Ariccia non tace!!!

IL DIALOGO E L’ACQUA SANTA

Il Vangelo di domenica 27 giugno 2010

Posted by ariccianontace su 24 giugno 2010

Lc 9, 51-62 

Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione (indurì il volto) di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé (al suo volto). Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché (il volto di lui) era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio. Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio». Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio».

I giorni stanno per compiersi e Gesù sa che il tempo stringe. Gerusalemme è la meta.

Nella vita di ognuno arriva il momento in cui bisogna necessariamente fare i conti con Gerusalemme.

Gesù, figlio dell’uomo, ne è consapevole. Luca rende molto efficacemente (peccato che dalla traduzione in italiano ciò non appaia) l’immagine di un volto che cambia, i cui lineamenti si induriscono, quasi a rappresentare la tensione che prevade l’intera persona, la determinazione risoluta di chi sa che sta per affrontare una strada senza ritorno.

Gerusalemme, il luogo dove fare verità. Gerusalemme, la città del sacro e, insieme, del potere, del tempio e del trono. Gerusalemme, che acclamerà il Messia figlio di Davide. Gerusalemme, che darà la morte.

E’ la fine ed il fine del cammino, per Gesù e per i suoi.

Ecco che, allora, lungo il percorso che porta a Gerusalemme, bisogna fare chiarezza.

Scopriamo che non tutto è come sembra, che chi dovrebbe essere vicino a Gesù è tremendamente lontano. I discepoli inviati a preparare il suo arrivo falliscono miseramente il compito loro affidato e, per di più, invocano il fuoco distruttore sui Samaritani colpevoli di non voler accogliere Gesù. E loro stessi, quanto hanno interiorizzato gli insegnamenti del Maestro che parlava d’amore e fraternità?

Scopriamo, lungo la strada per Gerusalemme, che di nuovo le cose non sono come pensiamo. Il cammino ora si snoda attraverso territori “ostili”, non ortodossi, nella terra di Samaria. Tre uomini, tre storie. Tre persone “lontane”, pagane. Eccoli diventare improvvisamente interlocutori privilegiati di Gesù. D’un tratto i discepoli scompaiono e proprio attraverso i tre Samaritani scopriamo il segreto della sequela autentica.

Nei tre uomini si specchia la nostra storia, essi ci rimandano in sequenza i fotogrammi del nostro cammino di avvicinamento a Gesù.

L’entusiasmo del primo (“ti seguirò dovunque tu vada”) che deve essere in qualche modo “ridimensionato”, riportato alla realtà. E’ l’entusiasmo della scoperta di Gesù, quello che scaturisce dall’aver ricevuto l’annuncio della bella notizia, è l’innamoramento, l’ebrezza, ma anche il tempo dell’emotività e del rischio di confondere le vere motivazioni del proprio agire. Attento, gli dice Gesù, chi mi segue non avrà una vita facile. Non troverà appoggi e rifugi, non ci saranno riconoscimenti né onori. Dovrà trovare in se stesso la forza e la perseveranza per andare avanti.

L’incertezza del secondo (“permettimi di andare prima a seppellire mio padre”). E’ il momento in cui la Parola ha fatto breccia in noi e vorremmo sinceramente darle un posto nella nostra vita … un posto sì, ma proprio il primo? C’è sempre un “padre” da seppellire … un’ambizione, un’idea, una convinzione, un preconcetto, una sovrastruttura … rinunciarvi? … andare avanti? Sì, ma senza fretta, forse addiruttura salvandone almeno la “memoria”. Insomma, tagliare col passato va bene, ma senza esagerare! E Gesù invece chiede proprio una svolta radicale e completa: che i morti seppelliscano i morti, che il passato sia definitivamente e pienamente “passato”, perché egli possa “fare nuove tutte le cose”.

La paura di aprirsi del terzo (“prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia”). Una volta chiuso con il passato, resta ancora un impedimento per poter davvero seguire Gesù in piena libertà: la chiusura. La grande paura di perdere la propria collocazione sociale, abbracciando per davvero la logica pura dell’amore e della fraternità. E’ la sfida più grande, il passaggio cruciale. Lo stesso Gesù ha dovuto rompere i legami familiari e divenire straniero nella sua casa, nella sua terra. L’esigenza di congedarsi da “quelli di casa mia” dice la volontà di continuare a distinguere tra loro e gli altri, di mantenere i confini, gli steccati. Soprattutto, di lasciarsi una via di fuga, un’uscita d’emergenza, di non tagliare i ponti. Ma il Regno di Dio non funziona così. Se metti mano all’aratro, se decidi di tracciare il solco per seminare la Parola, non tornare sui tuoi passi, vanificheresti tutto, distruggeresti il lavoro fatto e il seme non germoglierà. Il segreto è andare avanti, con la fiducia che il raccolto ci sarà e sarà abbondante.

Il segreto è aprire i propri orizzonti fino ad abbracciare il mondo intero, senza paura. E’ la scommessa su un Amore che diventi casa, terra, patria comune per l’intera umanità.

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