Ariccia non tace!!!

IL DIALOGO E L’ACQUA SANTA

Papa: il maggior pericolo per la Chiesa è il male che la inquina dall’interno

Posted by ariccianontace su 29 giugno 2010

ANSA

Il ”pericolo piu’ grave” per la Chiesa oggi non viene dalle ”persecuzioni” esterne ma dal male che la ”inquina” dall’interno. Lo ha affermato Benedetto XVI, non citando direttamente lo scandalo della pedofilia, durante l’omelia della messa celebrata nella basilica vaticana nella solennita’ dei santi Pietro e Paolo.

“Se pensiamo ai due millenni di storia della Chiesa, possiamo osservare che – ha detto il Papa nell’omelia – non sono mai mancate per i cristiani le prove, che in alcuni periodi e luoghi hanno assunto il carattere di vere e proprie persecuzioni”. “Queste, però – ha proseguito -, malgrado le sofferenze che provocano, non costituiscono il pericolo più grave per la Chiesa. Il danno maggiore, infatti, essa lo subisce da ciò che inquina la fede e la vita cristiana dei suoi membri e delle sue comunità, intaccando l’integrità del Corpo mistico, indebolendo la sua capacità di profezia e di testimonianza, appannando la bellezza del suo volto“. Citando l’apostolo Paolo, Benedetto XVI ha fatto cenno “ad alcuni problemi di divisioni, di incoerenze, di infedeltà al Vangelo che minacciano seriamente la Chiesa”, e anche agli “atteggiamenti negativi che appartengono al mondo e che possono contagiare la comunità cristiana: egoismo, vanità, orgoglio, attaccamento al denaro, eccetera”. Sempre facendo riferimento ai testi paolini, il Papa ha comunque aggiunto che “vi è una garanzia di libertà assicurata da Dio alla Chiesa, libertà sia dai lacci materiali che cercano di impedirne o coartarne la missione, sia dai mali spirituali e morali, che possono intaccarne l’autenticità e la credibilità”.

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Il Vangelo di domenica 27 giugno 2010

Posted by ariccianontace su 24 giugno 2010

Lc 9, 51-62 

Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione (indurì il volto) di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé (al suo volto). Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché (il volto di lui) era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio. Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio». Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio».

I giorni stanno per compiersi e Gesù sa che il tempo stringe. Gerusalemme è la meta.

Nella vita di ognuno arriva il momento in cui bisogna necessariamente fare i conti con Gerusalemme.

Gesù, figlio dell’uomo, ne è consapevole. Luca rende molto efficacemente (peccato che dalla traduzione in italiano ciò non appaia) l’immagine di un volto che cambia, i cui lineamenti si induriscono, quasi a rappresentare la tensione che prevade l’intera persona, la determinazione risoluta di chi sa che sta per affrontare una strada senza ritorno.

Gerusalemme, il luogo dove fare verità. Gerusalemme, la città del sacro e, insieme, del potere, del tempio e del trono. Gerusalemme, che acclamerà il Messia figlio di Davide. Gerusalemme, che darà la morte.

E’ la fine ed il fine del cammino, per Gesù e per i suoi.

Ecco che, allora, lungo il percorso che porta a Gerusalemme, bisogna fare chiarezza.

Scopriamo che non tutto è come sembra, che chi dovrebbe essere vicino a Gesù è tremendamente lontano. I discepoli inviati a preparare il suo arrivo falliscono miseramente il compito loro affidato e, per di più, invocano il fuoco distruttore sui Samaritani colpevoli di non voler accogliere Gesù. E loro stessi, quanto hanno interiorizzato gli insegnamenti del Maestro che parlava d’amore e fraternità?

Scopriamo, lungo la strada per Gerusalemme, che di nuovo le cose non sono come pensiamo. Il cammino ora si snoda attraverso territori “ostili”, non ortodossi, nella terra di Samaria. Tre uomini, tre storie. Tre persone “lontane”, pagane. Eccoli diventare improvvisamente interlocutori privilegiati di Gesù. D’un tratto i discepoli scompaiono e proprio attraverso i tre Samaritani scopriamo il segreto della sequela autentica.

Nei tre uomini si specchia la nostra storia, essi ci rimandano in sequenza i fotogrammi del nostro cammino di avvicinamento a Gesù.

L’entusiasmo del primo (“ti seguirò dovunque tu vada”) che deve essere in qualche modo “ridimensionato”, riportato alla realtà. E’ l’entusiasmo della scoperta di Gesù, quello che scaturisce dall’aver ricevuto l’annuncio della bella notizia, è l’innamoramento, l’ebrezza, ma anche il tempo dell’emotività e del rischio di confondere le vere motivazioni del proprio agire. Attento, gli dice Gesù, chi mi segue non avrà una vita facile. Non troverà appoggi e rifugi, non ci saranno riconoscimenti né onori. Dovrà trovare in se stesso la forza e la perseveranza per andare avanti.

L’incertezza del secondo (“permettimi di andare prima a seppellire mio padre”). E’ il momento in cui la Parola ha fatto breccia in noi e vorremmo sinceramente darle un posto nella nostra vita … un posto sì, ma proprio il primo? C’è sempre un “padre” da seppellire … un’ambizione, un’idea, una convinzione, un preconcetto, una sovrastruttura … rinunciarvi? … andare avanti? Sì, ma senza fretta, forse addiruttura salvandone almeno la “memoria”. Insomma, tagliare col passato va bene, ma senza esagerare! E Gesù invece chiede proprio una svolta radicale e completa: che i morti seppelliscano i morti, che il passato sia definitivamente e pienamente “passato”, perché egli possa “fare nuove tutte le cose”.

La paura di aprirsi del terzo (“prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia”). Una volta chiuso con il passato, resta ancora un impedimento per poter davvero seguire Gesù in piena libertà: la chiusura. La grande paura di perdere la propria collocazione sociale, abbracciando per davvero la logica pura dell’amore e della fraternità. E’ la sfida più grande, il passaggio cruciale. Lo stesso Gesù ha dovuto rompere i legami familiari e divenire straniero nella sua casa, nella sua terra. L’esigenza di congedarsi da “quelli di casa mia” dice la volontà di continuare a distinguere tra loro e gli altri, di mantenere i confini, gli steccati. Soprattutto, di lasciarsi una via di fuga, un’uscita d’emergenza, di non tagliare i ponti. Ma il Regno di Dio non funziona così. Se metti mano all’aratro, se decidi di tracciare il solco per seminare la Parola, non tornare sui tuoi passi, vanificheresti tutto, distruggeresti il lavoro fatto e il seme non germoglierà. Il segreto è andare avanti, con la fiducia che il raccolto ci sarà e sarà abbondante.

Il segreto è aprire i propri orizzonti fino ad abbracciare il mondo intero, senza paura. E’ la scommessa su un Amore che diventi casa, terra, patria comune per l’intera umanità.

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Don Vitaliano Della Sala | Lettera aperta al cardinale Sepe

Posted by ariccianontace su 24 giugno 2010

Don Vitaliano Della Sala | Lettera aperta al cardinale Sepe

di don Vitaliano della Sala, da donvitaliano.it

Signor cardinale,

io non sono tra quelli che – come ha fatto il portavoce del Vaticano che ha parlato di una gestione attuale dei beni della Congregazione, di cui lei è stato Prefetto, “diversa dalla precedente” – scaricano su di lei ogni responsabilità delle scelte poco chiare che oggi emergono nelle varie inchieste della magistratura.

Lei oggi è alla ribalta della cronaca per una vicenda che non fa onore alla nostra Chiesa. Una vicenda sulla quale non spetta certamente a me – né a nessun altro che non sia la magistratura – emettere un verdetto anticipato, ma rispetto alla quale, però, mi sento nel pieno diritto di fare e suggerire alcune riflessioni.

Voglio partire – e fermarmi – dalla presunzione della sua innocenza.

In questo momento lei ha su di sé i riflettori accesi e l’attenzione di stampa e televisione. Da innocente, quale occasione migliore per rendere, di fronte ai molti milioni di persone che la ascoltano e la guardano, un’autentica testimonianza cristiana, un messaggio chiaramente diverso da quello che molti inquisiti potenti hanno mandato in questi anni. Lei è un cardinale, un “cardine” su cui poggia la Chiesa, uno dei prescelti a testimoniare fino all’estremo, fino al sangue, che il rosso porpora della sua veste le ricorda continuamente; è uno dei prìncipi della Chiesa e essere principe nella Chiesa è diverso da essere potenti nel mondo, è essere uno dei prìncipi di quel re, Gesù Cristo, che si è lasciato processare dagli uomini come l’ultimo dei delinquenti. Ma tutto questo non devo essere io a ricordarglielo.

Sono certo che lei non si difenderà “egoisticamente” gettando facile discredito su magistrati inquirenti e giornalisti, come solitamente fanno i potenti; e sono certo che lei non si difenderà abusando della sua posizione e del ruolo che ricopre.

Alcuni anni fa, quando lei era stato scelto da papa Giovanni Paolo II per preparare il Giubileo del 2000, e cominciavano ad essere evidenti le contraddizioni e gli sprechi che si stavano manifestando nella preparazione di quell’evento, le scrissi una lettera, ripresa da alcuni giornali, per ricordarle la condizione di precarietà di ogni povero. Con la mia Comunità parrocchiale stavo riflettendo in modo sofferto sulle contraddizioni del Giubileo, quando un vecchio, che leggeva da un quotidiano le notizie che si rincorrevano in quei giorni, sui finanziamenti sproporzionati per il Giubileo, sorridendo mi chiese cosa ne pensassi; di fronte ai miei imbarazzati giri di parole per dipingere luci ed ombre di un fenomeno che, da esclusivamente religioso quale dovrebbe essere, stava diventando troppo economico, mi ricordò un detto delle nostre zone che forse anche Lei conosce: “Scialate puttane che sta arrivando il Giubileo”. Il grande appuntamento del 2000 stava cominciando a prendere la mano degli organizzatori e, nello stesso tempo, a sfuggirvi di mano. Dietro l’imponente macchina messa in moto si intravedeva, purtroppo, la grande tentazione farisaica dell’esteriorità.

Il Grande Giubileo stava diventando un grande circo, sempre più simile alle olimpiadi o ai mondiali di calcio, ma di ben più grandi proporzioni. Era diventato un treno sul quale chiunque aveva la possibilità di gestire qualcosa stava cercando di salire, non importava se con urti e spintoni, non importava a cosa fossero davvero finalizzati i progetti e quale ne fosse l’utilità e la qualità.

Oggi i nodi vengono al pettine. Spero sinceramente che la sua posizione giudiziaria venga chiarita senza ulteriori conseguenze e che lei risulti estraneo alla corruzione e ad altri reati. Credo, comunque, che questa triste vicenda vada vista come provvidenziale e sia lo stimolo per lanciare nella Chiesa, semmai a partire da lei, una approfondita riflessione sul giusto rapporto che deve intercorrere tra i vertici della Chiesa e quelli civili, tra i vescovi e i potenti, tra il Vaticano e i potentati economici e finanziari, tra i beni terreni che la Chiesa gestisce e i poveri, soprattutto in un tempo di crisi economica globale che l’umanità sta subendo.

Approfittiamo per liberarci dalla frenesia delle cose inutili che ci fanno perdere di vista quelle davvero necessarie; approfittiamo per riconciliarci con la terra, che non deve più essere oggetto di sfruttamento, e con gli uomini e le donne che la abitano, che non devono essere più sfruttati. “Spalancate le porte a Cristo” è stato lo slogan dell’ultimo Giubileo: spalanchiamo le porte ai poveri cristi; spalanchiamo, ad esempio, le porte delle case di proprietà della Chiesa, e lasciamoci entrare i tanti, i troppi senzatetto.

Spalanchiamo le porte delle favelas e di tutte le periferie, delle case di cartone dei barboni, dei campi profughi, dei reparti d’ospedale dove chiudono i loro giorni i malati terminali, delle celle dei prigionieri politici, delle case dei disoccupati e degli sfruttati, di ogni luogo dove è vivo il dolore e troppo debole la speranza. Porte attraverso cui poter entrare, porte attraverso cui qualcuno, grazie anche a noi, potrà finalmente uscire.

Se, anziché queste porte, permetteremo ancora che si aprano le porte delle banche, degli uffici dei progettisti e delle mega imprese, dei burocrati, dei politicanti e degli affaristi, se lasceremo che si aprano ancora di più le porte dei ricchi, allora le porte di Dio resteranno davvero chiuse, soprattutto per noi!

Con cristiana franchezza
don Vitaliano Della Sala

(23 giugno 2010)

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I PERICOLI DEL FEDERALISMO LEGHISTA:intervista a don Walter Fiocchi

Posted by ariccianontace su 25 maggio 2010

 

da ADISTA Notizie N. 41

35595. ROMA-ADISTA. “Abbiamo a che fare con politiche di riforma caratterizzate da molti elementi d’incertezza, a metà strada tra un funzionale compromesso fra principi di uguale valore (autonomia fiscale e riduzione delle disuguaglianze tra i territori) e la produzione di decisioni-manifesto, spendibili sul piano del consenso ma fragili sul piano dell’architettura istituzionale e del tasso di reale innovazione”. Il giudizio è contenuto nel Documento preparatorio per la 46esima Settimana Sociale dei Cattolici Italiani presentato lo scorso 10 maggio a Roma. “È forse opportuno”, si legge ancora nel documento, firmato dal Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali, “intraprendere un percorso che consenta di meditare nuovamente sui dualismi e sulle differenze territoriali del Paese, ampliando la riflessione al federalismo inteso come decentramento funzionale e non solo territoriale, evitando gli effetti perversi di quello che viene etichettato come ‘federalismo per abbandono’ e analizzando le potenzialità di soluzioni istituzionali differenziate per le diverse realtà territoriali, secondo un’intuizione che, in fondo, apparteneva agli stessi costituenti”.
Questa presa di posizione dei vescovi italiani rappresenta una delle poche voci critiche che nel nostro Paese si sono levate sulla riforma federalista. Da una parte, infatti, la maggioranza di governo non sembra avere né la forza né l’intenzione per porre argini ai diktat leghisti (come chiesto più volte, e invano, dal presidente della Camera Gianfranco Fini). Dall’altra il centrosinistra appare più che altro timoroso di ingrandire il fossato che la separa da vastissimi settori dell’elettorato settentrionale; di qui le critiche assai blande al progetto anche da parte di quegli ambienti che hanno fatto dell’opposizione più intransigente la propria cifra identitaria. Eppure, proprio la crisi finanziaria che in queste settimane si è abbattuta sull’Europa – e che ha già lasciato sul terreno la prima vittima, la Grecia, costretta ad un piano ‘lacrime e sangue’ per accedere ai finanziamenti dell’Unione Europea, nell’impossibilità di piazzare i titoli del proprio debito pubblico sui mercati finanziari – dovrebbe contribuire a suggerire un po’ di prudenza sulla riforma federalista.

Su questo tema Adista ha voluto sentire il parere di un prete settentrionale, don Walter Fiocchi, attualmente parroco di San Giorgio in Castelceriolo, una frazione di Alessandria. (emilio carnevali)
Don Walter, il documento preparatorio per la 46esima Settimana Sociale mette in guardia rispetto ad alcuni esiti possibili della riforma federalista, primo fra tutti una crescita delle disuguaglianze territoriali accompagnata dalla riproduzione su scala locale delle stesse inefficienze burocratiche che caratterizzano il livello nazionale. Si sente di condividere questo tipo di “allarmi”?
Certamente sì! Anche perché il “federalismo” di cui si parla mi pare sia una sorta di “fantasma” dai contorni indistinti. Con molte incertezze di linguaggi e contenuti. Che cos’è in realtà il “federalismo fiscale”, che sembra ormai rappresentare il principale modo di declinazione della parola? Mi pare forte il rischio che il tentativo di valorizzare le risorse e le ricchezze locali si traduca in una esponenziale crescita delle disuguaglianze, che solo semplicisticamente possono essere attribuite all’apatia di certe regioni e di certe culture e ad un loro adagiarsi su un comodo assistenzialismo. La ricchezza di alcuni territori è cresciuta nei decenni passati anche grazie all’impoverimento di altri, per mancanza di una visione complessiva, per lo sfruttamento di persone e territori, per l’assenza di politiche di sviluppo globale del Paese, per la connivenza, ancora attuale, con alcuni mali endemici (come la criminalità organizzata di varia denominazione) soprattutto di alcune regioni del Sud: la sbandierata cattura di qualche personaggio a volte pittoresco e da soap opera televisiva non va comunque a toccare la struttura di potere economico-politica che ha i suoi gangli vitali non a Corleone o a Casal di Principe o in qualche sperduto paese della Sicilia, ma nei palazzi del potere reale. È come se dimenticassimo, guardando al mondo, che una causa determinante del sottosviluppo di molti è anche lo sfruttamento colonialista che ha significato per contro la ricchezza di altri.

Nel corso dell’ormai decennale dibattito sul federalismo si ha spesso l’impressione che non ci sia spazio al Nord per proposte politiche alternative ad un certo “sindacalismo del territorio”, declinato peraltro in forme oltremodo rabbiose – con venature di esplicita xenofobia – dalla Lega.
Io osservo con preoccupazione alcuni fatti. Primo: nella povertà di cultura degli esponenti leghisti “federalismo” è spesso sinonimo di “localismo”, quasi secondo il motto: “Piccolo è bello, piccolo è meglio”. Dimenticando che nel piccolo si è a volte costretti all’improvvisazione di competenze che mancano, ci si trova di fronte a carenza di specializzazioni, si ricorre ad una sorta di “fai da te”, si vedono gli altri come estranei o ospiti utili se provvedono al mio personale benessere, si fanno rinascere “nazionalismi” che abbiamo già sperimentato come catastrofici nella storia, si valorizzano individualismi ed egoismi che se producono un benessere immediato riveleranno presto – la crisi finanziaria attuale è già una rivelazione – i loro piedi di argilla, perché viviamo in un tempo e in un mondo interdipendente, dove un lieve raffreddore alla Borsa di New York può provocare una polmonite in Brianza.
Secondo: la xenofobia leghista in realtà racchiude in sé una sorta di deriva “schiavista”: “Tu vieni e stai finchè mi servi, finché contribuisci alla mia ricchezza”; inoltre “fuori dal lavoro sparisci, non devi essere riconoscibile nella tua diversità, perché ‘a casa nostra padroni siamo noi!’”.
Terzo: la povertà di cultura (basta sentire le dichiarazioni di esponenti di primo piano della Lega) diventa un “ragionar per slogan”. Molti regimi del passato hanno conquistato potere e popolarità sulla base di slogan che facevano appello alla “pancia” della gente e portando alla luce i loro sentimenti deteriori…
 
Dopo le recenti elezioni regionali c’è stata una specie di gara fra alcuni esponenti delle gerarchie ecclesiastiche nello “sdoganamento” della Lega. Mons. Fisichella ha detto addirittura che il partito di Bossi manifesta una “piena condivisione” del pensiero della Chiesa sui problemi etici. Ma non sono “problemi etici” anche quelli dell’immigrazione, della guerra, dell’ambiente, ecc.?
Io ho visto una “piena condivisione” solo sul tema della Ru486, su qualche atteggiamento “omofobo” presente anche nella Chiesa e sulla “difesa identitaria” del crocifisso. O forse piuttosto è qualche “uomo di Chiesa” che condivide la posizione “etica” della Lega sui temi elencati: guerra, ambiente, immigrazione! Non da oggi io ritengo piuttosto che il successo della Lega dovrebbe essere visto dalla Chiesa come un serio, grave, “problema pastorale”. Che ne è del “pensiero sociale cristiano”? La posizione leghista ne rappresenta una nuova pagina o una riscrittura? La sussidiarietà è uguale al “localismo” leghista? Il concetto di “bene comune” delle ultime encicliche sociali ha qualche parentela con quello leghista? Credo che “bene comune” sia un concetto che va declinato “al futuro” non nell’immediato del piccolo interesse personale qui e ora. Mi pare che la Lega sia piuttosto passata da una ricerca identitaria di una presunta “cultura celtica” un po’ fumettistica ad una fondazione identitaria radicata in un cristianesimo molto eurocentrico ma affatto evangelico. Ma la Chiesa è più preoccupata dell’identità europea o di un annuncio missionario del Vangelo? È più importante portare la gente sulla “soglia di Dio” perché possa aver fede – cioè “una felice relazione con lui” – o imporre, magari con l’aiuto della legge, i “valori etici cristiani”, del resto sempre suscettibili di approfondimento e di nuova comprensione se diamo spazio allo Spirito?
Anche le celebrazioni per il 150.esimo anniversario dell’Unità d’Italia sono state occasione di polemiche e divisioni nel nostro Paese. Cosa rappresenta per lei questa data e come giudica la posizione di coloro che – per riprendere un’espressione usata dal Presidente della Repubblica Napolitano – “balbettano giudizi liquidatori sul conseguimento dell’unità, negando il salto di qualità che l’Italia tutta, unendosi, fece verso l’ingresso a vele spiegate nell’Europa moderna”?
Non sono mai stato, né sono diventato ora, un mitizzatore del Risorgimento. Ma altro è la retorica risorgimentale altro il riconoscimento di una unità di popolo che già era patrimonio del Medioevo, radicata proprio negli autentici “valori cristiani”, al di là delle divisioni politiche, cui peraltro contribuiva il potere ecclesiastico. È difficile anche in campo ecclesiale trovare l’equilibrio tra “unità” e “uniformità”. A me piace guardare alle differenze tra cristiani (differenze di teologia, di tradizioni, di musica, di riti) come ad una ricchezza dell’unica Chiesa di Cristo che è appunto “cattolica”, non europea o romana nel senso localistico del termine. Così per l’Italia. Un’Italia che trova la sua ragione di unità in quel patrimonio comune che è la Costituzione, per la quale l’unità del Paese è indiscutibile. Se qualcuno ritiene di contestare questa unità lo può fare, ma se ha prestato giuramento su questa Carta e non si riconosce più in questo principio fondamentale lo può fare in un solo modo: dimettendosi! (e. c.)

 

 

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CARO DON TONINO, HO NOSTALGIA DI TE

Posted by ariccianontace su 13 maggio 2010

ADISTA

17 anni dalla morte
Caro don Tonino, ho nostalgia di te

di Nichi Vendola

Caro don Tonino, faccio sempre il gioco di provare a guardare il mondo mettendomi dal punto di vista delle tue parole, inseguendo il tuo sguardo, inerpicandomi sulle vette delle tue domande rivolte al gregge ma anche ai pastori, smarrendomi lungo le latitudini sconfinate del tuo pensiero di Dio: del Dio che danza sulle gambe dei poveri, che si fa compagno piuttosto che giudice della storia umana, che carezza i perdenti e annuncia la novella di una resurrezione dalla morte, che stringe un nodo potente tra il divino e l’umano, tra il tempo e l’eternità.

Ma penso che i tuoi occhi, a poter vedere in rapida sequenza il film di questi anni cupi che ci separano dalla tua scomparsa, sarebbero abbagliati dalla luce sporca dello scandalo.

Siamo in un punto buio della notte, ci siamo pure persi la sentinella biblica a cui chiedere notizie sull’arrivo di una agognata alba, forse ci siamo abituati alle luci artificiali e il tempo dell’attesa (dell’Avvento) si è come impigliato in un orologio da supermarket: una immensa nube tossica di oblio, di indolente distrazione, di colpevoli amnesie, assedia il nostro presente. Se non conosci il passato, il suo ritmo e la sua fatica, rischi di non imparare il confine tra il bene e il male, rischi di non imparare l’arte difficile del discernimento.

La coniugazione di Sant’Agostino dei tre tempi del presente (il passato del presente, il presente del presente, il futuro del presente) si sfrangia nell’attimo fuggente del vortice consumista. Il futuro è ipotecato dal virus produttivo ed esistenziale della precarietà. Il mondo è globale nelle truffe finanziarie ma è maledettamente territorializzato nelle patrie della purezza etnica o della solidarietà mafiosa e corporativa.

Vedi, don Tonino, io sento nostalgia struggente della tua voce e della tua cosmogonia, perché ho l’impressione che le cose si siano fatte molto più complicate. L’eroe del nostro tempo non è certo quel tuo samaritano o zingaro o beduino che dinanzi a una qualunque vittima (e dunque dinanzi al

calvario di Cristo) «lo vide e ne ebbe compassione». Il sacerdote e il levita che hanno una certa fretta autostradale, lungo la Gerusalemme-Gerico della nostra quotidianità, saranno loro i nostri pedagoghi, la nostra fredda cattedra di realismo benpensante. Oggi vincono e convincono quelli che non hanno tempo per occuparsi di vittime, di poveri, di esuberi, di quelle «pietre di scarto» che nel Vangelo saranno le «pietre angolari» dell’edificio della salvezza: quelli che girano lo sguardo da un’altra parte, quelli che fingono di non vedere l’orrore, quelli sono gli eroi di cartapesta del nostro immaginario e della nostra etica pubblica.

Oggi gli afflitti vengono ulteriormente afflitti e i consolati ulteriormente consolati. Sembra un universo capovolto con un dio seriale e mediatico, talvolta usato come un sedativo o magari un eccitante spirituale, come un Internet teologico. La crisi del mondo scopre le proprie carte persino con uno sconosciuto vulcano islandese che, risvegliandosi ed eruttando, con la sua nube premonitrice avvolge l’intera Europa. Non c’è varco che indichi l’intangibilità della vita: l’economia appiccica prezzi e toglie valore alle persone, la mercificazione non ha senso del limite, anche i bambini sono merce-lavoro esposti a qualsivoglia violazione, i vecchi sono delocalizzati dalla finanza domestica e rottamati o esiliati, le donne pagano a prezzo salatissimo la rivendicazione della propria libertà (cioè della propria dignità), torna la stagione degli acchiappafantasmi. Ognuno ha la propria ossessione, il proprio fantasma da esorcizzare.

Torna, come se la storia si fosse del tutto ammutolita, la ruvida antropologia dell’antisemitismo, c’è chi vorrebbe metter su un Ku Klux Klan in versione padana, gli stranieri sono l’extra della nostra umanità, oltre che della nostra comunità: appunto, extra-comunitari. E poi clandestini. Figli di un altro dio, di nessun dio.

La pace di Isaia, il disarmo dei pacifisti, il digiuno che purifica, l’astinenza dall’odio: dov’è tutto questo, carissimo don Tonino? Dov’è la Pasqua della responsabilità sociale e della convivialità culturale? Anche la Chiesa spesso pare più vocata all’autodifesa che non all’annuncio. L’Annuncio, sì carissimo pastore, quello che tu hai saputo incarnare nella ferialità di un amore senza misura («charitas sine modo»): amore capace di giudizio storico, capace di passione civile, capace di condivisione radicale.

Tu sapevi essere la sentinella che annuncia l’alba. E i tuoi scritti, le tue preghiere, le tue sacre sfuriate, la tua dolcezza accogliente, erano fasci di luce che illuminavano i nostri passi. Ti ho scritto questa lettera in tono apocalittico, perché tu mi hai insegnato che bisogna denunciare il male non per stimolare cinismo e rassegnazione, ma per allenare la coscienza alla ricerca del bene, del giusto, del bello. Ora che comincio a misurare l’agenda dei miei ricordi in decenni, ora che mi capita di avere più confidenza con la tristezza dei lutti, ora sento più forte la tua voce (quella tua salentinità planetaria) che ci dice di rallegrarci, di saper scorgere il profilo dell’aurora anche quando ci si senta sprofondati nel buio degli abissi. Don Tonino, la tua santità continua a dare luce e calore. A me, a tanti. Sempre ci accoglie la tua ala di riserva.

(Tratto da: www.lagazzettadelmezzogiorno.it)

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Il Vangelo di domenica 11 aprile 2010

Posted by ariccianontace su 9 aprile 2010

Gv 20,19-31

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

E’ la sera di un giorno speciale, primo giorno dopo il sabato, giorno “uno” dell’era cristiana.

Il giorno della pietra rotolata, della tomba vuota.

Giorno di gente che corre …

La corsa affannata e angosciata di Maria Maddalena che teme di aver perso per sempre anche il ricordo di Gesù, il suo corpo rubato da chissà chi …

La corsa “da leader”, ma lenta, di Simon Pietro che, immediatamente, va a verificare quanto ci sia di vero nelle parole di quella donna sconvolta e probabilmente visionaria …

La corsa leggera e veloce del discepolo amato, quello che era rimasto sotto la croce a veder morire Gesù, che davvero “era stato con lui” e non poteva non aver capito …

Giorno di sguardi …

Lo sguardo incredulo e sorpreso di Maria, alla vista del sepolcro vuoto …

Lo sguardo “investigativo” di Pietro, che guarda le fasce ed il sudario abbandonati …

Lo sguardo di fede del discepolo amato, che “vede e crede” …

Giorno dell’annuncio della resurrezione …

L’annuncio di Gesù a Maria Maddalena ed il successivo “mandato” a dare la notizia ai fratelli (è, in assoluto, la prima evangelizzatrice) …

L’annuncio di Maria Maddalena ai discepoli …

Un giorno eccezionale, dunque, il giorno per eccellenza, il giorno della consapevolezza e della rivelazione.

Eppure …

Anche l’esperienza più forte ed entusiasmante, la più affascinante e luminosa, deve fare i conti con la natura umana. I ripensamenti, i dubbi, le incertezze. Le paure. La paura di sperare, di illudersi, la paura di volare troppo in alto e poi cadere.

Si fa sera.

Le ombre a poco a poco sfumano i contorni delle cose, ciò che sembrava chiaro diventa incerto, forse era solo un’illusione dettata dalla speranza, i fantasmi tornano a bussare al cuore e alla mente …

I discepoli, nella sera di quel primo giorno, si rinchiudono, serrano le porte e si rifugiano, impauriti, nel loro piccolo mondo conosciuto. Hanno paura dei Giudei, ma ancora di più hanno paura di fare i conti con il grande mistero della vita. Hanno paura di lasciar travolgere la propria vita dalla notizia ricevuta. Non vogliono davvero riceverla fino in fondo. Anche il discepolo amato, quello che ha visto e creduto, anche lui è lì, anche per lui è sopraggiunta la sera, la penombra, il dubbio.

Ed allora è la notizia stessa che si rende presente in mezzo a loro. Può chi ha rotolato via la pietra del sepolcro, lasciarsi fermare dalle porte chiuse degli uomini? Gesù è lì, vivo, al centro della piccola comunità incerta e confusa. Molti errori hanno commesso i discepoli, ma hanno fatto la scelta fondamentale: erano insieme.

Spaventati, ma insieme. Increduli, ma insieme. Scoraggiati, ma insieme. Insieme, e tanto è bastato. “Venne Gesù e stette in mezzo a loro”. La pace e lo spirito di vita Gesù li dona ad una comunità, sgangherata e, forse, inconsapevole, ma “comunità”.

E Tommaso? Dov’era Tommaso? Chissà cosa cercava, dove si aggirava, cosa gli passava per la testa.

Forse era più coraggioso degli altri, forse più individualista, forse aveva più bisogno di tutti di trovare delle risposte … La sua sera Tommaso se la vuole vivere da solo.

Tommaso, fratello, anzi “gemello” (Didimo) di ogni uomo che nell’angoscia e nel dubbio si rinchiude in se stesso.

Tommaso, che nella sua solitudine, infine, ritorna a “casa” dove ascolta le parole che forse in cuor suo desiderava sentire. “Abbiamo visto il Signore!”

Tommaso, cioè Didimo, cioè gemello (è interessante notare come anche il nome Tommaso, in aramaico, significhi “gemello”).

Gemello nostro, ma anche gemello di Gesù.

Tommaso il gemello di Gesù, Tommaso che, quando Gesù, sfidando il pericolo incombente, si reca da Lazzaro, afferma con semplicità: “Andiamo anche noi a morire con lui!” (Gv 11,16). Tommaso che ha compreso e accettato il messaggio dell’amore gratuito.

Tommaso che cerca le prove della resurrezione, perché ha una voglia disperata di credere, di lasciar esplodere quella fede che è già in lui e che lo porta quasi a sfidare Gesù, per vedere e toccare ciò che in cuor suo già sa: nelle piaghe del crocifisso, nei segni dell’amore donato senza limiti, splende la luce di Dio!

Ancora otto giorni, ancora la comunità riunita, e stavolta c’è anche Tommaso. Gesù viene, ancora, e sta in mezzo a loro. Ecco le mani forate, ecco il fianco piagato … metti le tue mani nelle mie ferite … fratello mio!

Non sappiamo se Tommaso, il gemello, abbia toccato le piaghe di Gesù … forse si è fermato sull’orlo di quella voragine d’amore, ma ciò che cercava l’ha certamente trovato, tanto che non ha più dubbi.

Ed è sua la più semplice e bella professione di fede di tutti i vangeli e di ogni tempo: “Mio Signore e mio Dio!”

Tommaso, il gemello, che, come in uno specchio mi rimanda la mia immagine ed, insieme, quella di Gesù e disvela il senso profondo della mia vita.

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UN VESCOVO ILLUMINATO

Posted by ariccianontace su 8 aprile 2010

FONTE:  gruppogalilei.wordpress.com

Riportiamo di seguito l’intervista che Mons. Albert Rouet, uno dei vescovi francesi più aperti, ha rilasciato a Le Monde il 4 aprile.

Arcivescovo di Poitiers, Mons. Albert Rouet è una delle figure più libere dell’episcopato francese. La sua opera J’aimerais vous dire(Bayard, 2009) è un best-seller nella sua categoria. Più di trentamila copie vendute e vincitore del premio 2010 dei lettori di La Procure, questo librointervista getta uno sguardo molto critico sulla Chiesa cattolica. In occasione della Pasqua, Mons. Rouet offre le proprie riflessioni sull’attualità e la sua diagnosi sulla Chiesa.
La chiesa cattolica è scossa da molti mesi per la rivelazione di scandali di pedofilia in parecchi paesi europei. Tutto questo l’ha sorpresa?

Vorrei anzitutto precisare una cosa: perché ci sia pedofilia sono necessarie due condizioni, una profonda perversione e un potere. Questo vuol dire che ogni sistema chiuso, idealizzato, sacralizzato è un pericolo. Quando una istituzione, compresa la Chiesa, si erge in posizione di diritto privato, si ritiene in posizione di forza, le derive finanziarie e sessuali diventano possibili. E’ quanto rivela l’attuale crisi e tutto questo ci obbliga a tornare all’Evangelo; la debolezza del Cristo è costitutiva del modo di essere Chiesa. In Francia, la Chiesa non ha più questo tipo di potere; questo spiega perché si sia di fronte a devianze individuali, gravi e detestabili, ma non si riscontra una sistematizzazione di questi casi.

– Queste rivelazioni sopraggiungono dopo parecchie crisi, che hanno segnato il pontificato di Benedetto XVI. Chi maltratta la Chiesa?

Da qualche tempo, la Chiesa è flagellata da tempeste, esterne ed interne. C’è un papa che è più un teorico che uno storico. E’ rimasto il professore che pensa che un problema, una volta impostato bene, è per metà risolto. Ma nella vita non succede così. Ci si imbatte nella complessità, nella resistenza della realtà. Lo si vede bene nelle nostre diocesi, si fa quello che si può! La Chiesa fa fatica a situarsi nel mondo tumultuoso nel quale si trova oggi. E’ il cuore del problema.
Oltre a questo, due cose mi colpiscono nella situazione attuale della Chiesa. Oggi, si constata un certo gelo della parola. Oramai, il minimo interrogativo sull’esegesi o sulla morale viene giudicato blasfemo. Interrogarsi non è più ritenuto una cosa ovvia, ed è un peccato. Parallelamente regna nella Chiesa un clima di sospetto malsano. L’istituzione si trova ad affrontare un centralismo romano, che si basa su di una rete di denunce. Certi gruppi passano il loro tempo a denunciare le posizioni di questo o quel vescovo, a fare dei dossier contro qualcuno, a tenere delle informazioni contro qualcun altro. E questi comportamenti si sono intensificati con internet.
Inoltre, noto una evoluzione della Chiesa parallela a quella della società. Questa vuole più sicurezza, più leggi, quella più identità, più decreti, più regolamenti. Ci si protegge, ci si rinchiude, è proprio il segno di un mondo chiuso, è catastrofico!

In generale, la Chiesa è uno specchio fedele della società. Ma, oggi, nella Chiesa, le pressioni identitarie sono particolarmente forti. C’è tutta una corrente, che riflette poco, che ha sposato un’identità rivendicativa. Dopo la pubblicazione di alcune caricature sulla stampa riguardanti la pedofilia nella Chiesa, ci sono state delle reazioni degne degli integralisti islamici sulle caricature di Maometto! A voler apparire offensivi, ci si squalifica.

– Il presidente della Conferenza episcopale (francese), Mons. André Vingt-Trois lo ha ripetuto a Lourdes il 26 marzo: la Chiesa francese è colpita dalla crisi delle vocazioni, dalla difficoltà della trasmissione della fede, dalla diluizione della presenza cristiana nella società. Come vive questa situazione?

Cerco di prendere atto che ci troviamo alla fine di un’epoca. Si è passati da un cristianesimo di abitudine, ad un cristianesimo di convinzione. Il cristianesimo è perdurato grazie al fatto di essersi riservato il monopolio della gestione del sacro e delle celebrazioni. Di fronte alle nuove religioni, alla secolarizzazione, le persone non fanno più riferimento a questo sacro. Pur tuttavia, possiamo dire che la farfalla è “più” o “meno” della crisalide? E’ un’altra cosa. Allora, non ragiono in termini di degenerazione o di abbandono: stiamo mutando. Bisogna misurare l’ampiezza di questa mutazione. Si prenda la mia diocesi: Settantanni fa contava ottocento preti. Oggi ne ha duecento, ma conta anche 45 diaconi e 10mila persone impegnate nelle 320 comunità locali che abbiamo creato quindici anni fa. E’ meglio. Bisogna arrestare la pastorale della SNCF (ndr.: ferrovie dello stato francesi). Bisogna chiudere delle linee e aprirne delle altre. Quando ci si adatta alle persone, al loro modo di vivere, ai loro orari, la frequenza aumenta, anche al catechismo! La Chiesa ha questa capacità di adattamento.

– In quale modo?

Non abbiamo più un personale per mantenere una suddivisione di 36000 parrocchie. O si considera che si tratta di una miseria da cui bisogna uscire ad ogni costo e allora si torna a sacralizzare il prete; oppure si inventa qualcosa d’altro. La povertà della Chiesa costituisce una provocazione per aprire nuove porte. La Chiesa deve appoggiarsi sul clero o sui battezzati? Per mio conto, penso che occorra dare fiducia ai laici e smetterla di funzionare sulla base di una organizzazione medievale. E’ un cambiamento fondamentale. E’ una sfida.

– La sfida presuppone l’apertura del sacerdozio agli uomini sposati?

Sì e no! No, perché immaginate che domani io possa ordinare dieci uomini sposati, ne conosco, non è quello che manca. Ma non potrei pagarli. Quindi dovrebbero svolgere un altro lavoro e sarebbero disponibili solo nei fine settimana per i sacramenti. Allora si tornerebbe ad un’immagine cultuale del prete. Sarebbe una falsa modernità.
Invece, se si cambia il modo di esercitare il ministero, se la sua posizione nella comunità è diversa, allora sì che si può immaginare l’ordinazione di uomini sposati. Il prete non deve più essere il capo della sua parrocchia; deve sostenere i battezzati perché diventino degli adulti nella fede, formarli, impedire loro di ripiegarsi su se stessi.
Tocca a lui ricordare che si è cristiani per gli altri, non per sé; allora presiederà l’eucarestia come un gesto di fraternità. Se i laici resteranno dei minorenni, la Chiesa non sarà credibile. Deve parlare da adulto ad adulto.

– Lei ritiene che la parola della Chiesa non sia più adatta al mondo. Perché?

Con la secolarizzazione, si sviluppa una “bolla spirituale” nella quale le parole fluttuano; a cominciare dalla parola “spirituale” che si può riferire più o meno a qualsiasi merce. Quindi è importante dare ai cristiani i mezzi per identificare e per esprimere gli elementi della loro fede. Non si tratta di ripetere una dottrina ufficiale ma di permettere loro di esprimere liberamente la propria adesione. È spesso il nostro modo di parlare che non funziona. Bisogna scendere dalla montagna, scendere in pianura, umilmente. Per far questo occorre un enorme lavoro di formazione. Perché la fede era diventata un qualcosa di cui non si parlava tra cristiani.

– Qual è la sua maggiore preoccupazione per la Chiesa?

Il pericolo è reale. La minaccia per la Chiesa è di diventare una sottocultura. La mia generazione teneva particolarmente all’inculturazione, all’immersione nella società. Oggi, il rischio è che i cristiani si rinchiudano tra di loro, semplicemente perché hanno l’impressione di essere di fronte a un mondo di incomprensione. Ma non è accusando la società di tutti i mali che si diventa luce per l’umanità. Al contrario, occorre un’immensa misericordia per questo mondo in cui milioni di persone muoiono di fame. Tocca a noi aprirci al mondo e tocca a noi renderci amabili.

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OSCAR ROMERO:NON SANTO SUBITO!!!

Posted by ariccianontace su 8 aprile 2010

 

 

Da NIGRIZIA

Elio Boscaini
A 30 anni dalla sua morte, anche Nigrizia, come tanti suoi amici, vuole ricordare Oscar Romero, arcivescovo di San Salvador, ucciso dagli squadroni della morte durante la celebrazione della messa.

Era il 24 marzo del 1980 e monsignore stava celebrando la messa nella cappella dell’hospitalito, l’ospedale delle Suore della Divina Provvidenza, a San Salvador, dove viveva. Celebrava l’eucaristia delle sei del pomeriggio. Mentre iniziava l’offertorio, una pallottola lo colpì al cuore. Istintivamente si aggrappò all’altare, rovesciandosi addosso tutte le ostie da consacrare. Cadde ai piedi del crocifisso in una pozza di sangue, quasi gli dicesse: Oscar, ora la vittima sei tu. “Sentire con la chiesa” era il suo motto di vescovo. Chiesa, il suo popolo, che ama e vuol servire. Innamorato di Cristo e dei suoi fino allo spargimento del sangue.

La sua gente da subito ne ha fatto l’icona del pastore che spende la propria vita in difesa dei più deboli e dei poveri. E lo ha proclamato santo.

Dal 1996 è approdato a Roma il suo processo di canonizzazione, dopo la chiusura della fase diocesana. Postulatore della causa è mons. Vincenzo Paglia, vescovo di Terni ed espressione della Comunità di sant’Egidio. Indossa la croce che Romero portava al momento della morte. In passato aveva lasciato intendere che le pratiche procedevano spedite. Ed invece i tempi del “processo” sembrano dilatarsi all’infinito. È lecito chiedersi perché. Possibili speculazioni e strumentalizzazioni politiche? Resistenze da parte dei settori tradizionalisti che ritengono Romero rivoluzionario ed estremista, figura controversa e conflittiva, dimentico della diplomazia, vescovo di frontiera e di lotta, politico, insomma? Ma lui chiedeva semplicemente di applicare la dottrina sociale della chiesa, ritenuta dal potere troppo aperta e quindi tacciato di comunista. Doveroso ricordare che non sapeva granché di politica; e di marxismo quasi nulla.

A lui interessava solo la gente del Salvador per la quale altro non pretendeva che giustizia e pace. Il legame tra le due, Romero lo sottolineava fondato sul Concilio e il magistero. Aveva capito che la chiesa, ovunque, non solo in America Latina o in Salvador, doveva annunciare il vangelo (si definiva il “catechista” del suo popolo) sulla via della giustizia e della pace, due termini che si legano se si parte dall’attenzione ai più poveri e ai più deboli, come appare in tutte le pagine della Scrittura. La persona dei poveri e degli oppressi che per lui oltre che esseri umani erano “divini, in quanto Gesù disse di loro che tutto ciò che si fa ad essi egli lo considera fatto a sé”. Insomma, una passione senza confini per la sorte dei poveri che è elemento ineliminabile della Tradizione della chiesa che da sempre riconosce la predilezione del povero come scelta stessa di Dio. Ricorreva a sant’Agostino e Tommaso d’Aquino per giustificare chi si sollevava contro la tirannia sanguinaria. Citava la Populorum progressio. E per dire che “il vero peccato è l’ingiustizia sociale” non riprendeva forse gli scritti di Ambrogio contro l’oppressione dei poveri e quelli del profeta Neemia sull’usura e lo sfruttamento? Ma sembra non bastare.

Le sue omelie raccontavano i tragici fatti della settimana, le sofferenze che il popolo, i contadini, i catechisti, i sacerdoti subivano. Elencava gli abusi spaventosi che il popolo subiva; uccisioni, rapimenti, torture, sparizioni, distruzione di case e campi…tutte cose che spezzavano davvero il suo cuore di uomo e di pastore.

Sembrano pesare su di lui ancora le sue ultime visite romane piene di incomprensioni. Non basta che si ispirasse al suo amico e consolatore, il vescovo argentino Eduardo Francisco Pironio che Paolo VI farà cardinale nel ’76, nel cui pensiero incontrava una formulazione della teologia della liberazione molto aderente al vangelo e alla dottrina sociale della chiesa. Ma pur sempre di teologia della liberazione si tratta e…non va bene. Bisogna a tutti i costi “spiritualizzare” la sua figura. Puntando i riflettori in maniera esclusiva sui suoi interessi spirituali e la sua vita interiore, fatta di rosari, devozione al Sacro Cuore e alla Madonna, preghiera, sacramenti, meditazione…il primo Romero, insomma, quello “conservatore”, che piaceva al potere, e farne sparire il secondo, quello che per soli tre anni è stato arcivescovo di San Salvador, “convertendosi” a Cristo, certo, ma anche al suo popolo che l’assassinio dell’amico e prete gesuita Rutilio Grande gli aveva fatto riscoprire. Davanti al cadavere dell’amico si disse che doveva seguirne i passi.

Spiritualità certo, ma quella di Romero è stata particolarmente calata nella realtà. Una fede vissuta come impegno a costruire la pace, fondata sulla solidarietà e la giustizia. Mai si è rifugiato in un mondo irreale, pericolo frequente nella storia della chiesa e tipico delle persone spirituali, quelle che come diceva Péguy “siccome non sono della terra, credono di essere del cielo; poiché non amano gli uomini, credono di amare Dio”. Come tanti altri sacerdoti dell’America Latina Romero fu ucciso da persone che si dicevano cristiane e che vedevano in lui un nemico dell’ordine sociale occidentale. Bisogna riconoscere e concludere: Romero martire della società occidentale cristiana. E qui, il discorso sulle radici cristiane dell’Occidente ci porterebbe lontano…

Naturalmente lui, monseñor, dal cielo dove si trova avrà certo la pazienza di sorridere e di aspettare che noi, suoi sostenitori così diversi, ci mettiamo d’accordo. Lui ha sempre creduto in Dio, la cui gloria è la vita e la liberazione degli oppressi. E non dimentica di aver detto: “Se mi uccidono risorgerò nel popolo salvadoregno. Un vescovo morirà, ma la chiesa di Dio, che è il popolo, non morirà mai”.

In Africa Romero ha avuto i suoi emuli: Christophe Munzihirwa, l’arcivescovo gesuita di Bukavu e dal giorno della sua morte noto come “il Romero d’Africa”; il domenicano Pierre Claverie, francese d’Algeria, vescovo di Orano; l’arcivescovo di Gitega (Burundi) Joachim Ruhuna. Tutti uccisi nel 1996, perché schierati dalla parte della giustizia e per la vita. Qualcuno aveva suggerito che per acclamazione il Sinodo africano celebratosi a Roma nell’ottobre scorso li proclamasse “beati”. Non se n’è fatto nulla. Ma i vescovi d’Africa non mancano certo di esempi di loro fratelli fedeli al popolo di Dio fino alla morte. E la gente non ha bisogno di Roma per considerarli santi.

Nigrizia – 24/03/2010

 

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LA LEGA MANIFESTA UNA PIENA CONDIVISIONE CON IL PENSIERO DELLA CHIESA

Posted by ariccianontace su 1 aprile 2010

SENZA PAROLE!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

(ASCA) – Roma, 30 mar – ”Nel periodo elettorale c’e’ stata grande confusione, sia per motivi tecnico-amministrativi, sia per ragioni valoriali. Per questo era ancor piu’ necessario che i vescovi intervenissero. E quando sono in gioco valori fondamentali, non solo per i cattolici, e’ inevitabile che la voce dei vescovi si faccia sentire, come sempre chiara e convincente”. Ad affermarlo, in un’intervista al Corriere della Sera, e’ mons. Rino Fisichella, Presidente della pontificia Accademia per la vita, commentando i risultati delle elezioni regionali. ”I cattolici, in queste elezioni, hanno una presenza determinante, come nel caso di Formigoni o Cota”, afferma l’arcivescovo. Quanto alla Lega, anche sui problemi etici, per mons. Fisichella, ”manifesta una piena condivisione con il pensiero della Chiesa”.

http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=QRH03

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Il cardinale Martini: «Ripensare a celibato»

Posted by ariccianontace su 29 marzo 2010

 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Ripensare il celibato nella Chiesa per prevenire nuovi casi di violenza e abusi sessuali. Il cardinale Carlo Maria Martini, in un’intervista al tedesco “Presse am Sonntag”, risponde così alla sfida lanciata dallo scandalo pedofilia. «Oggi, nel momento in cui il nostro compito nei confronti dei giovani e gli abusi contro di loro così scandalosamente si contraddicono, non possiamo tirarci indietro ma dobbiamo cercare nuove strade». Secondo Martini, «devono essere poste delle questioni fondamentali» e tra queste «deve essere sottoposto a ripensamento l’obbligo di celibato dei sacerdoti come forma di vita». Vanno inoltre riproposte le «questioni centrali della sessualità con la generazione odierna, con le scienze umane e con gli insegnamenti della Bibbia» perché soltanto «un’aperta discussione può ridare autorevolezza alla Chiesa, portare alla correzione dei fallimenti e rafforzare il servizio della Chiesa nei confronti degli uomini».

FONTE  IlSole24ORE.com

Visti gli sviluppi della vicenda,  pubblichiamo la smentita da parte del cardinale Martini ( fonte: www.tgcom.mediaset.it)

“Mai detto ripensare il celibato”

Card. Martini smentisce stampa estera

“Non ho mai detto che l’obbligo del celibato dei preti deve essere ripensato”. Così l’ex arcivescovo di Milano, cardinale Carlo Maria Martini, smentisce le frasi attribuitegli dalla stampa austriaca e tedesca. Il porporato ha spiegato di non aver mai parlato con l’edizione domenicale del quotidiano Die Presse e ha detto di essere rimasto “molto sorpreso” nel vedere ripresa anche sui media italiani “un’espressione che non corrisponde al mio pensiero”.

“Il settimanale non ha interloquito con me direttamente – ha spiegato Martini -. Ha piuttosto ripreso una mia lettera ai giovani austriaci.Ma il testo di tale lettera da me approvato diceva: ‘Occorrerebbe ripensare alla forma di vita del prete’ intendendo così sottolineare l’importanza di promuovere forme di maggiore comunione di vita e di fraternità tra i preti affinché siano evitate il più possibile situazioni di solitudine anche interiore”.

“Sono pertanto rimasto molto sorpreso – ha proseguito l’ex arcivescovo di Milano – nel vedermi attribuita una espressione che non corrisponde al mio pensiero. Anzi, ritengo sia una forzatura coniugare l’obbligo del celibato per i preti con gli scandali di violenza e abusi a sfondo sessuale”.

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