Ariccia non tace!!!

IL DIALOGO E L’ACQUA SANTA

Il Vangelo di domenica 21 marzo 2010

Posted by ariccianontace su 20 marzo 2010

Gv 8,1-11 

In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro.

Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo.
Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani.

Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».

E’ mattina, l’inizio di un nuovo giorno.

E’ mattina, e tutto ricomincia, illuminato da una luce inconsueta che pare rendere nuovo ogni gesto, ogni parola, ogni silenzio … il sole sorge e una nuova era si affaccia sul mondo.

Gesù, dopo essere  salito sul monte, si reca al tempio, mentre tutto il popolo si raduna per ascoltare il suo insegnamento.

Molto tempo prima, un altro uomo salì su un monte e ne ridiscese portando con sé le dieci parole di Dio, le dieci parole dell’alleanza, incise dal dito di Dio sulle tavole di pietra. “Quando il Signore ebbe finito di parlare con Mosè sul monte Sinai, gli diede le due tavole della Testimonianza, tavole di pietra scritte dal dito di Dio” (Es. 31,18)

E’ mattina e un uomo nuovo viene ad insegnare un’alleanza nuova, che non parla la lingua della legge, ma racconta una storia d’amore.

L’uomo si reca nel tempio, perché è lì che la legge sta di casa; la casa di Dio è divenuta la casa della legge, da lì occorre iniziare per sradicarla.

Ed ecco gli scribi, ecco i farisei, i depositari della legge in nome e per conto di Dio,  che portano una ragazza, accusata di adulterio. Uomo che ci parli di Dio, la legge comanda di lapidarla … Tu sei con la legge o contro la legge?

Fin dove arriva la follia dell’uomo! La legge di Dio che diventa legge di morte, impugnata come un’arma a difesa di una religione trasformata in strumento di conservazione e di rafforzamento del potere! La legge di Dio saldamente in mano a chi se ne arroga l’interpretazione esclusiva ed autentica!

Può la legge di Dio armare mani di uomini e indurle a scagliare le pietre della condanna, del giudizio, dell’annientamento su un altro essere umano? Che legge è mai questa? Che Dio è mai questo?

“E Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra”.

E’ mattina e un uomo nuovo viene, mandato da Dio, a riscrivere l’alleanza, a scrivere la nuova alleanza.

Niente più parole, niente tavole di pietra, di cui qualcuno potrebbe appropriarsi, innalzandole come vessillo del proprio potere!

L’uomo-Dio si china verso la terra e stavolta il dito di Dio scrive sulla polvere.

La sua parola è rivolta alla terra, al mondo intero, la sua parola prende forma sulla polvere, la stessa polvere di cui è fatto l’uomo. La sua parola è un dialogo intimo tra il creatore e la creatura. Resta impressa nella polvere solo pochi istanti, pronta a dissolversi per il vento o per il calpestio dei passanti … ma resta impressa nel cuore umano per l’eternità. Resta impressa nel cuore della ragazza adultera per sempre. Mai più giudizio, mai più condanna.

La legge, sconfitta, si ritira … rimangono in due, dice S.Agostino, la misera e la misericordia …

Rimane la parola scritta sulla terra, la parola nuova, che fa nuova ogni cosa, la sola parola che Gesù potesse scrivere: AMORE.

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IL CRISTO RADICALE

Posted by ariccianontace su 22 febbraio 2010

DAL SITO  DonGiorgio.it

Mi chiedono ancora il motivo per cui uso frequentemente le espressioni: Cristo radicale, vangelo radicale e, infine, cristianesimo radicale. Rispondere significa spiegare anzitutto la parola “radicale”. Come già dice il senso etimologico, radicale deriva da radici e indica perciò il Cristo, o il vangelo, o il cristianesimo delle origini. In altre parole: l’autenticità.

Sì, bisogna risalire alle fonti, ripartire dalla sorgente. L’acqua con lo scorrere nell’alveo di un torrente a poco a poco si inquina. O, per usare un’altra immagine, pensate a un dipinto che è stato ritoccato più volte: non riconoscete più la mano originaria. 

Fin dall’inizio, Cristo ha subìto un lifting, e così il cristianesimo. Quando i Vangeli sono stati messi per iscritto, le prime comunità cristiane avevano già lasciato un loro segno. Gli studiosi chiaramente ci aiutano a distinguere la parola originale del Cristo dalla interpretazione non sempre fedele della Chiesa, subito preoccupata di dare un tono moraleggiante ad esempio alle parabole di Cristo e di attutire la radicalità del messaggio evangelico. Nel quarto Vangelo, che è stato scritto anni e anni dopo gli altri tre, si nota la preoccupazione della comunità giovannea di tornare alle origini. Sempre gli studiosi parlano di una chiesa alternativa a quella gerarchica di Pietro, primo papa. Era, appunto, la chiesa profetica di Giovanni. Sappiamo come poi siano andate le cose. La Chiesa istituzionale prenderà il sopravvento su quella profetica, che rimarrà sempre più minoritaria, anche se, lungo i secoli, ci saranno momenti in cui grandi donne e grandi uomini non permetteranno alla Chiesa di allontanarsi definitivamente dal Cristo radicale. Un prezioso contributo sarà dato da spiriti ancora più liberi: giudicati dalla Chiesa gerarchica come eretici. Oggi dovremmo ringraziare questi martiri della radicalità evangelica. La Chiesa si è purificata con il sangue dei suoi figli migliori, mandati al rogo proprio per aver professato il Cristo radicale.

Quando pensiamo ai Concili siamo tentati di ritenerli come una specie di autocritica della Chiesa per un ritorno alle origini. Ma non è così. I Concili, tranne casi eccezionali, sono stati condizionati da preoccupazioni di salvare il dogma contro le eresie o di imporre norme disciplinari. Il che fa pensare che ad ogni Concilio la Chiesa ne uscisse più ortodossa e più ordinata. Come a dire: Stiamo alla larga dal Cristo radicale! Abbattiamo ponti pericolosi! Potenziamo le mura!

Dobbiamo senz’altro ringraziare l’ultimo Concilio Ecumenico, il Vaticano II, ma anche in questo caso dobbiamo dire che è stato, in parte, assorbito da una gerarchia, soprattutto quella attuale, che lo ha lasciato nel cassetto. Almeno nei suoi aspetti evangelicamente radicali. È stato detto che dell’ultimo Concilio si è attuata solo la parte liturgica. Un rinnovamento, del resto, sconsiderato e selvaggio.

Viviamo un momento difficile: la Chiesa è tornata ad attutire la profezia o, meglio, a scoraggiare i profeti che, emarginati dalla gente più che dalla gerarchia, non trovano spazio per farsi sentire. Sì, oggi il cristianesimo è tradito dal popolo cristiano, e la gerarchia lo sa, e se ne approfitta per restaurare l’antico regno costantiniano.

Tornare alle origini: ecco l’imperativo del cristiano. Solo ridando al cristianesimo la sua identità, l’umanità riscoprirà la via del vero progresso. L’Umanità è alla portata di mano: pochi si accorgono della opportunità preziosa di agganciarla.

Qui sta il vero peccato del mondo moderno. Qui sta la mostruosità di una politica che cementifica anche l’essere. Qui sta la bestemmia di una Chiesa a cui sta a cuore il dogma e la legge morale, decentrando la dignità dell’essere umano per far posto allo scheletro di un essere che non sa più su quale pianeta si trova.

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“NESSUNO VI PUÒ ESCLUDERE DALLA CHIESA”.

Posted by ariccianontace su 16 febbraio 2010

ADISTA

“NESSUNO VI PUÒ ESCLUDERE DALLA CHIESA”.
LA VISITA DI MONS. BETTAZZI AI GAY CREDENTI DI MILANO

35445. MILANO-ADISTA. Quando all’interno del gruppo di omosessuali credenti di Milano “Il Guado” si era fatta strada l’idea di invitare mons. Luigi Bettazzi a parlare del Concilio Vaticano II qualcuno aveva espresso la perplessità che un incontro del genere potesse mettere in ombra la questione della presenza degli omosessuali nella Chiesa e le difficoltà che molti omosessuali incontrano di fronte a una gerarchia che sembra ormai incapace di accogliere e di comprendere l’esperienza dei gay credenti. Ma alla fine, l’incontro con il vescovo emerito di Ivrea, il 6 febbraio scorso, presso il teatro parrocchiale di S. Maria Bartrade, ha fugato ogni timore.

Testimone privilegiato dell’evento conciliare (una “grazia – queste le sue parole – per cui ancora oggi ringrazio Dio”), un’esperienza vissuta per di più a stretto contatto con un protagonista assoluto di quell’evento, il card. Lercaro (di cui, in quegli anni, era vescovo ausiliare), Bettazzi ha incarnato la novità del Vaticano II dentro la realtà dei gruppi ecclesiali che tentano, con fatica, di mantenere la loro specificità di genere con la propria appartenenza ecclesiale. Nella sua relazione, il vescovo, ha indicato alcuni insegnamenti importanti – che ci vengono da quell’esperienza e che possono essere letti come un paradigma interpretativo dell’attualità – e li ha organizzati partendo da tre delle quattro Costituzioni che il Concilio stesso ha approvato a grandissima maggioranza.

Ha iniziato parlando della Gaudium et Spes, la costituzione con cui la Chiesa sceglieva in maniera solenne di non avere più come unici interlocutori solo i cattolici, bensì tutti gli uomini e tutte le donne “di buona volontà”. Questa scelta ha segnato in maniera definitiva il magistero stesso: non a caso, da allora, non c’è un’enciclica in cui questa scelta di considerare tutti gli uomini degli interlocutori non venga fatta. Chi crede in Cristo sarà salvato!, è il titolo di un libro che lo stesso Bettazzi ha pubblicato qualche anno fa riprendendo un versetto del Vangelo di Giovanni (3,15). Durante l’incontro lo stesso Bettazzi ha fatto osservare come quello stesso versetto possa essere letto in due modi molti diversi: il primo (“Chi crede in Cristo, sarà salvato”), che mette l’accento sull’adesione di fede a Cristo, vede nell’adesione alla Chiesa l’unica strada per la salvezza; il secondo (“Chi crede, in Cristo sarà salvato”) che mette invece l’accento sulla serietà con cui noi rispondiamo alla nostra vocazione umana, vivendola con la fedeltà di chi “crede”, di chi cioè si assume la responsabilità di tener conto, nelle sue scelte, di quelle che sono le esigenze e i bisogni di quanti condividono la sua umanità.

Letta alla luce di questo messaggio, che mons. Bettazzi ha voluto quindi ricordare con forza, la condizione omosessuale acquista davvero un significato radicalmente nuovo che spazza via anche le polemiche che, in questi ultimi giorni, hanno visto vescovi emeriti come mons. Simone Scatizzi (Pistoia), mons. Giacomo Babini (Grosseto) e mons. Francesco Zerrillo (Lucera) fare affermazioni molto dure nei confronti degli omosessuali, bollando come “aberrante” la loro condizione e prospettandone l’allontamento dalla Chiesa e dai sacramenti. Solo chi si dimentica dell’insegnamento ribadito dal Concilio Vaticano II nella Gaudium et Spes, ha invece affermato Bettazzi, può pensare che l’omosessualità sia in se stessa un motivo che può allontanare le persone dalla Grazia e che si possa, dall’esterno, giudicare lo stato di Grazia di una persona che non nasconde la propria omosessualità, negandole a priori l’accesso ai sacramenti.

Dopo aver analizzato, attraverso la Sacrosactum concilium, l’importanza del recupero della centralità della liturgia nella vita non solo della Chiesa, ma anche dei singoli credenti, per realizzare anche un rapporto diverso tra istituzione ecclesiastica e vissuto degli individui, Bettazzi ha dedicato qualche riflessione alla Dei Verbum, invitando a non considerare la Parola di Dio come qualche cosa di estraneo alle nostre vite, ma nella direzione di un ascolto attento e responsabile del testo biblico per arrivare a quel discernimento richiesto da tutte le situazioni specifiche. In questo senso, anche la storia di tanti omosessuali credenti si inserisce, come la storia di tutti gli uomini e come la storia di ciascun uomo, in un percorso di cui il Concilio stesso non è stato altro che un capitolo particolarmente significativo e particolarmente importante: la storia di un Dio che si comunica e si racconta all’uomo e che, usando gli strumenti che l’uomo può intendere, chiama l’umanità intera alla salvezza. Una storia in cui nessuno di noi deve più sentirsi come l’utilizzatore finale di un servizio che altri gli confezionano, ma deve sentirsi come il protagonista della storia d’amore con cui Dio stesso, in Gesù Cristo, in modo mirabile l’ha chiamato all’esistenza e, in modo ancora più mirabile, l’ha chiamato alla salvezza.

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Amatevi gli uni gli altri … ???

Posted by ariccianontace su 26 gennaio 2010

Ecco un vescovo davvero illuminato …

Da: PONTIFEX.ROMA

Lunedì 25 gennaio 2010

“Come Vescovo che non cede alle lusinghe della modernità, dico che la pratica conclamata della omosessualità é un peccato gravissimo, costituisce uno scandalo e bisogna negare la comunione a tutti coloro che la professino, senza alcuna remora, proprio in quanto pastori di anime. Io non darei mai la comunione ad uno come Vendola”: lo afferma il Vescovo Emerito di Grosseto, Monsignor Giacomo Babini. Eccellenza, che pensa della pratica omosessuale?: ” mi fa ribrezzo parlare di queste cose e trovo la pratica omosessuale aberrante, come la legge sulla omofobia che di fatto incoraggia questo vizio contro natura. I Vescovi e i pastori devono parlare chiaro, guai al padre che non corregge suo figlio. Penso che dare le case agli omosessuali, come avvenuto a Venezia, sia uno scandalo, e colui che apertamente rivendica questa sua condizione dà un cattivo esempio e scandalizza”.

Che cosa devono fare … gli omosessuali?: ” chi ha la tendenza ha diritto alla misericordia e non ad essere discriminato, ma colui il quale addirittura ne fa vanto, si mette fuori della comunione della Chiesa e non merita questo sacramento. Fanno in tempo a pentirsi da questo orribile difetto. Lo ribadisco: all’omosessuale praticante e conclamato non va amministrata mai la comunione, quando si presenta davanti, il ministro abbia il coraggio di tirare avanti. Ad uno come Vendola io non la amministrarei mai”. Eccellenza, nella pratica quotidiana le nozze in Chiesa sono diventate delle celebrazioni spesso disordinate: “certamente e occorre porre rimedio. Ma come al solito molti Vescovi italiani mettono il lucchetto al cancello quando i buoi sono già scappati. Se certi Vescovi dormono é impossibile celebrare degnamente le nozze in chiesa, senza stravaganze che le rendono ormai spettacoli. Bisogna fra capire che il matrimonio in chiesa é una cosa seria e non limitarsi ad una coreografia. Poi si dica chiaramente ai cattolici che loro devono scegliere il sacramento. Se in tutta libertà vanno al comune, sappiano che opera la scomunica latae sententiae, si mettono fuori da soli dalla chiesa”. Il Vescovo parla della recente visita del Papa alla Sinagoga: ” l’ Osservatore Romano la ha lodata e penso che il Papa abbia fatto bene a visitarla. Ma con la stessa franchezza é arrivato il momento di affermare che gli ebrei non sono più i nostri fratelli maggiori. Meglio, lo sono stati sino all’arrivo di Cristo, poi lo hanno abbandonato e non conosciuto. Loro sono contro la storia e dal Nuovo Testamento in poi hanno scelto di non essere nostri fratelli. Sull’albero dell’ulivo é stato fatto un inserto diverso. La Chiesa é nata da Cristo e non dagli ebrei”. Ha visto quello che accade in Nigeria?: ” la conferma che l’ Islam é una religione violenta ed anticristiana e che distinguere tra Islam moderato e estremo non ha senso. L’Islam é unico e il brodo di coltura sono proprio i Paesi moderati. Nazioni slamiche ricche ad Haiti non hanno mandato neppure un soldo. Bisogna svegliarsi dal letargo e difendersi dall ‘ Islam, prima di essere colonizzati”.

Bruno Volpe

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Il Vangelo di domenica 17 gennaio 2010

Posted by ariccianontace su 16 gennaio 2010

Giovanni 2,1-11

In quel tempo (il terzo giorno), vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli.
Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».
Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono.
Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora».
Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui
.

Festa di nozze. Festa che sancisce l’unione intima e profonda di due innamorati.

Nozze della prima alleanza tra Dio – Sposo e Israele – Sposa.

Ed infine … in quel terzo giorno raccontato da Giovanni, festa di nozze dei tempi nuovi, della nuova alleanza tra lo Sposo Gesù e l’intera Umanità.

Che strane nozze, quelle di Cana! Gesù è solo un invitato, sua madre, invece, è lì, sembra appartenere al luogo, al contesto, a quel mondo.

E’ nel gruppo Maria, ma vede “oltre” … vede che non c’è vino, non c’è amore, non c’è gioia.

Nozze senza vino. Vita senza amore. Religione senza fede. Rapporto con Dio senza allegria, fatto di ritualismi e di adempimenti. Giare immense di pietra, fredde, dure ed immobili. E vuote. Senza nemmeno quell’acqua rituale che avrebbero dovuto contenere e che, probabilmente, non hanno mai contenuto.

Ma sono grandi, imponenti! Segni di enorme devozione!

Come non far volare il pensiero alle grandi, imponenti, cattedrali di pietra che si ergono nel nostro cristianesimo stanco e spesso fatto solo di vuoti rituali? Quante giare di pietra esibisce il mondo occidentale, che si dice cristiano?

Riempite le giare! Fino all’orlo. Non è poi tanto quello che chiede Gesù … non ci chiede il vino dell’amore, ma almeno l’acqua dell’impegno, della ricerca, della fiducia …

Riempite! E poi versate. L’acqua non diventa vino nelle giare, ma quando ne esce per essere versata, per essere comunicata agli altri. Anche la mia acqua, purché io non la trattenga e non la lasci ristagnare, si tramuterà in vino! Basta donare un solo bicchiere d’acqua fresca per essere salvi … (cfr. Mt.10,42).

Ecco che l’acqua diventa vino e le nozze possono compiersi, com’è giusto, nell’amore e nella gioia!

Questo, dice Giovanni, è il principio dei segni di Gesù. Principio (archè), cioè l’origine, la chiave interpretativa, l’essenza intrinseca di tutti gli altri segni che Gesù compirà.

Tutti i segni possono essere ricondotti a questo e rappresentano le molteplici vie attraverso le quali Gesù ci annuncia la bella notizia di un Dio che ci chiama ad un rapporto di unione intima e speciale, da vivere serenamente,  con gioia, ricolmandoci di amore infinito!

Non c’è condanna, non c’è giudizio, solo amore. Amore gratuito di cui non occorre essere degni. Amore per tutti che non deve essere meritato né guadagnato, ma solo accolto.

Via i vecchi riti, il legalismo, le mille prescrizioni, la purificazione …

Vino per tutti, di quello buono, da attingere con fiducia (“qualsiasi cosa vi dica, fatela”). Che bello farsi “diaconi”, servitori, attingere e versare, attingere acqua ed assistere alla meraviglia del vino che scorre dalle nostre mani nelle coppe dei fratelli, nelle vite dei fratelli…

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QUELLE NOZZE SONO VALIDISSIME.

Posted by ariccianontace su 7 gennaio 2010

ADISTA

35365. FIRENZE-ADISTA. Altro che “simulazione di sacramento”, “atto privo di ogni valore ed efficacia”, come lo ha immediatamente bollato l’arcivescovo di Firenze mons. Giuseppe Betori: per Francesco Zanchini, professore emerito di Diritto Canonico presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Teramo, quello tra Fortunato Talotta e Sandra Alvino (nata uomo, ma donna a tutti gli effetti già dal 1974, tanto che lo Stato italiano le aveva permesso, nel 1982, di sposare con rito civile l’uomo che amava, v. Adista nn. 111, 114 e 120/09) non sarebbe affatto un’unione fuori dal Diritto Canonico.

“La presa di posizione della curia fiorentina” appare “precipitosa e anticanonica”, scrive il docente in un saggio pubblicato sul numero di dicembre del Tetto. Nella tradizione canonica, spiega Zanchini, a un matrimonio come quello celebrato da don Santoro si può solo “obiettare che non può realizzare il fine procreativo delle nozze; ma oggi il codice canonico dichiara invalidante la sola impotenza copulativa (can. 1084 §1), mentre ammette alle nozze chi sia affetto da sterilità (can. 1084 §3). C’è di più: la legge dispone esplicitamente che, ‘se l’impedimento di impotenza è dubbio, sia per dubbio di diritto che per dubbio di fatto, il matrimonio non deve essere impedito né, stante il dubbio, dichiarato nullo’ (can. 1084 §2)”. Per questo, finché il diritto non disporrà diversamente, “nessun teologo e nessun vescovo potrà permettersi di vietare ciò che la legge consente, o di dichiarare inefficace la volontà di chi abbia contratto un vincolo che viceversa, fino a prova contraria, va invece riconosciuto legittimo e valido ad ogni effetto canonico”. Anche perché spetta “solamente all’autorità suprema della Chiesa dichiarare autenticamente quando il diritto divino proibisca e/o dirima il matrimonio (can, 1075, §1)”. E inoltre, “una volta celebrato, ‘il matrimonio gode del favore del diritto; onde nel dubbio si deve ritenere valido il matrimonio fino a che non sia provato il contrario’ (can. 1060)”.

Del resto, spiega Zanchini, la linea del rigore assoluto nel dichiarare nulli i matrimoni per questioni legate alla capacità di procreare dei coniugi è superata già da diversi decenni. Era iniziata con la celebre bolla papale Cum frequenter, emanata da Sisto V nel giugno del 1587 (per vietare il matrimonio ad eunuchi e castrati, perché impossibilitati alla procreazione), e venne mantenuta fino al secondo dopoguerra; fino alla paradossale situazione di un responso del S. Uffizio che, racconta il giurista, “escluse dal matrimonio gli ex detenuti nei lager nazisti, ai quali fosse stata praticata la resezione del dotto deferente (vasectomia), al fine di sterilizzarli: ravvisando purtroppo in queste vittime una eadem ratio con il divieto della Cum frequenter, determinato dalla impossibilità di riconoscere nel loro eiaculato il ‘verum semen, in testiculis elaboratum’”. Determinante per l’eclissi di questa tradizione dottrinale, prosegue Zanchini, “è stata la valorizzazione del bonum coniugum, nella linea di pensiero sia del Vaticano II (Gaudium et spes), sia di alcuni interventi magisteriali di Giovanni Paolo II”, ma soprattutto, la trasformazione culturale avviata dal Concilio che guarda al sacramento del matrimonio “in un’ottica svincolata dai condizionamenti rigidamente anatomo-biologici della fase precedente”.

Che il Diritto Canonico conosca però bene, oltre che la rigidità assoluta, anche le maglie dell’elasticità è un’acquisizione che ci viene anch’essa dal passato. Basti ricordare, scrive Zanchini, la costituzione Altitudo di Paolo III (del 1 giugno 1537), “che autorizzava i convertiti delle Indie avvezzi alla poligamia a prendere in moglie la prima del loro serraglio e, ove più non ne ricordassero con certezza la priorità nella convivenza, quella che preferivano”. L’immobilismo della Chiesa, insomma, è “tutto di facciata: ed il cattolicesimo romano non crescerebbe, se da mille rivoli non fosse nutrito dall’umanità che lo circonda, fino a cedere a un sincretismo nel quale diventa vero tutto e il contrario di tutto. A patto che la facciata sia salva, come i sepolcri imbiancati di evangelica memoria; e, soprattutto, siano buoni i rapporti con la politica, affinché in essa si perpetui, ora e sempre, il vigore della formula costantiniana”.

Qui comincia la parte più “politica” del saggio di Zanchini. “Giuseppe Betori – afferma il canonista – è uomo di Ruini e si vede dalla tracotanza; ma è molto meno colto di costui, e anche questo si vede. Sono cose che, in una città come Firenze, suonano male”. Invece del comunicato stampa che denunciava la nullità del matrimonio ed il provvedimento contro don Santoro, “non sarebbe bastata una nota brevissima, che annunciasse la trasmissione dell’atto di matrimonio Alvino-Talotta al promotore di giustizia per l’inizio di un giudizio di nullità canonica, anziché rifarsi, con sì presuntuosa arroganza, a principi teorici triti e ritriti, fondati comunque su dubbie autorità e incuranti delle peculiarità pastorali della fattispecie?”. E che bisogno c’era, incalza Zanchini, di punire il parroco (che peraltro agiva in perfetta buona fede, visto il matrimonio civile dei conviventi che sottendeva “una ratio peccati che chiedeva da anni di essere sottoposta alla misericordia della Chiesa”), senza nemmeno tentare “le misure di correzione fraterna e di sollecitudine pastorale imposte dal can. 1341, o almeno instaurare iuxta legem una procedura di contestazione degli addebiti per garantirne il diritto di difesa?”.

Viene allora facile il sospetto, conclude Zanchini, che “la sensibilità di Curia sia stata toccata sul vivo proprio nel punto del quale è più gelosa: quello della facciata. Ma la vendetta è cattiva consigliera”. (valerio gigante)

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Il Vangelo di domenica 3 gennaio 2010

Posted by ariccianontace su 3 gennaio 2010

Gv 1, 1-18

In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta.
Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone
per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
Giovanni gli dà testimonianza e proclama:
«Era di lui che io dissi:
Colui che viene dopo di me
è avanti a me,
perché era prima di me».
Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto:
grazia su grazia.
Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
Dio, nessuno lo ha mai visto:
il Figlio unigenito, che è Dio
ed è nel seno del Padre,
è lui che lo ha rivelato.

In principio.

Giovanni ripete, all’inizio del suo Vangelo, le parole che aprono la Genesi, il racconto della creazione.

In principio. Quindi, prima di tutto. Quindi, prima del cielo e della terra.

In principio era il Logos.

Logos: Parola, ma anche Disegno divino, Progetto …

In principio. Ma Dio non conosce il tempo e dunque, forse, non dobbiamo intendere un principio cronologico, quanto, piuttosto, il principio fondante, il senso ed il fine della creazione.

Possiamo allora interpretare che il fondamento dell’opera creatrice di Dio sia il Logos, cioè la parola, cioè il disegno, il progetto.

Un progetto così pressante, così impellente, così vitale, che esso era presso Dio, era costantemente presente nella vita divina, connaturato in essa. Il Logos era esso stesso Dio, come se Dio non potesse essere Dio senza quell’idea. L’idea era l’Uomo. E l’idea era Dio. Era l’uomo portato alla vita ed alla dignità di Dio. Il Figlio dell’Uomo. Il Figlio di Dio.

Uomo creato per amore ad immagine di Dio. Uomo creato simile ad un Dio che per amore si rende simile all’uomo. Uomo creato ad immagine di Gesù, l’unica e sola Parola di Dio, sapienza e progetto divino. Uomo scaturito dalla Parola e divenuto Umanità per declinare in milioni di parole l’unica Parola che abbia senso: Amore.

Logos-Parola, dunque, principio, strumento e senso della creazione. “Tutto è stato fatto per mezzo di lui …”.

Logos–Vita, da trasmettere agli uomini perché in essi diventi luce. Solo la vita che viene da Dio, dentro ciascuno di noi, può far scaturire la luce; non ci sono luci umane che ci possano illuminare dall’esterno. Nessuno fuori di noi può essere luce per il nostro cammino, se non siamo noi stessi ad accogliere la vita in noi, a lasciare che brilli la sua luce. Ogni uomo ha la sua luce, luce divina che manda bagliori unici ed irripetibili. Ogni uomo è una stella … anch’io posso essere la stella che scintilla sul mio personalissimo presepe, sulla tenda che Dio ha messo proprio accanto alla mia!

Il disegno di Dio allora è proprio quello di far splendere la luce della vita vera in ogni uomo, nella sua persona, secondo le sue particolarità ed inclinazioni.

E noi? Il nostro compito è quello di Giovanni: “Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce”. Siamo consapevoli di non poter essere mai luce per gli altri, mai maestri, ma solo testimoni: testimoni di Gesù, della vita vera, della luce vera, quella che brilla solo per Amore. Comunichiamo e testimoniamo il segreto di una vita pienamente realizzata nella misura in cui si spende per amare! Le nostre parole e la nostra testimonianza non si sintonizzeranno con quelle diffuse dal sistema sociale, economico, culturale e di potere, viaggeranno nel buio delle ideologie spietate ed egoiste, ma viaggeranno. E dove non ce lo aspetteremmo, una nuova luce si accenderà e da questa un’altra e un’altra ancora … e le tenebre saranno sconfitte.

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‘Le omelie domenicali? Una poltiglia insulsa’

Posted by ariccianontace su 30 dicembre 2009

Tipico discorso da “pesce in barile” della gerarchia!

Perché non si ha l’onestà di dire che le prediche sono “una poltiglia insulsa” per il semplice fatto che la maggior parte dei vescovi e di chi gestisce i seminari  sono lontani dai valori del Vangelo e portano avanti una politica improntata alla formazione di  ignoranti  mestieranti esclusivamente votati ad affermare il potere della chiesa???!!!

Ben vengano invece, al contrario di quello che afferma mons. Crociata, le “accuse” ed i “rimproveri e giudizi di condanna”.

ANSA

CITTA’ DEL VATICANO – Le prediche delle messe domenicali si trasformano troppo spesso in “una poltiglia insulsa, quasi una pietanza immangiabile o, comunque, ben poco nutriente” per i fedeli: è il giudizio espresso dal segretario generale della Cei,. mons. Mariano Crociata, intervenuto a Roma al XIV convegno liturgico per seminaristi. Parti del suo intervento sono state riprese oggi dall’Osservatore Romano.

“Spesso le nostre parole e la nostra pastorale tutta – ha detto il presule, durante la messa celebrata ieri mattina – risultano una poltiglia melensa e insignificante, come una pietanza immangiabile o, comunque, ben poco nutriente”. “E’ questione – ha aggiunto – di atteggiamento e di vita, non solo di parole, anche se pure le nostre parole e le nostre stesse omelie dovrebbero prendere a modello questa sorta di criterio regolativo che ci viene dalle parole del vecchio Simeone: nello stesso tempo annunciare la salvezza e mettere di fronte alla decisione”.

“In questo senso – ha proseguito mons. Crociata – sarebbe oltremodo deplorevole far diventare le omelie occasioni per scagliare accuse e contumelie, rimproveri e giudizi di condanna; ma anche il contrario risulta insulso, quando le nostre parole si riducono a poveri raccatti di generiche esortazioni al buonismo universale”. “Insomma – ha indicato – l’obiettivo è quello di riuscire a coniugare, sia nella vita spirituale che nell’azione pastorale, consolazione e monito, speranza e serietà d’impegno, fiducia gioiosa e necessaria severità, annuncio della salvezza e invito, direi sfida, alla decisione. Un equilibrio delicato e fragile, una tensione polare – ha affermato monsignor Crociata – che può mantenere solo chi ha imparato a reggerla, solo chi si è deciso per Cristo sperimentandone allo stesso tempo la dolcezza e la consolazione”.

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NATALE SENZA BAMBINI. E SENZA BAMBINO.

Posted by ariccianontace su 21 dicembre 2009

ADISTA

Natale senza bambini. E senza bambino di fra Benito Fusco

Chi ha avuto occasione di seguire appena un po’ la recente Assemblea della Fao a Roma sa che tra i dati più sconvolgenti segnalati uno lascia senza respiro: circa 17mila bambini ogni giorno muoiono di fame o malnutrizione, mentre sul pianeta, dice il papa, c’è cibo per tutti; e il costo giornaliero per salvare un bambino, puntualizza Save the Children, è di 75 centesimi di euro, meno di un caffè espresso. Tutti abbiamo ascoltato con sbigottimento, ci siamo scandalizzati per qualche attimo, ma poi abbiamo ricominciato la nostra vita lasciando agli annuari delle statistiche ogni cifra da brivido. Non è andata meglio, però, a chi si è imbattuto -o gliele hanno sbattuto sotto il naso – altre cifre. In tal caso lo sgomento è diventato rabbia; cifre come queste: qualche decina di milioni di euro versati allo Stato dai contribuenti italiani con l’8 per mille, oltre a quelli direttamente indicati per la Chiesa cattolica, sono stati ulteriormente consegnati agli enti ecclesiastici per restauri di chiese, monasteri, edifici di culto, mentre di quelle somme milionarie solo 800mila euro sono stati destinati per ‘combattere’ la fame nel mondo, vale a dire meno del 2%. E, tanto per infierire, ci sarebbe da contare il proliferare di numerose collette, sponsorizzate anche dall’altare e dalle banche (banche che però non prestano una lira alle famiglie per acquistare agevolmente una casa), per salvare questa o quella chiesa, questo o quell’edificio per uso sacro o profano. E intanto, ogni sera, quando spegniamo la luce per addormentarci si spegne anche la vita di 17mila bambini. Non solo, da molte Curie, oltre a narcisismi autoreferenziali, partono, anzi continuano a svilupparsi, operazioni di ‘conversioni’, non del cuore, come brontola sapientemente il Vangelo, ma di aree immobiliari (frutto di lasciti, beneficenze o parassitismi), aree che da uso agricolo si ‘trasfigurano’ in destinazioni urbanistiche più redditizie, grazie a supine compiacenze ‘pubbliche’ (che invece blaterano in altre occasioni di laicità dello Stato), nuove destinazioni d’uso come investimenti e plusvalori necessari per stare al passo con il ‘mercato’, alla faccia della salvaguardia del creato, e in fuori onda con l’invito coatto di Gesù a sbattere i mercanti fuori dal tempio. Di più: la crisi di vocazioni e la mancanza di ‘manodopera a costo zero’ ha provocato uno svuotamento di una serie di ‘contenitori’ (ex chiese, conventi, monasteri, orfanotrofi, borghi di antiche pievi, ecc., frutti a suo tempo di elargizioni del popolo o di dinastie cardinalizie, o di generose collette paesane in denaro o in natura), creando un’offerta extra large sul mercato degli affitti e della speculazione edilizia, e dimenandosi con disinvoltura tra i metodi, le valutazioni e le regole voraci degli squali delle agenzie immobiliari e del sistema economico ‑ finanziario. Regole, anzi, spesso anticipate o vezzeggiate, anche se poi, però, vengono ammonite o ammansite con encicliche sociali piene di impronte digitali liberali. Poi scopriamo che i veri problemi per la Chiesa sono i crocifissi, non quelli che muoiono ai piedi delle infinite croci sparse sulla terra, non il Crocefisso come donazione e testimonianza della vita e dell’amore, ma quelli sbiaditi e pieni di polvere appesi alle pareti, perché sono quelli che ‘fanno identità’, profumano di radici e, si dice, sono civiltà; e si stabilisce che gli edifici che deturpano il creato sono i minareti, e non quelli osceni nati sulle colline bolognesi e di altre città per sogni di gloria, infranti, o per investimenti clericali a lungo termine; e ci si impenna a dire che la famiglia è vera ed autentica se il comma di una legge la protegge o la isola da contagi d’amore, e non se nasce dalla libertà di una vita che fruga nei cuori o dall’audacia di diversità oppresse; e si promulga che i ‘diversi’ e i ‘barbari’ non hanno dignità di rappresentanza nel consorzio dei diritti umani, ma che invece la dignità di ogni persona soggiace ad un giudizio etico unilaterale ed esclusivo, perché il Dio di tutti è diventato un Dio ad personam, che distribuisce permessi di soggiorno ad orologeria, e rimpatria la sua umanità. Odora di muffa questo tempo, tempo di non sincerità e menzogna, di orgoglio e disperazione, di un troppo che ci rende immobili, eppure è tempo di Natale, seppure senza bambini, senza lavoro, senza giustizia e senza ‘il festeggiato’, forse per questo i grandi dolori sono muti e le grandi passioni attendono carezze. Ci siamo ricondotti a un Natale pagano, nemmeno laico, che coltiva l’indifferenza, come quello romano e imperiale di secoli e secoli fa, e siamo ridotti a un Natale depresso, ma tutt’altro che povero, che fa nascere un Bambino già stanco di vivere, e ne fa sparire, nella stessa notte, 17mila che abbracciano i sogni. E la Chiesa dimentica che per guarire la vita deve spogliarsi, e che né potere, né soldi, né verità dispotiche le faranno lacrimare gli occhi alla libertà della luce. Ma lei li conta, continua a contarli quei bambini, sembra capitalizzare la pietà, renderla un numero facile da sbandierare, ma i numeri dei metri quadrati dei suoi edifici, del valore delle sue terre blindate e delle comodità esentasse, quelli no, non li dimentica, e li erge come un muro: non bisogna vedere, non bisogna sapere, non bisogna godere, non bisogna sognare; forse perché, in fondo, la nostra Chiesa sa che uno straccio, o un crocefisso, anche se sporchi, possono fare da bandiera.

prete e religioso della congregazione dei Servi di Maria, Budrio (Bo)

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POVERA CHIESA, SIAMO ALLE SOLITE

Posted by ariccianontace su 1 dicembre 2009

ADISTA

VELLETRI: LA CURIA METTE SOTTO VIGILANZA UN PARROCO
PER “ECCESSO DI DIALOGO”

35324. VELLETRI-ADISTA. Una scelta che sembrerebbe rientrare in una semplice logica di razionalizzazione del territorio diocesano. “Un piccolo, timido primo passo verso l’unità pastorale”, lo ha definito il mensile diocesano Ecclesia in cammino (novembre 2009). Ma il decreto datato 15 ottobre 2009, con cui il vescovo di Velletri, mons. Vincenzo Apicella, ha tolto a don Gaetano Zaralli la responsabilità della parrocchia di S. Michele Arcangelo, ha creato un caso in diocesi. E messo in subbuglio l’intera comunità ecclesiale.

In pratica, S. Michele è stata accorpata, insieme alla vicina parrocchia di S. Lucia, alla parrocchia del Ss.mo Salvatore, il cui parroco, mons. Paolo Picca, diviene ora responsabile anche delle altre due parrocchie resesi vacanti. Niente di strano, a prima vista. Tanto più che don Zaralli ha da poco compiuto i 75 anni di età entro i quali il Diritto Canonico prescrive l’obbligo di rassegnare le dimissioni dal proprio incarico. Ma così non è. Anzitutto perché a don Gaetano, dopo l’iniziale annuncio di “pensionamento”, è stato chiesto di restare a S. Michele. Non più come parroco, ma in qualità di semplice collaboratore. Don Gaetano svolgerà le stesse funzioni di prima, ma con una sostanziale differenza: il suo operato sarà posto sotto la diretta responsabilità (e vigilanza) di mons. Picca. Una diminutio, quindi. Che il vescovo ha vanamente tentato di mascherare conferendo a Zaralli il titolo di “canonico effettivo” della cattedrale di S. Clemente. Tra l’altro, quello di don Gaetano è uno dei rarissimi casi capitati in diocesi in cui siano state rapidamente accettate le dimissioni di un parroco per raggiunti limiti di età. A Velletri infatti (come ormai in moltissime diocesi italiane) la carenza di preti è endemica, e la prassi è quella di mantenere i parroci al proprio posto ben oltre l’età canonica.

La vicenda di don Gaetano ha origini lontane. Parroco a S. Michele sin dal novembre del 1971 (la parrocchia contava circa 1.500 anime: pur essendo la più piccola della diocesi, da anni era tra le realtà ecclesiali più attive del territorio ed era frequentata da centinaia di persone), nel 2002 Zaralli era stato rimosso dal suo incarico con l’accusa di aver creato “grave turbamento” nella Chiesa. Il provvedimento di rimozione, firmato dall’allora vescovo di Velletri, mons. Andrea Maria Erba, era stato richiesto dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, al termine di un’indagine riguardante la pastorale e gli scritti di don Gaetano e avviata nel luglio del 2000. Un provvedimento clamorosamente revocato appena pochi mesi dopo, poiché l’ex parroco di S. Michele aveva facilmente dimostrato di non avere mai affermato nulla di contrario alle verità di fede. Zaralli, in parrocchia come sul sito internet curato da lui e dalla sua comunità (www.zetagamma.it), ha infatti “solo” discusso apertamente di temi di attualità politica, di morale, teologia, pastorale e senza timore ha spesso anche affrontato questioni che nella Chiesa suscitano acceso dibattito tra i fedeli. Così, sul sito si discute con franchezza di celibato ecclesiastico, di omosessualità, sacramenti, rapporti prematrimoniali, situazione dei divorziati risposati all’interno della Chiesa, metodi anticoncezionali, laicità dello Stato. Zaralli presenta puntualmente la posizione della Chiesa in merito agli argomenti trattati; altrettanto sinceramente esprime a volte perplessità su alcune delle posizioni espresse dal magistero o dai vescovi; in ogni caso, si mostra sempre aperto al confronto. “Non sono un eretico, ma neanche uno struzzo”, scrisse qualche tempo fa sul sito. Soprattutto, per don Gaetano la “convivialità delle differenze” nella Chiesa è una ricchezza, non un problema. Anche durante le catechesi, l’ex parroco ha sempre cercato di rifuggire i rischi di un indottrinamento unidirezionale attraverso incontri il cui percorso è costruito assieme alla comunità, nel dialogo e nella comprensione reciproca. Un principio valido per le giovani coppie che chiedono di sposarsi come per i bambini che frequentano il catechismo della prima comunione, al quale don Gaetano invita da anni anche i genitori, coinvolgendoli, interrogandoli e interrogandosi insieme a loro sulle “ragioni” della fede. Una scelta che ha portato moltissimi abitanti di Velletri a scegliere di frequentare le catechesi a S. Michele, ma che ha creato malumori in Curia e tra il clero diocesano.

Del resto, che dietro il provvedimento di mons. Apicella ci siano non questioni anagrafiche, ma dissensi sull’attività pastorale di don Gaetano lo mostra il decreto stesso con cui il vescovo di Velletri, nominandolo canonico della cattedrale di S. Clemente, chiede a Zaralli di restare a S. Michele a disposizione del nuovo parroco,  collaborando con mons. Picca “nella catechesi degli adulti e, in particolare, curando la loro eventuale preparazione al sacramento della cresima, accogliendo le sue indicazioni per quanto riguarda l’itinerario dell’Iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi e la preparazione al Matrimonio”. Libertà “condizionata” di fare catechesi, quindi, cui si aggiunge il fatto che don Gaetano, che pure mantiene anche l’incarico di Amministratore Parrocchiale per quanto riguarda la gestione economica, deve però “tenere costantemente informato mons. Picca, che dovrà controfirmare il bilancio annuale da presentare all’Amministrazione diocesana”. (valerio gigante)

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