Ariccia non tace!!!

IL DIALOGO E L’ACQUA SANTA

Archive for the ‘Echi del Concilio’ Category

In questa sezione introduciamo un argomento che ci è molto caro e che forse dovremmo riprendere seriamente in considerazione: IL CONCILIO VATICANO II.

Il “Patto delle Catacombe”: solo un ricordo del passato?

Posted by ariccianontace su 16 marzo 2009

Ecco un segno, tanto profetico quanto dimenticato, del Concilio Vaticano II che ci piace riportare alla memoria! Questa è la Chiesa che amiamo!

Da: ADISTA – SEGNI NUOVI N. 21/09

 Il “Patto delle catacombe” per una Chiesa serva e povera

domitillaIl 16 novembre del 1965, pochi giorni prima della chiusura del Vaticano II, una quarantina di padri conciliari hanno celebrato una Eucaristia nelle catacombe di Domitilla, a Roma, chiedendo fedeltà allo Spirito di Gesù. Dopo questa celebrazione, hanno firmato il “Patto delle Catacombe”. Il documento è una sfida ai “fratelli nell’Episcopato” a portare avanti una “vita di povertà”, una Chiesa “serva e povera”, come aveva suggerito il papa Giovanni XXIII. I firmatari – fra di essi, molti brasiliani e latinoamericani, poiché molti più tardi aderirono al patto – si impegnavano a vivere in povertà, a rinunciare a tutti i simboli o ai privilegi del potere e a mettere i poveri al centro del loro ministero pastorale. Il testo ha avuto una forte influenza sulla Teologia della Liberazione, che sarebbe sorta negli anni seguenti. Uno dei firmatari e propositori del Patto fu dom Helder Câmara, il cui centenario della nascita è stato celebrato il 7 febbraio. Ecco il testo.

 Noi, vescovi riuniti nel Concilio Vaticano II, illuminati sulle mancanze della nostra vita di povertà secondo il Vangelo; sollecitati vicendevolmente ad una iniziativa nella quale ognuno di noi vorrebbe evitare la singolarità e la presunzione; in unione con tutti i nostri Fratelli nell’Episcopato, contando soprattutto sulla grazia e la forza di Nostro Signore Gesù Cristo, sulla preghiera dei fedeli e dei sacerdoti della nostre rispettive diocesi; ponendoci col pensiero e la preghiera davanti alla Trinità, alla Chiesa di Cristo e davanti ai sacerdoti e ai fedeli della nostre diocesi; nell’umiltà e nella coscienza della nostra debolezza, ma anche con tutta la determinazione e tutta la forza di cui Dio vuole farci grazia, ci impegniamo a quanto segue:

 1) Cercheremo di vivere come vive ordinariamente la nostra popolazione per quanto riguarda l’abitazione, l’alimentazione, i mezzi di locomozione e tutto il resto che da qui discende. Cfr. Mt 5,3; 6,33s; 8,20.

 2) Rinunciamo per sempre all’apparenza e alla realtà della ricchezza, specialmente negli abiti (stoffe ricche, colori sgargianti), nelle insegne di materia preziosa (questi segni devono essere effettivamente evangelici). Cf. Mc 6,9; Mt 10,9s; At 3,6. Né oro né argento.

 3) Non possederemo a nostro nome beni immobili, né mobili, né conto in banca, ecc.; e, se fosse necessario averne il possesso, metteremo tutto a nome della diocesi o di opere sociali o caritative. Cf. Mt 6,19-21; Lc 12,33s.

 4) Tutte le volte che sarà possibile, affideremo la gestione finanziaria e materiale nella nostra diocesi ad una commissione di laici competenti e consapevoli del loro ruolo apostolico, al fine di essere, noi, meno amministratori e più pastori e apostoli. Cf. Mt 10,8; At. 6,1-7.

 5) Rifiutiamo di essere chiamati, oralmente o per scritto, con nomi e titoli che significano grandezza e potere (Eminenza, Eccellenza, Monsignore…). Preferiamo essere chiamati con il nome evangelico di Padre. Cf. Mt 20,25-28; 23,6-11; Jo 13,12-15.

 6) Nel nostro comportamento, nelle nostre relazioni sociali, eviteremo quello che può sembrare un conferimento di privilegi, priorità, o anche di una qualsiasi preferenza, ai ricchi e ai potenti (es. banchetti offerti o accettati, nei servizi religiosi). Cf. Lc 13,12-14; 1Cor 9,14-19.

 7) Eviteremo ugualmente di incentivare o adulare la vanità di chicchessia, con l’occhio a ricompense o a sollecitare doni o per qualsiasi altra ragione. Inviteremo i nostri fedeli a considerare i loro doni come una partecipazione normale al culto, all’apostolato e all’azione sociale. Cf. Mt 6,2-4; Lc 15,9-13; 2Cor 12,4.

 8) Daremo tutto quanto è necessario del nostro tempo, riflessione, cuore, mezzi, ecc., al servizio apostolico e pastorale delle persone e dei gruppi laboriosi ed economicamente deboli e poco sviluppati, senza che questo pregiudichi le altre persone e gruppi della diocesi. Sosterremo i laici, i religiosi, i diaconi o i sacerdoti che il Signore chiama ad evangelizzare i poveri e gli operai condividendo la vita operaia e il lavoro. Cf. Lc 4,18s; Mc 6,4; Mt 11,4s; At 18,3s; 20,33-35; 1Cor 4,12 e 9,1-27.

 9) Consci delle esigenze della giustizia e della carità, e delle loro mutue relazioni, cercheremo di trasformare le opere di “beneficienza” in opere sociali fondate sulla carità e sulla giustizia, che tengano conto di tutti e di tutte le esigenze, come un umile servizio agli organismi pubblici competenti. Cf. Mt 25,31-46; Lc 13,12-14 e 33s.

 10) Opereremo in modo che i responsabili del nostro governo e dei nostri servizi pubblici decidano e attuino leggi, strutture e istituzioni sociali necessarie alla giustizia, all’uguaglianza e allo sviluppo armonico e totale dell’uomo tutto in tutti gli uomini, e, da qui, all’avvento di un altro ordine sociale, nuovo, degno dei figli dell’uomo e dei figli di Dio. Cf. At. 2,44s; 4,32-35; 5,4; 2Cor 8 e 9 interi; 1Tim 5, 16.

 11) Poiché la collegialità dei vescovi trova la sua più evangelica realizzazione nel farsi carico comune delle moltitudini umane in stato di miseria fisica, culturale e morale – due terzi dell’umanità – ci impegniamo:

– a contribuire, nella misura dei nostri mezzi, a investimenti urgenti di episcopati di nazioni povere;

– a richiedere insieme agli organismi internazionali, ma testimoniando il Vangelo come ha fatto Paolo VI all’Onu, l’adozione di strutture economiche e culturali che non fabbrichino più nazioni proletarie in un mondo sempre più ricco che però non permette alle masse povere di uscire dalla loro miseria.

 12) Ci impegniamo a condividere, nella carità pastorale, la nostra vita con i nostri fratelli in Cristo, sacerdoti, religiosi e laici, perché il nostro ministero costituisca un vero servizio; così:

–   ci sforzeremo di “rivedere la nostra vita” con loro;

–  formeremo collaboratori che siano più animatori secondo lo spirito che capi secondo il mondo;

–  cercheremo di essere il più umanamente presenti, accoglienti…;

–  saremo aperti a tutti, qualsiasi sia la loro religione. Cf. Mc 8,34s; At 6,1-7; 1Tim 3,8-10.

 13) Tornati alle nostre rispettive diocesi, faremo conoscere ai fedeli delle nostre diocesi la nostra risoluzione, pregandoli di aiutarci con la loro comprensione, il loro aiuto e le loro preghiere.

Aiutaci Dio ad essere fedeli.

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IL PAPA REVOCA LA SCOMUNICA AI VESCOVI LEFEBVRIANI

Posted by ariccianontace su 26 gennaio 2009

L’articolo che segue, pubblicato su ADISTA, dava un’anticipazione del decreto che è stato effettivamente firmato dal Papa.

IL VENTENNIO DIMENTICATO. IL PAPA REVOCA LA SCOMUNICA AI VESCOVI LEFEBVRIANI?
34799. CITTÀ DEL VATICANO-ADISTA. La fine dello scisma aperto da mons. Marcel Lefebvre potrebbe essere imminente, con la completa vittoria dei tradizionalisti che rifiutano le riforme del Concilio Vaticano II: secondo quanto scritto il 22 gennaio dai quotidiani Il Giornale e Il Riformista, il decreto che revoca la scomunica dei quattro vescovi scismatici ordinati da mons. Lefebvre sarebbe già stato firmato da Benedetto XVI e mancherebbero solo pochi giorni alla sua pubblicazione. A confermare la notizia arrivano anche “autorevoli fonti vaticane” che alle agenzie non hanno voluto “né confermare né smentire” la notizia, preannunciando però novità sulla questione nel giro di pochi giorni. Da Ecône, sede della Fraternità sacerdotale San Pio X fondata da mons. Lefebvre, fanno sapere di essere “in attesa che il Vaticano pubblichi o meno questo famoso decreto”, confermando i contatti con il Vaticano e “l’attesa” e “la speranza” di uno sviluppo positivo a breve.

“Il decreto contenente la revoca della scomunica per i vescovi scismatici lefebvriani è pronto e uscirà nei prossimi giorni, probabilmente entro questa domenica – si legge nell’articolo sul Riformista –. L’ha redatto e firmato, per volere del papa, il presidente del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, l’arcivescovo Francesco Coccopalmerio”. Secondo Il Giornale, destinatari del provvedimento sarebbero i quattro vescovi ordinati da Lefebvre nel 1988, Bernard Fellay, l’attuale superiore della Fraternità, Alfonso de Gallareta, Tissier de Mallerais e l’ex-anglicano Richard Williamson. Si tratterebbe di una “revoca” della scomunica e non di una dichiarazione sulla sua “nullità”, come vagheggiato in un primo momento dai lefebvriani. Quanto alle modalità del rientro dei membri della Fraternità (circa 500 preti e oltre 250 seminaristi, oltre a circa 250 religiose) nel seno della Chiesa cattolica, sarebbero ancora in corso di definizione: forse, per i lefebvriani verrà eretta una seconda Prelatura personale dopo quella creata ad hoc da Giovanni Paolo II nel 1982 per l’Opus Dei.

Appena eletto, papa Ratzinger aveva da subito mostrato di voler sanare la frattura apertasi con la scomunica latae sententiae seguita all’ordinazione non autorizzata dal pontefice di quattro discepoli da parte di mons. Lefebvre – morto nel 1991 – che voleva così assicurare un futuro alla comunità da lui fondata. Il primo passo del pontefice, portato avanti anche al prezzo di spaccare i cattolici e malgrado le proteste e i dubbi di moltissimi vescovi, è stato il Motu Proprio Summorum Pontificum del 2007, che ha liberalizzato l’uso della messa preconciliare in latino. Successivamente, lo stesso Benedetto XVI, pur considerando “straordinario” il rito tridentino, ha reintrodotto, anche nelle messe che celebra secondo il rito “ordinario”, alcuni elementi antichi dell’antico rito, dal ricorso ai paramenti sontuosi abbandonati da papa Wojtyla alla comunione in ginocchio, alla celebrazione dando le ‘spalle al popolo’.

Ma il dissenso dei lefebvriani nei confronti del Concilio Vaticano II va ben al di là della questione liturgica e investe l’intera questione dei rapporti con la società moderna, con il rifiuto delle aperture conciliari su libertà religiosa, ecumenismo e democrazia. Ma Ratzinger, sin dal discorso ‘programmatico’ rivolto alla Curia il 22 dicembre del 2005, aveva spiegato come il Concilio non andasse interpretato nel senso di una “rottura” rispetto al passato ma in “continuità” con il Magistero e la tradizione della Chiesa. Non a caso, già in una lettera ai lefebvriani del giugno scorso firmata del card. Dario Castrillon Hoyos, presidente della Pontificia Commissione Ecclesia Dei incaricata dei rapporti con i tradizionalisti, il Vaticano glissava sul riconoscimento del Concilio. Castrillon si limitava a chiedere, come condizione per la revoca della scomunica, il riconoscimento del ruolo, dell’insegnamento e della persona del papa.

Nel quadro del superamento di questo stallo e del definitivo rientro in seno alla Chiesa delle ‘pecorelle smarrite’ di mons. Lefebvre, si inserisce anche la notizia (diffusa in un servizio di Panorama del 15 gennaio) che il vescovo scismatico avrebbe in realtà firmato di suo pugno tutti i documenti del Concilio Vaticano II, a cominciare dalla costituzione Gaudium et spes. “La firma di Lefebvre – ha annunciato al settimanale p. Piero Doria, officiale dell’Archivio segreto vaticano – appare in calce a tutti i testi del Concilio”.

Intanto, uno dei vescovi lefebvriani di cui Benedetto XVI starebbe per revocare la scomunica, Richard Williamson, è al centro di una polemica in Germania e in Svezia per aver negato, in un’intervista tv, la realtà dell’Olocausto – una questione che potrebbe complicare ulteriormente i rapporti già tesi tra Vaticano ed ebrei. “Credo che le prove storiche, in misura preponderante, vadano contro il fatto che sei milioni di ebrei siano stati uccisi nelle camere a gas come effetto di un ordine deliberato di Adolf Hitler”, ha detto in un’intervista al canale televisivo svedese Svt andata in onda il 21 gennaio. “Credo che le camere a gas non siano mai esistite”, ha aggiunto in risposta ad una esplicita domanda dell’intervistatore. A morire nei campi di concentramento nazisti, sarebbero stati solo “due o trecentomila ebrei. Ma nessuno di loro morì per le esalazioni delle camere a gas”.

Williamson, ex-anglicano convertito al cattolicesimo, uno dei quattro vescovi ordinati da mons. Lefebvre in persona nel 1988, era già stato al centro di polemiche nello scorso marzo, quando in un’intervista al settimanale cattolico britannico Catholic Herald aveva difeso l’esistenza dei cosiddetti “Protocolli dei Savi di Sion”. In quell’occasione, la Fraternità San Pio X si era rifiutata di prendere le distanze dal proprio vescovo.

In seguito all’intervista, che è stata girata nel seminario tedesco della Fraternità a Zaitkofen nello scorso mese di novembre, il Zentralrat der Juden in Deutschland, la principale organizzazione ebraica tedesca, avrebbe denunciato Williamson alla polizia e poiché secondo le leggi in vigore in Germania è illegale negare l’Olocausto, il vescovo rischia il carcere.

La polemica su Williamson si viene ad aggiungere ad un clima di tensione già alto, in Germania, tra ebrei e lefebvriani. In una lettera circolare inviata a Natale, il superiore della Fraternità per la Germania, p. Franz Schmidberger (che non è scomunicato in quanto il provvedimento si applica solo ai vescovi), ha scritto che “gli ebrei di oggi partecipano della colpa di deicidio, fino a quando non prenderanno le distanze dai loro predecessori credendo nella divinità di Gesù Cristo”. Secondo quanto scrive il settimanale tedesco Der Spiegel, Dieter Graumann, vicepresidente del Zentralrat, ha chiesto alla Chiesa cattolica tedesca di prendere esplicitamente le distanze dalla Fraternità San Pio X, anche in vista dell’annunciato (ma mai confermato) viaggio di Benedetto XVI in Israele. Fino ad oggi, l’unica risposta è arrivata dal vescovo di Amburgo, mons. Hans-Jochen Jaschke, che ha ricordato come, al momento in cui scrive, “la Chiesa cattolica non abbia nulla a che fare con la Fraternità”. (alessandro speciale)

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Il Concilio Vaticano II

Posted by ariccianontace su 20 ottobre 2008

“Rinnova nella nostra epoca i prodigi come di una novella Pentecoste e concedi che la Chiesa Santa, riunita in unanime, più intensa preghiera attorno a Maria Madre di Gesù e guidata da Pietro, diffonda il regno del Salvatore Divino, che è regno di verità, di giustizia, di amore e di pace. Così sia”. (Preghiera conclusiva della Humanae Salutis, la costituzione apostolica con cui Giovanni XXIII convocava il Concilio)

  

Sono passati più di quarant’anni dal termine del Concilio … quali i frutti che ne sono scaturiti? quali le conseguenze?

 

Per cominciare, a beneficio soprattutto dei più giovani (ma non solo …) ricordiamo brevemente cosa fu il Concilio Vaticano II e come si collocò storicamente.

 

Il Concilio Ecumenico Vaticano II fu indetto il 25 gennaio 1959 da papa Giovanni XXIII,  che lo aprì ufficialmente l’11 ottobre 1962. Alla morte di Giovanni XXIII (3 giugno 1963) fu continuato dal suo successore Paolo VI. Terminò il 7 dicembre 1965.

 

Il Concilio promulgò i seguenti documenti:

 

4 Costituzioni

3 Dichiarazioni

9 Decreti

 

Com’era prevedibile, la componente “tradizionalista” della Chiesa non comprendendo la necessità di un nuovo Concilio a meno di 100 anni dal Vaticano I, manifestò fin da subito e apertamente la sua posizione.

Perché venne detto “Ecumenico”? Beh, il Concilio radunò cardinali, patriarchi e vescovi cattolici da tutto il mondo. Fu la prima vera occasione per conoscere realtà ecclesiali fino a quel momento rimaste ai margini della Chiesa, soprattutto le Chiese latino-americane ed africane. Per di più, al Concilio parteciparono per la prima volta, in qualità di osservatori, anche esponenti di altre Chiese cristiane.

In conclusione, fu un Concilio prettamente “pastorale”, con il quale si volle “aprire la Chiesa alla lettura dei segni dei tempi” e “far entrare aria nuova nella Chiesa”.

I documenti che furono prodotti ed il grande vento di rinnovamento che attraversò tutta la Chiesa segnarono gli anni a seguire .

Cosa è rimasto di quel grande momento profetico?

Cosa può ancora dire ai cristiani di oggi?

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