federalismo” è spesso sinonimo di “localismo”, quasi secondo il motto: “Piccolo è bello, piccolo è meglio”. Dimenticando che nel piccolo si è a volte costretti all’improvvisazione di competenze che mancano, ci si trova di fronte a carenza di specializzazioni, si ricorre ad una sorta di “fai da te”, si vedono gli altri come estranei o ospiti utili se provvedono al mio personale benessere, si fanno rinascere “nazionalismi” che abbiamo già sperimentato come catastrofici nella storia, si valorizzano individualismi ed egoismi che se producono un benessere immediato riveleranno presto – la crisi finanziaria attuale è già una rivelazione – i loro piedi di argilla, perché viviamo in un tempo e in un mondo interdipendente, dove un lieve raffreddore alla Borsa di New York può provocare una polmonite in Brianza.
Secondo: la xenofobia leghista in realtà racchiude in sé una sorta di deriva “schiavista”: “Tu vieni e stai finchè mi servi, finché contribuisci alla mia ricchezza”; inoltre “fuori dal lavoro sparisci, non devi essere riconoscibile nella tua diversità, perché ‘a casa nostra padroni siamo noi!’”.
Terzo: la povertà di cultura (basta sentire le dichiarazioni di esponenti di primo piano della Lega) diventa un “ragionar per slogan”. Molti regimi del passato hanno conquistato potere e popolarità sulla base di slogan che facevano appello alla “pancia” della gente e portando alla luce i loro sentimenti deteriori…
 
Dopo le recenti elezioni regionali c’è stata una specie di gara fra alcuni esponenti delle gerarchie ecclesiastiche nello “sdoganamento” della Lega. Mons. Fisichella ha detto addirittura che il partito di Bossi manifesta una “piena condivisione” del pensiero della Chiesa sui problemi etici. Ma non sono “problemi etici” anche quelli dell’immigrazione, della guerra, dell’ambiente, ecc.?
Io ho visto una “piena condivisione” solo sul tema della Ru486, su qualche atteggiamento “omofobo” presente anche nella Chiesa e sulla “difesa identitaria” del crocifisso. O forse piuttosto è qualche “uomo di Chiesa” che condivide la posizione “etica” della Lega sui temi elencati: guerra, ambiente, immigrazione! Non da oggi io ritengo piuttosto che il successo della Lega dovrebbe essere visto dalla Chiesa come un serio, grave, “problema pastorale”. Che ne è del “pensiero sociale cristiano”? La posizione leghista ne rappresenta una nuova pagina o una riscrittura? La sussidiarietà è uguale al “localismo” leghista? Il concetto di “bene comune” delle ultime encicliche sociali ha qualche parentela con quello leghista? Credo che “bene comune” sia un concetto che va declinato “al futuro” non nell’immediato del piccolo interesse personale qui e ora. Mi pare che la Lega sia piuttosto passata da una ricerca identitaria di una presunta “cultura celtica” un po’ fumettistica ad una fondazione identitaria radicata in un cristianesimo molto eurocentrico ma affatto evangelico. Ma la Chiesa è più preoccupata dell’identità europea o di un annuncio missionario del Vangelo? È più importante portare la gente sulla “soglia di Dio” perché possa aver fede – cioè “una felice relazione con lui” – o imporre, magari con l’aiuto della legge, i “valori etici cristiani”, del resto sempre suscettibili di approfondimento e di nuova comprensione se diamo spazio allo Spirito?
Anche le celebrazioni per il 150.esimo anniversario dell’Unità d’Italia sono state occasione di polemiche e divisioni nel nostro Paese. Cosa rappresenta per lei questa data e come giudica la posizione di coloro che – per riprendere un’espressione usata dal Presidente della Repubblica Napolitano – “balbettano giudizi liquidatori sul conseguimento dell’unità, negando il salto di qualità che l’Italia tutta, unendosi, fece verso l’ingresso a vele spiegate nell’Europa moderna”?
Non sono mai stato, né sono diventato ora, un mitizzatore del Risorgimento. Ma altro è la retorica risorgimentale altro il riconoscimento di una unità di popolo che già era patrimonio del Medioevo, radicata proprio negli autentici “valori cristiani”, al di là delle divisioni politiche, cui peraltro contribuiva il potere ecclesiastico. È difficile anche in campo ecclesiale trovare l’equilibrio tra “unità” e “uniformità”. A me piace guardare alle differenze tra cristiani (differenze di teologia, di tradizioni, di musica, di riti) come ad una ricchezza dell’unica Chiesa di Cristo che è appunto “cattolica”, non europea o romana nel senso localistico del termine. Così per l’Italia. Un’Italia che trova la sua ragione di unità in quel patrimonio comune che è la Costituzione, per la quale l’unità del Paese è indiscutibile. Se qualcuno ritiene di contestare questa unità lo può fare, ma se ha prestato giuramento su questa Carta e non si riconosce più in questo principio fondamentale lo può fare in un solo modo: dimettendosi! (e. c.)

 

 

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