Ariccia non tace!!!

IL DIALOGO E L’ACQUA SANTA

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LE LUSINGHE DEL POTERE BERLUSCONIANO

Posted by ariccianontace su 10 marzo 2011

ADISTA

36011. MODENA-ADISTA.  “Abbiamo bisogno di sentire l’eco delle parole di Gesù nelle parole dei Vescovi”: un gruppo di «cristiani della Chiesa di Modena» ha intitolato così la lettera indirizzata al vescovo della città, mons. Antonio Lanfranchi. La missiva, promossa all’inizio di febbraio dalla comunità cristiana di base del Villaggio Artigiano, nel giro di pochi giorni ha circolato moltissimo all’interno della diocesi, sostenuta e discussa da diversi gruppi ecclesiali, fuori e dentro le parrocchie.

«Ci rivolgiamo a lei – scrivono i credenti modenesi a mons. Lanfranchi – perché è il nostro pastore. Sappiamo che il suo ruolo e il suo ministero è proprio quello di ascoltare, confortare, tenere unito il gregge, cioè guidare il popolo cristiano e aiutarlo a vivere nella fede, nella speranza e nella carità. Vogliamo quindi esprimerle alcune nostre gravi preoccupazioni, con semplicità ma anche con tutta franchezza».

Segue un elenco che, quasi in un crescendo, manifesta tutto il disagio e lo sgomento che tante comunità cristiane vivono di fronte all’attuale scenario politico: «Siamo preoccupati perché vediamo il nostro Paese scivolare sempre più in una crisi generale, vissuta da molti con disperazione e senza vie d’uscita, crisi che rischia di compromettere l’unità stessa della Nazione, nei suoi aspetti istituzionali, politici e sociali. E la disperazione non è una virtù cristiana. Siamo sconvolti perché vediamo la classe politica che governa questo Paese sprofondare sempre più nel degrado morale, nell’arroganza dell’impunità, nella ricerca del tornaconto personale e dei propri amici, nel saccheggio della cosa pubblica e nella distruzione sistematica delle basi stesse del vivere civile e democratico. Siamo indignati perché questa stessa classe politica al governo ha ingannato e continua a ingannare i poveri con false promesse, con un uso spregiudicato e perverso dei mezzi di comunicazione, con l’esibizione ostentata di modelli di comportamento radicalmente contrari al comune sentimento morale della nostra gente».

Ma la preoccupazione maggiore, i cristiani modenesi la esprimono nei confronti della loro Chiesa: «Sappiamo – scrivono infatti – che i vertici della Cei e gli ambienti della Curia vaticana hanno deciso già da tempo di appoggiare la maggioranza di destra ancora oggi al governo. È opinione sempre più diffusa, anche tra i cattolici credenti e praticanti, che questa alleanza sia frutto di accordi di potere, volti a ottenere  privilegi per la Chiesa e legittimazione per il governo. Vale la pena di compromettere la credibilità dell’annuncio del Vangelo e l’immagine della Chiesa per un piatto di lenticchie?». Anche perché, proseguono i cristiani modenesi, in nome di questo accordo «si sono di fatto avallate politiche, alcune di stampo prettamente xenofobo,  del tutto contrarie non solo al Vangelo ma anche alla dottrina sociale della Chiesa». Le voci che nella Chiesa di base si sono sinora levate per denunciare questa pericolosa alleanza trono-altare vengono «sempre ignorate, censurate o minimizzate». Neppure adesso che «l’abisso morale e lo stile di vita inqualificabile dello stesso presidente del Consiglio sono sotto gli occhi di tutto il mondo», i vertici della Cei «trovano la forza e la dignità di pronunciare parole chiare, di uscire dalle deplorazioni generiche che riguardano tutti e quindi nessuno, di usare finalmente il linguaggio evangelico del sì  sì, no  no». Un atteggiamento che stride con il modo, assai diverso, con cui fu trattato il precedente governo Prodi, «che non solo non fu sostenuto, ma venne addirittura osteggiato, forse proprio perché più libero, sicuramente più laico e quindi meno disponibile ad accordi sotto banco».

«Occorre che ci si renda conto davvero che alla base della Chiesa sta aumentando il disagio, il dissenso, la sofferenza, il lento e silenzioso abbandono. L’amara sensazione di molti, giusta o sbagliata, è che i pastori abbiano tradito il loro gregge, abbiano preferito i morbidi palazzi di Erode alla grotta di Betlemme, abbiano colpevolmente rinunciato alla profezia. E questo non fidarsi di Dio, tecnicamente, è un comportamento ateo».

Di qui una proposta «che può sembrare provocatoria», ma che costituirebbe un segnale importante da parte delle gerarchie della Chiesa: «La Cei e il Vaticano dichiarino pubblicamente di rinunciare all’esenzione del pagamento dell’Ici sulle proprietà della Chiesa che siano fonti di reddito; che abbiano il coraggio di dire di no a questa proposta scellerata. Acquisterebbero un po’ di stima e credibilità, perché questo, fra i tanti, è uno scandalo che grida vendetta». (valerio gigante)

 

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A BAGNASCO, L’APPELLO DI PRETI E PARROCI DA TUTTA ITALIA

Posted by ariccianontace su 7 febbraio 2011

ADISTA

35978. ROMA-ADISTA. Il card. Angelo Bagnasco all’ultimo Consiglio Permanente della Cei non ha voluto che la sua prolusione – un discorso cauto sia nella scelta dei termini che nella attribuzione delle responsabilità dell’attuale crisi politica – potesse essere interpretata come il de profundis della gerarchia ecclesiastica all’attuale governo. Allo stesso modo, il segretario della Cei, mons. Mariano Crociata, pur parlando di “disastro antropologico” in atto nel Paese, ha però ricordato che “la questione morale riguarda tutti” e che la ricerca del bene comune non deve essere “piegata, strumentalizzata”, altrimenti “rimane tacciabile di essere una difesa di parte”. Serve invece “uno sforzo a superare il clima di rissa e faziosità per affrontare i problemi che riguardano tutti”.

Tutti colpevoli, insomma, e quindi tutti innocenti. Così, dai vertici della Chiesa la presa di distanza da Berlusconi (che peraltro non viene mai nemmeno nominato nei discorsi ufficiali) è talmente flebile da non aver ottenuto altro risultato che quello di suscitare reazioni sgomente ed indignate da parte di una base, quella cattolica, che ormai da tempo ha assunto nelle sue componenti maggioritarie un atteggiamento fortemente critico rispetto al sistema di potere berlusconiano, che però non trova voce e rappresentanza nelle istituzioni e nei media ufficiali della Chiesa, se non nella voce isolata di qualche vescovo o negli editoriali di Famiglia Cristiana. Ma che la misura sia ormai colma, lo dimostrano le dure dichiarazioni, del tutto dissonanti da quelle pronunciate con labbra imburrate dei vertici ecclesiastici, di associazioni, movimenti, gruppi del laicato cattolico, sia a livello diocesano che nazionale; le parole scandalizzate di intellettuali ed esponenti del mondo ecclesiale; gli editoriali della stampa diocesana (v. Adista n. 08/11); le lettere di protesta pubblicate da tante testate cattoliche. Anche alla redazione di Adista, dopo la nuova esplosione del “Ruby-gate”, sono arrivate molte lettere ed interventi di credenti, critici in particolare rispetto alla posizione “terzista” assunta dalla loro Chiesa nei confronti di fatti gravissimi. Tra le tante, vi proponiamo quelle inviate da parroci e preti da tutta Italia; tutte esprimono profonda preoccupazione e chiedono con urgenza alla Cei un deciso cambio di rotta.  (valerio gigante)

Don Ferdinando Sudati – vicario parrocchiale a Paullo (Mi):
«Le gerarchie ecclesiastiche (vaticane e italiane), di fronte a un presidente del Consiglio che va mandato a casa con ignominia, hanno preso posizione dandogli un buffetto accompagnato dalla raccomandazione: “Biricchino, non farlo più!”. I rappresentanti della Cei, per una tragica par condicio, hanno dato lo stesso buffetto anche alla magistratura. Che, date le circostanze, è risultato piuttosto uno scapaccione, con effetti disastrosi. Potevano tacere del tutto, se ritenevano di non dover entrare in politica, ma siccome non tacciono e in politica ci entrano abitualmente, tanto valeva che facessero sentire qualcosa che avesse minimamente il sapore evangelico della parresìa, della chiarezza e dell’integrità».

Don Romeo Vio – parroco a Titignano (Pi):
«La cosa che più mi è dispiaciuta in questi anni è stato l’atteggiamento di coloro che di Berlusconi sono stati i sostenitori. Ad esempio l’on. Casini, che ha consentito al presidente del Consiglio di arrivare al potere anche se poi per i suoi interessi l’ha mollato. Ma soprattutto è l’atteggiamento tenuto da gran parte della Chiesa “ufficiale” che mi ha messo in “crisi di amore” per la Chiesa. Se facciamo una analisi, sono state veramente poche le voci critiche: tolta la vostra e quella di Famiglia Cristiana e di qualche altra rivista della sinistra cattolica la maggioranza dei vescovi e della stampa cattolica o ha taciuto o addirittura ha in certo senso giustificato e coperto le malefatte del premier “contestualizzando” perfino le sue bestemmie. Ora che sta per affondare, speriamolo veramente, finalmente la Cei, dopo aver rischiato di perdere la sua credibilità, sembra uscire dal compromesso; ma viene da pensare che è tardiva la testimonianza di chi pugnala un politico ormai – speriamo – al tramonto».

Don Giorgio Rigoni – parroco a Patronà (Cz):
«Troppo facile oggi infierire su un uomo finito, un politico fallito che con tanta impudenza ma “intelligenza” ha trattato un popolo sovrano da servi cretini! Un uomo ormai solo, perché circondato da ruffiani che come cani si contendono l’osso, avrebbe avuto il diritto ad una voce diversa da quella dei suoi cortigiani, un pastore che lo ammonisse… come sarebbe dovuto avvenire, all’aeroporto di Ciampino, il 26 settembre 2009, quando il papa volle incontrare Berlusconi. E invece venne fuori un colloquio solo patetico!
La Chiesa “alta” anche in questo caso si è dimostrata piccina, calcolatrice e accattona, pronta a virare rotta ad ogni spirar di vento che le possa portare un pur minimo vantaggio (economico). “Vedete quanto è pericoloso tacere? Muore quell’empio e giustamente subisce la morte. Muore per la sua iniquità e per il suo peccato. È ucciso infatti dalla sua negligenza. Egli avrebbe potuto ben trovare il Pastore vivente che dice: ‘Io vivo, dice il Signore’. Ma non lo ha fatto, anche perché non ammonito da chi era stato costituito capo e sentinella proprio a questo fine. Perciò giustamente morirà, ma anche chi ha trascurato di ammonirlo sarà giustamente condannato”.
Dal Discorso sui pastori di sant’Agostino, vescovo (Disc. 46, 20-21; CCL 41, 564-548)»

Don Silvano Nistri – Sesto Fiorentino:
«È un momento di grande sofferenza per chi ama la Chiesa.
Io prego:
– perché i Vescovi abbandonino il sogno di una nuova cristianità. Il beato Ozanam, impegnato a liberare la Chiesa di Francia dalle nostalgie della restaurazione, diceva: «Si sogna un Costantino che tutto d’un colpo riconduca i popoli all’ovile. No, no… le conversioni non si fanno con le leggi, ma con le coscienze…»;
– perché sia ridotta al minimo la Roma curiale, oltretutto oggi di così scarso valore. Un Casaroli o un Cicognani non sarebbero andati a cena da Vespa, né ci sarebbe stato un Fisichella a discettare da leguleio di terza categoria sulla bestemmia o sulla comunione ai divorziati…
– perché i nostri vescovi, impegnati nella pastorale, in genere migliori di quelli che stanno a Roma, parlino alle riunioni della Cei e magari esigano, nel caso lo facessero, che le loro voci arrivino anche a noi… Ci farebbe piacere».

Don Mario Piantelli – parroco di San Michele Arcangelo e Castelnuovo, Crema:
«Mi associo volentieri alle richieste che da molte parti d’Italia (e non solo) vengono indirizzate ai vertici ecclesiastici di alzare forte la voce e di compiere azioni profetiche nei confronti dell’attuale governo Berlusconi. È necessario un supplemento di libertà evangelica per sganciarsi decisamente da un sistema di governo che, attraverso benefici e privilegi, sembra avvantaggiare il “mondo ecclesiastico”, in realtà aliena e impoverisce sia a livello culturale sia a livello socio-economico i credenti che ripongono fiducia non nell’amore al potere ma nel potere dell’amore».

Don Giovanni Barbareschi – Milano:
«Sono un sacerdote milanese di 89 anni, medaglia d’argento della Resistenza.
Ho partecipato alla redazione e diffusione del giornale clandestino Il Ribelle e per questo ho sofferto il carcere. Non è certo questa l’Italia che noi, “ribelli per amore”, sognavamo e per la quale abbiamo lottato.
In questi giorni ho aderito all’Associazione Libertà e Giustizia (uno dei promotori è l’amico Gustavo Zagrebelsky) firmando l’appello “per esigere le dimissioni e liberarci dal potere corrotto e corruttore di Silvio Berlusconi”».

Don Michele Ruggieri – parroco a Bucaletto (Pz):
«Siamo al colmo di ogni misura! Sono parroco in una realtà periferica di Potenza, dove non si riesce ad eliminare, ancora dopo 30 anni, una vera e propria ’baraccopoli’ fatta di prefabbricati leggeri insediati per dare alloggio provvisorio ai terremotati del 1980 e che avrebbero dovuto avere la durata di 10 anni, al massimo. Invece, pur essendo per buona parte fatiscenti, continuano ad essere alloggi provvisori per famiglie in difficoltà, per anziani soli, per immigrati, per persone con gravi disagi sociali e psicologi. Avere a che fare ogni giorno con problemi del genere ed assistere impotenti a questo scenario di uomini politici – che, con l’ostentazione del potere, della “iniqua ricchezza”, come la definisce il Vangelo, quotidianamente umiliano e schiaffeggiano la povertà, la debolezza, la fragilità sempre crescente di tanta gente che non ha il necessario per sopravvivere – non può che suscitare indignazione. Nessun motivo di opportunità politica potrebbe ancora giustificare il silenzio della Chiesa nelle sue diverse espressioni e nei suoi diversi livelli, e neanche l’atteggiamento diplomaticistico della gerarchia, formalmente equidistante, di fatto poco chiaro per i tanti cittadini non abituati al linguaggio specialistico della politica».

Don Luciano Locatelli, parroco di Stabello di Zogno (Bg):
«Non voglio dire: «Ma io ve l’avevo detto che tutto sarebbe andato a puttane!» (con tutto il mio rispetto per chi è costretto a fare questa attività), però questo è quello che succede quando anche noi, Chiesa  (tutti, dai “pezzi da novanta” ai piccoli parroci di montagna come me), ci mostriamo più preoccupati  per la salvezza dell’economia che per l’economia della salvezza.  Ricordo anche che a chi ha ricevuto tanto, sarà richiesto molto di più».

P. Candido Poli, missionario a a Piaui – Brasile:
Sono venuto nel Nord del Brasile nel 1952, prete da tre anni. In Italia ho fatto solo ferie, ogni tre, 4, 5 e anche 8 anni, ma da alcuni anni (ne ho 87!) mi tengo in contatto attraverso i siti internet dei giornali. L´Italia va male. Ma ci sono ancora tante famiglie sane. In politica troppi vogliono solo essere galli. La Chiesa per essere missionaria deve essere carismatica. Dove é il carisma della Chiesa oggi? Interviene per tutto e per niente, e all´ora necessaria si salva con frasi ambigue, allusive, che non incidono.

 

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Il disagio dei cattolici e la speranza del Vangelo

Posted by ariccianontace su 30 settembre 2010

Il disagio dei cattolici e la speranza del Vangelo, di Felice Scalia

pubblicata da Adista il giorno giovedì 30 settembre 2010 alle ore 9.50

Basta che qualcuno ti conosca come cattolico per sentire su di te diffidenti occhi scrutatori ed una sorta di compassione più o meno benevola. Un simile disagio non risparmia nessuno: da chi si sposa in chiesa, al prete che fa lezione di religione a scuola. Appartieni alla “Chiesa del no”, alla Chiesa che tace sulle derive xenofobe e razziste di governi e amministrazioni, che parla solo se è in pericolo l’8 per mille, che non ha misericordia… Preoccupato dell’uomo e della vita abietta che conduce la maggior parte dell’umanità, il cristiano è lacerato dal trovarsi in mano un Vangelo della vita, ma di appartenere ad una Chiesa che questo Vangelo – a giudizio di tanti – lo oscura, lo tradisce, lo strumentalizza. Questo è il vero “disagio” di tanti cattolici oggi, e per questo si sono riuniti a convegno a Napoli – gli scorsi 17-19 settembre – gruppi e persone che vogliono dire “basta” ad una situazione pastorale insostenibile, ma al di fuori di quella sottile forma di disperazione che è la nuda contestazione o il lamento. Si sono presentati come gli inguaribili sognatori dell’utopia del Regno.

L’iniziativa, si sa, parte da lontano, dai tempi in cui Giuseppe Alberigo, don Pino Ruggieri e un pugno di amici “perplessi”, tentavano di correre ai ripari per evitare la minaccia della scomunica a quanti avessero votato la proposta sui “Dico”. Ma il “caso” metteva in evidenza problemi ben più radicali: la fedeltà o meno al Vangelo, la prevalenza della legge sulla libertà del credente, il serpeggiare vittorioso di un’interpretazione riduttiva del Vaticano II, lo strapotere degli apparati istituzionali, la controtestimonianza dei cattolici rispetto a problemi mondiali che avrebbero richiesto molto più coraggio e libertà. Ne vennero fuori i convegni di Firenze 1 (2009) e Firenze 2 (2010) incentrati sul tema generale “Il Vangelo che abbiamo ricevuto”. Anche questo incontro di Napoli si innesta su quella pianta. “Pregare e fare ciò che è giusto” richiama esplicitamente la proposta di un grande testimone della fede (Dietrich Bonhoeffer) in momenti in cui una forma criminale di idolatria tentava di avere il silenzio connivente della stessa Chiesa.

Ci sembra di poter dire che la Chiesa è uscita sempre dalle crisi in modo autentico quando ha ricominciato a pensare, ad interrogare il suo Cristo, anche ascoltando profeti e testimoni che non hanno paura di proclamare e vivere la forza rivoluzionaria del Vangelo. Meglio: quando si è fatta illuminare e convertire da quel Vangelo che annunziava. Ha sprigionato così incredibili energie di speranza. Non serve a nulla lo scisma, ed i cristiani di Napoli lo sottolineano con chiarezza.

Napoli insegna che, se vogliamo che la fede e l’amore abbiano un futuro, lasciata da parte ogni voce rabbiosa, è fondamentale aprirci alla speranza. Una speranza fondata però, non velleitaria e passiva. Napoli è anche il segno che non si deve ricominciare da zero. La Chiesa che vuole vivere del primato del Vangelo, essere nel mondo ma non del mondo, che ripudia ogni libido dominandi, questa Chiesa fedele al “Cristo-povero” e al Concilio, esiste e si esprime in forme innumerevoli. Certo ha estremo bisogno di non essere demonizzata o “eretizzata”. Questa porzione di Chiesa si è autoconvocata a Napoli, legittimata dalla sua fede, dalla sua passione per il destino della Terra, dal suo amore per Dio ed il suo “Regno” di amore.

* Gesuita, teologo dell’Istituto Ignatianum di Messina

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DIO PADRE O “PADRINO”?

Posted by ariccianontace su 27 settembre 2010

FONTE ADISTA

35779. ROMA-ADISTA. “Come può la maggioranza dei mafiosi dirsi cattolica e frequentare le chiese? Qualcosa certamente non funziona: o nella loro testa o nella teologia cattolica o in tutte e due.” È l’interrogativo posto dal filosofo e teologo Augusto Cavadi – esperto dei rapporti fra Chiese e mafie e autore, fra l’altro, del Dio dei mafiosi (San Paolo, pp. 240, euro 18) – al convegno “Sotto due Cupole” (v. notizia precedente).”Non si tratta tanto di scomunicare i mafiosi, ovvero di cacciarli fuori dalla comunità ecclesiale, quanto di elaborare una teologia davvero evangelica a cui i mafiosi siano allergici e grazie alla quale si tengano a debita distanza dalla Chiesa”, ha detto Cavadi. “Da una Chiesa povera e fraterna, i mafiosi, che perseguono potere e denaro, si autoescluderebbero da soli e anzi la considererebbero loro nemica. Invece in questa nostra Chiesa potente, gerarchica, verticistica, omofoba e ritualistica i mafiosi si trovano bene, perché vi trovano molte analogie con i codici e mafiosi. Insomma, io credo che se la patologia è ricorrente, e del resto in altri contesti storico sociali con la Chiesa cattolica si sono trovati bene anche diversi regimi dittatoriali e militari, allora non è più patologia, bensì fisiologia. E questo significa che il problema non sono solo i singoli uomini di Chiesa compiacenti con i mafiosi, ma una teologia che non produce una visione del mondo incompatibile con la visione che del mondo ha la mafia”. 

Ma quali sono questi elementi della teologia cattolica ‘intonati’ alla visione mafiosa? Cavadi ne ha elencati alcuni: “Un ambiguo concetto di Dio, non sempre presentato come Dio Padre ma spesso come onnipotente, severo e implacabile, che dà e toglie la vita: quasi un ‘dio padrino’. Un’altrettanta ambigua immagine di Cristo, in molte occasione assai distante dal Gesù di Nazareth che annuncia il Regno di Dio per i poveri. E poi una Chiesa gerarchica, costruita più sul modello dell’Impero romano che sulla comunità democratica degli apostoli. Con questo non intendo sostenere che la teologia cattolica sia ‘mafiogena’, cioè produttrice di mafia, tuttavia è vero che contribuisce alla strutturazione del particolare contesto culturale nel quale la mafia si è costituita e dal quale mutua simboli, credenze e pratiche. E allora si tratta di rivisitare questa teologia per renderla incompatibile ai codici mafiosi e antipatica ai mafiosi stessi, a partire proprio dai quei tre elementi: un Dio senza antropomorfismi, un Cristo liberante e una Chiesa fraterna, povera e diaconale”. Se cambia questa teologia, ha aggiunto Cavadi, si potrà risolvere anche la questione di don Puglisi che il Vaticano non vuole dichiarare martire, come invece chiedono molte associazioni ecclesiali di base palermitane (v. Adista nn. 61 e 71/10), “perché sarà martire anche chi lotta per la giustizia, come appunto ha fatto don Puglisi”. “Il Vaticano – ha aggiunto Giovanni Avena, direttore editoriale di Adista, che ha moderato il convegno – rifiuta ancora il riconoscimento del martirio di don Puglisi con un’argomentazione speciosa: il titolo di ‘martire’ può essere tributato solo ai cristiani ammazzati ‘in odio alla fede’. E siccome non si considera la mafia né pagana né atea, perché anzi osserva le pratiche religiose, la teologica conseguenza è che i mafiosi di Brancaccio non potevano uccidere don Pino in odio alla loro stessa fede, ma solo perché a Brancaccio ostacolava le loro imprese. Insomma ‘se l’era andata a cercare’, come qualche giorno fa ha detto l’ex presidente del Consiglio Giulio Andreotti parlando di Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore del Banco Ambrosiano di Sindona ucciso nel 1979″. 

Dura l’autocritica di don Luigi Ciotti, presidente di Libera: “A fronte dell’impegno di pochi vescovi, diversi preti e gruppi cattolici di base, ci sono ancora troppe ambiguità e compiacenze da parte di molti uomini di Chiesa nei confronti della mafia. Per questo mi auguro che Benedetto XVI, che il 3 ottobre sarà a Palermo, dica parole forti e chiare sull’incompatibilità fra mafia e Vangelo. La Chiesa deve avere il coraggio della denuncia, deve sporcarsi le mani per la giustizia, come hanno fatto don Puglisi e don Peppe Diana. Ma io vedo ancora troppi silenzi e troppe ambiguità, e silenzi e ambiguità non hanno giustificazioni”. (l. k)

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Don Vitaliano Della Sala | Lettera aperta al cardinale Sepe

Posted by ariccianontace su 24 giugno 2010

Don Vitaliano Della Sala | Lettera aperta al cardinale Sepe

di don Vitaliano della Sala, da donvitaliano.it

Signor cardinale,

io non sono tra quelli che – come ha fatto il portavoce del Vaticano che ha parlato di una gestione attuale dei beni della Congregazione, di cui lei è stato Prefetto, “diversa dalla precedente” – scaricano su di lei ogni responsabilità delle scelte poco chiare che oggi emergono nelle varie inchieste della magistratura.

Lei oggi è alla ribalta della cronaca per una vicenda che non fa onore alla nostra Chiesa. Una vicenda sulla quale non spetta certamente a me – né a nessun altro che non sia la magistratura – emettere un verdetto anticipato, ma rispetto alla quale, però, mi sento nel pieno diritto di fare e suggerire alcune riflessioni.

Voglio partire – e fermarmi – dalla presunzione della sua innocenza.

In questo momento lei ha su di sé i riflettori accesi e l’attenzione di stampa e televisione. Da innocente, quale occasione migliore per rendere, di fronte ai molti milioni di persone che la ascoltano e la guardano, un’autentica testimonianza cristiana, un messaggio chiaramente diverso da quello che molti inquisiti potenti hanno mandato in questi anni. Lei è un cardinale, un “cardine” su cui poggia la Chiesa, uno dei prescelti a testimoniare fino all’estremo, fino al sangue, che il rosso porpora della sua veste le ricorda continuamente; è uno dei prìncipi della Chiesa e essere principe nella Chiesa è diverso da essere potenti nel mondo, è essere uno dei prìncipi di quel re, Gesù Cristo, che si è lasciato processare dagli uomini come l’ultimo dei delinquenti. Ma tutto questo non devo essere io a ricordarglielo.

Sono certo che lei non si difenderà “egoisticamente” gettando facile discredito su magistrati inquirenti e giornalisti, come solitamente fanno i potenti; e sono certo che lei non si difenderà abusando della sua posizione e del ruolo che ricopre.

Alcuni anni fa, quando lei era stato scelto da papa Giovanni Paolo II per preparare il Giubileo del 2000, e cominciavano ad essere evidenti le contraddizioni e gli sprechi che si stavano manifestando nella preparazione di quell’evento, le scrissi una lettera, ripresa da alcuni giornali, per ricordarle la condizione di precarietà di ogni povero. Con la mia Comunità parrocchiale stavo riflettendo in modo sofferto sulle contraddizioni del Giubileo, quando un vecchio, che leggeva da un quotidiano le notizie che si rincorrevano in quei giorni, sui finanziamenti sproporzionati per il Giubileo, sorridendo mi chiese cosa ne pensassi; di fronte ai miei imbarazzati giri di parole per dipingere luci ed ombre di un fenomeno che, da esclusivamente religioso quale dovrebbe essere, stava diventando troppo economico, mi ricordò un detto delle nostre zone che forse anche Lei conosce: “Scialate puttane che sta arrivando il Giubileo”. Il grande appuntamento del 2000 stava cominciando a prendere la mano degli organizzatori e, nello stesso tempo, a sfuggirvi di mano. Dietro l’imponente macchina messa in moto si intravedeva, purtroppo, la grande tentazione farisaica dell’esteriorità.

Il Grande Giubileo stava diventando un grande circo, sempre più simile alle olimpiadi o ai mondiali di calcio, ma di ben più grandi proporzioni. Era diventato un treno sul quale chiunque aveva la possibilità di gestire qualcosa stava cercando di salire, non importava se con urti e spintoni, non importava a cosa fossero davvero finalizzati i progetti e quale ne fosse l’utilità e la qualità.

Oggi i nodi vengono al pettine. Spero sinceramente che la sua posizione giudiziaria venga chiarita senza ulteriori conseguenze e che lei risulti estraneo alla corruzione e ad altri reati. Credo, comunque, che questa triste vicenda vada vista come provvidenziale e sia lo stimolo per lanciare nella Chiesa, semmai a partire da lei, una approfondita riflessione sul giusto rapporto che deve intercorrere tra i vertici della Chiesa e quelli civili, tra i vescovi e i potenti, tra il Vaticano e i potentati economici e finanziari, tra i beni terreni che la Chiesa gestisce e i poveri, soprattutto in un tempo di crisi economica globale che l’umanità sta subendo.

Approfittiamo per liberarci dalla frenesia delle cose inutili che ci fanno perdere di vista quelle davvero necessarie; approfittiamo per riconciliarci con la terra, che non deve più essere oggetto di sfruttamento, e con gli uomini e le donne che la abitano, che non devono essere più sfruttati. “Spalancate le porte a Cristo” è stato lo slogan dell’ultimo Giubileo: spalanchiamo le porte ai poveri cristi; spalanchiamo, ad esempio, le porte delle case di proprietà della Chiesa, e lasciamoci entrare i tanti, i troppi senzatetto.

Spalanchiamo le porte delle favelas e di tutte le periferie, delle case di cartone dei barboni, dei campi profughi, dei reparti d’ospedale dove chiudono i loro giorni i malati terminali, delle celle dei prigionieri politici, delle case dei disoccupati e degli sfruttati, di ogni luogo dove è vivo il dolore e troppo debole la speranza. Porte attraverso cui poter entrare, porte attraverso cui qualcuno, grazie anche a noi, potrà finalmente uscire.

Se, anziché queste porte, permetteremo ancora che si aprano le porte delle banche, degli uffici dei progettisti e delle mega imprese, dei burocrati, dei politicanti e degli affaristi, se lasceremo che si aprano ancora di più le porte dei ricchi, allora le porte di Dio resteranno davvero chiuse, soprattutto per noi!

Con cristiana franchezza
don Vitaliano Della Sala

(23 giugno 2010)

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I PERICOLI DEL FEDERALISMO LEGHISTA:intervista a don Walter Fiocchi

Posted by ariccianontace su 25 maggio 2010

 

da ADISTA Notizie N. 41

35595. ROMA-ADISTA. “Abbiamo a che fare con politiche di riforma caratterizzate da molti elementi d’incertezza, a metà strada tra un funzionale compromesso fra principi di uguale valore (autonomia fiscale e riduzione delle disuguaglianze tra i territori) e la produzione di decisioni-manifesto, spendibili sul piano del consenso ma fragili sul piano dell’architettura istituzionale e del tasso di reale innovazione”. Il giudizio è contenuto nel Documento preparatorio per la 46esima Settimana Sociale dei Cattolici Italiani presentato lo scorso 10 maggio a Roma. “È forse opportuno”, si legge ancora nel documento, firmato dal Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali, “intraprendere un percorso che consenta di meditare nuovamente sui dualismi e sulle differenze territoriali del Paese, ampliando la riflessione al federalismo inteso come decentramento funzionale e non solo territoriale, evitando gli effetti perversi di quello che viene etichettato come ‘federalismo per abbandono’ e analizzando le potenzialità di soluzioni istituzionali differenziate per le diverse realtà territoriali, secondo un’intuizione che, in fondo, apparteneva agli stessi costituenti”.
Questa presa di posizione dei vescovi italiani rappresenta una delle poche voci critiche che nel nostro Paese si sono levate sulla riforma federalista. Da una parte, infatti, la maggioranza di governo non sembra avere né la forza né l’intenzione per porre argini ai diktat leghisti (come chiesto più volte, e invano, dal presidente della Camera Gianfranco Fini). Dall’altra il centrosinistra appare più che altro timoroso di ingrandire il fossato che la separa da vastissimi settori dell’elettorato settentrionale; di qui le critiche assai blande al progetto anche da parte di quegli ambienti che hanno fatto dell’opposizione più intransigente la propria cifra identitaria. Eppure, proprio la crisi finanziaria che in queste settimane si è abbattuta sull’Europa – e che ha già lasciato sul terreno la prima vittima, la Grecia, costretta ad un piano ‘lacrime e sangue’ per accedere ai finanziamenti dell’Unione Europea, nell’impossibilità di piazzare i titoli del proprio debito pubblico sui mercati finanziari – dovrebbe contribuire a suggerire un po’ di prudenza sulla riforma federalista.

Su questo tema Adista ha voluto sentire il parere di un prete settentrionale, don Walter Fiocchi, attualmente parroco di San Giorgio in Castelceriolo, una frazione di Alessandria. (emilio carnevali)
Don Walter, il documento preparatorio per la 46esima Settimana Sociale mette in guardia rispetto ad alcuni esiti possibili della riforma federalista, primo fra tutti una crescita delle disuguaglianze territoriali accompagnata dalla riproduzione su scala locale delle stesse inefficienze burocratiche che caratterizzano il livello nazionale. Si sente di condividere questo tipo di “allarmi”?
Certamente sì! Anche perché il “federalismo” di cui si parla mi pare sia una sorta di “fantasma” dai contorni indistinti. Con molte incertezze di linguaggi e contenuti. Che cos’è in realtà il “federalismo fiscale”, che sembra ormai rappresentare il principale modo di declinazione della parola? Mi pare forte il rischio che il tentativo di valorizzare le risorse e le ricchezze locali si traduca in una esponenziale crescita delle disuguaglianze, che solo semplicisticamente possono essere attribuite all’apatia di certe regioni e di certe culture e ad un loro adagiarsi su un comodo assistenzialismo. La ricchezza di alcuni territori è cresciuta nei decenni passati anche grazie all’impoverimento di altri, per mancanza di una visione complessiva, per lo sfruttamento di persone e territori, per l’assenza di politiche di sviluppo globale del Paese, per la connivenza, ancora attuale, con alcuni mali endemici (come la criminalità organizzata di varia denominazione) soprattutto di alcune regioni del Sud: la sbandierata cattura di qualche personaggio a volte pittoresco e da soap opera televisiva non va comunque a toccare la struttura di potere economico-politica che ha i suoi gangli vitali non a Corleone o a Casal di Principe o in qualche sperduto paese della Sicilia, ma nei palazzi del potere reale. È come se dimenticassimo, guardando al mondo, che una causa determinante del sottosviluppo di molti è anche lo sfruttamento colonialista che ha significato per contro la ricchezza di altri.

Nel corso dell’ormai decennale dibattito sul federalismo si ha spesso l’impressione che non ci sia spazio al Nord per proposte politiche alternative ad un certo “sindacalismo del territorio”, declinato peraltro in forme oltremodo rabbiose – con venature di esplicita xenofobia – dalla Lega.
Io osservo con preoccupazione alcuni fatti. Primo: nella povertà di cultura degli esponenti leghisti “federalismo” è spesso sinonimo di “localismo”, quasi secondo il motto: “Piccolo è bello, piccolo è meglio”. Dimenticando che nel piccolo si è a volte costretti all’improvvisazione di competenze che mancano, ci si trova di fronte a carenza di specializzazioni, si ricorre ad una sorta di “fai da te”, si vedono gli altri come estranei o ospiti utili se provvedono al mio personale benessere, si fanno rinascere “nazionalismi” che abbiamo già sperimentato come catastrofici nella storia, si valorizzano individualismi ed egoismi che se producono un benessere immediato riveleranno presto – la crisi finanziaria attuale è già una rivelazione – i loro piedi di argilla, perché viviamo in un tempo e in un mondo interdipendente, dove un lieve raffreddore alla Borsa di New York può provocare una polmonite in Brianza.
Secondo: la xenofobia leghista in realtà racchiude in sé una sorta di deriva “schiavista”: “Tu vieni e stai finchè mi servi, finché contribuisci alla mia ricchezza”; inoltre “fuori dal lavoro sparisci, non devi essere riconoscibile nella tua diversità, perché ‘a casa nostra padroni siamo noi!’”.
Terzo: la povertà di cultura (basta sentire le dichiarazioni di esponenti di primo piano della Lega) diventa un “ragionar per slogan”. Molti regimi del passato hanno conquistato potere e popolarità sulla base di slogan che facevano appello alla “pancia” della gente e portando alla luce i loro sentimenti deteriori…
 
Dopo le recenti elezioni regionali c’è stata una specie di gara fra alcuni esponenti delle gerarchie ecclesiastiche nello “sdoganamento” della Lega. Mons. Fisichella ha detto addirittura che il partito di Bossi manifesta una “piena condivisione” del pensiero della Chiesa sui problemi etici. Ma non sono “problemi etici” anche quelli dell’immigrazione, della guerra, dell’ambiente, ecc.?
Io ho visto una “piena condivisione” solo sul tema della Ru486, su qualche atteggiamento “omofobo” presente anche nella Chiesa e sulla “difesa identitaria” del crocifisso. O forse piuttosto è qualche “uomo di Chiesa” che condivide la posizione “etica” della Lega sui temi elencati: guerra, ambiente, immigrazione! Non da oggi io ritengo piuttosto che il successo della Lega dovrebbe essere visto dalla Chiesa come un serio, grave, “problema pastorale”. Che ne è del “pensiero sociale cristiano”? La posizione leghista ne rappresenta una nuova pagina o una riscrittura? La sussidiarietà è uguale al “localismo” leghista? Il concetto di “bene comune” delle ultime encicliche sociali ha qualche parentela con quello leghista? Credo che “bene comune” sia un concetto che va declinato “al futuro” non nell’immediato del piccolo interesse personale qui e ora. Mi pare che la Lega sia piuttosto passata da una ricerca identitaria di una presunta “cultura celtica” un po’ fumettistica ad una fondazione identitaria radicata in un cristianesimo molto eurocentrico ma affatto evangelico. Ma la Chiesa è più preoccupata dell’identità europea o di un annuncio missionario del Vangelo? È più importante portare la gente sulla “soglia di Dio” perché possa aver fede – cioè “una felice relazione con lui” – o imporre, magari con l’aiuto della legge, i “valori etici cristiani”, del resto sempre suscettibili di approfondimento e di nuova comprensione se diamo spazio allo Spirito?
Anche le celebrazioni per il 150.esimo anniversario dell’Unità d’Italia sono state occasione di polemiche e divisioni nel nostro Paese. Cosa rappresenta per lei questa data e come giudica la posizione di coloro che – per riprendere un’espressione usata dal Presidente della Repubblica Napolitano – “balbettano giudizi liquidatori sul conseguimento dell’unità, negando il salto di qualità che l’Italia tutta, unendosi, fece verso l’ingresso a vele spiegate nell’Europa moderna”?
Non sono mai stato, né sono diventato ora, un mitizzatore del Risorgimento. Ma altro è la retorica risorgimentale altro il riconoscimento di una unità di popolo che già era patrimonio del Medioevo, radicata proprio negli autentici “valori cristiani”, al di là delle divisioni politiche, cui peraltro contribuiva il potere ecclesiastico. È difficile anche in campo ecclesiale trovare l’equilibrio tra “unità” e “uniformità”. A me piace guardare alle differenze tra cristiani (differenze di teologia, di tradizioni, di musica, di riti) come ad una ricchezza dell’unica Chiesa di Cristo che è appunto “cattolica”, non europea o romana nel senso localistico del termine. Così per l’Italia. Un’Italia che trova la sua ragione di unità in quel patrimonio comune che è la Costituzione, per la quale l’unità del Paese è indiscutibile. Se qualcuno ritiene di contestare questa unità lo può fare, ma se ha prestato giuramento su questa Carta e non si riconosce più in questo principio fondamentale lo può fare in un solo modo: dimettendosi! (e. c.)

 

 

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UN VESCOVO ILLUMINATO

Posted by ariccianontace su 8 aprile 2010

FONTE:  gruppogalilei.wordpress.com

Riportiamo di seguito l’intervista che Mons. Albert Rouet, uno dei vescovi francesi più aperti, ha rilasciato a Le Monde il 4 aprile.

Arcivescovo di Poitiers, Mons. Albert Rouet è una delle figure più libere dell’episcopato francese. La sua opera J’aimerais vous dire(Bayard, 2009) è un best-seller nella sua categoria. Più di trentamila copie vendute e vincitore del premio 2010 dei lettori di La Procure, questo librointervista getta uno sguardo molto critico sulla Chiesa cattolica. In occasione della Pasqua, Mons. Rouet offre le proprie riflessioni sull’attualità e la sua diagnosi sulla Chiesa.
La chiesa cattolica è scossa da molti mesi per la rivelazione di scandali di pedofilia in parecchi paesi europei. Tutto questo l’ha sorpresa?

Vorrei anzitutto precisare una cosa: perché ci sia pedofilia sono necessarie due condizioni, una profonda perversione e un potere. Questo vuol dire che ogni sistema chiuso, idealizzato, sacralizzato è un pericolo. Quando una istituzione, compresa la Chiesa, si erge in posizione di diritto privato, si ritiene in posizione di forza, le derive finanziarie e sessuali diventano possibili. E’ quanto rivela l’attuale crisi e tutto questo ci obbliga a tornare all’Evangelo; la debolezza del Cristo è costitutiva del modo di essere Chiesa. In Francia, la Chiesa non ha più questo tipo di potere; questo spiega perché si sia di fronte a devianze individuali, gravi e detestabili, ma non si riscontra una sistematizzazione di questi casi.

– Queste rivelazioni sopraggiungono dopo parecchie crisi, che hanno segnato il pontificato di Benedetto XVI. Chi maltratta la Chiesa?

Da qualche tempo, la Chiesa è flagellata da tempeste, esterne ed interne. C’è un papa che è più un teorico che uno storico. E’ rimasto il professore che pensa che un problema, una volta impostato bene, è per metà risolto. Ma nella vita non succede così. Ci si imbatte nella complessità, nella resistenza della realtà. Lo si vede bene nelle nostre diocesi, si fa quello che si può! La Chiesa fa fatica a situarsi nel mondo tumultuoso nel quale si trova oggi. E’ il cuore del problema.
Oltre a questo, due cose mi colpiscono nella situazione attuale della Chiesa. Oggi, si constata un certo gelo della parola. Oramai, il minimo interrogativo sull’esegesi o sulla morale viene giudicato blasfemo. Interrogarsi non è più ritenuto una cosa ovvia, ed è un peccato. Parallelamente regna nella Chiesa un clima di sospetto malsano. L’istituzione si trova ad affrontare un centralismo romano, che si basa su di una rete di denunce. Certi gruppi passano il loro tempo a denunciare le posizioni di questo o quel vescovo, a fare dei dossier contro qualcuno, a tenere delle informazioni contro qualcun altro. E questi comportamenti si sono intensificati con internet.
Inoltre, noto una evoluzione della Chiesa parallela a quella della società. Questa vuole più sicurezza, più leggi, quella più identità, più decreti, più regolamenti. Ci si protegge, ci si rinchiude, è proprio il segno di un mondo chiuso, è catastrofico!

In generale, la Chiesa è uno specchio fedele della società. Ma, oggi, nella Chiesa, le pressioni identitarie sono particolarmente forti. C’è tutta una corrente, che riflette poco, che ha sposato un’identità rivendicativa. Dopo la pubblicazione di alcune caricature sulla stampa riguardanti la pedofilia nella Chiesa, ci sono state delle reazioni degne degli integralisti islamici sulle caricature di Maometto! A voler apparire offensivi, ci si squalifica.

– Il presidente della Conferenza episcopale (francese), Mons. André Vingt-Trois lo ha ripetuto a Lourdes il 26 marzo: la Chiesa francese è colpita dalla crisi delle vocazioni, dalla difficoltà della trasmissione della fede, dalla diluizione della presenza cristiana nella società. Come vive questa situazione?

Cerco di prendere atto che ci troviamo alla fine di un’epoca. Si è passati da un cristianesimo di abitudine, ad un cristianesimo di convinzione. Il cristianesimo è perdurato grazie al fatto di essersi riservato il monopolio della gestione del sacro e delle celebrazioni. Di fronte alle nuove religioni, alla secolarizzazione, le persone non fanno più riferimento a questo sacro. Pur tuttavia, possiamo dire che la farfalla è “più” o “meno” della crisalide? E’ un’altra cosa. Allora, non ragiono in termini di degenerazione o di abbandono: stiamo mutando. Bisogna misurare l’ampiezza di questa mutazione. Si prenda la mia diocesi: Settantanni fa contava ottocento preti. Oggi ne ha duecento, ma conta anche 45 diaconi e 10mila persone impegnate nelle 320 comunità locali che abbiamo creato quindici anni fa. E’ meglio. Bisogna arrestare la pastorale della SNCF (ndr.: ferrovie dello stato francesi). Bisogna chiudere delle linee e aprirne delle altre. Quando ci si adatta alle persone, al loro modo di vivere, ai loro orari, la frequenza aumenta, anche al catechismo! La Chiesa ha questa capacità di adattamento.

– In quale modo?

Non abbiamo più un personale per mantenere una suddivisione di 36000 parrocchie. O si considera che si tratta di una miseria da cui bisogna uscire ad ogni costo e allora si torna a sacralizzare il prete; oppure si inventa qualcosa d’altro. La povertà della Chiesa costituisce una provocazione per aprire nuove porte. La Chiesa deve appoggiarsi sul clero o sui battezzati? Per mio conto, penso che occorra dare fiducia ai laici e smetterla di funzionare sulla base di una organizzazione medievale. E’ un cambiamento fondamentale. E’ una sfida.

– La sfida presuppone l’apertura del sacerdozio agli uomini sposati?

Sì e no! No, perché immaginate che domani io possa ordinare dieci uomini sposati, ne conosco, non è quello che manca. Ma non potrei pagarli. Quindi dovrebbero svolgere un altro lavoro e sarebbero disponibili solo nei fine settimana per i sacramenti. Allora si tornerebbe ad un’immagine cultuale del prete. Sarebbe una falsa modernità.
Invece, se si cambia il modo di esercitare il ministero, se la sua posizione nella comunità è diversa, allora sì che si può immaginare l’ordinazione di uomini sposati. Il prete non deve più essere il capo della sua parrocchia; deve sostenere i battezzati perché diventino degli adulti nella fede, formarli, impedire loro di ripiegarsi su se stessi.
Tocca a lui ricordare che si è cristiani per gli altri, non per sé; allora presiederà l’eucarestia come un gesto di fraternità. Se i laici resteranno dei minorenni, la Chiesa non sarà credibile. Deve parlare da adulto ad adulto.

– Lei ritiene che la parola della Chiesa non sia più adatta al mondo. Perché?

Con la secolarizzazione, si sviluppa una “bolla spirituale” nella quale le parole fluttuano; a cominciare dalla parola “spirituale” che si può riferire più o meno a qualsiasi merce. Quindi è importante dare ai cristiani i mezzi per identificare e per esprimere gli elementi della loro fede. Non si tratta di ripetere una dottrina ufficiale ma di permettere loro di esprimere liberamente la propria adesione. È spesso il nostro modo di parlare che non funziona. Bisogna scendere dalla montagna, scendere in pianura, umilmente. Per far questo occorre un enorme lavoro di formazione. Perché la fede era diventata un qualcosa di cui non si parlava tra cristiani.

– Qual è la sua maggiore preoccupazione per la Chiesa?

Il pericolo è reale. La minaccia per la Chiesa è di diventare una sottocultura. La mia generazione teneva particolarmente all’inculturazione, all’immersione nella società. Oggi, il rischio è che i cristiani si rinchiudano tra di loro, semplicemente perché hanno l’impressione di essere di fronte a un mondo di incomprensione. Ma non è accusando la società di tutti i mali che si diventa luce per l’umanità. Al contrario, occorre un’immensa misericordia per questo mondo in cui milioni di persone muoiono di fame. Tocca a noi aprirci al mondo e tocca a noi renderci amabili.

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OSCAR ROMERO:NON SANTO SUBITO!!!

Posted by ariccianontace su 8 aprile 2010

 

 

Da NIGRIZIA

Elio Boscaini
A 30 anni dalla sua morte, anche Nigrizia, come tanti suoi amici, vuole ricordare Oscar Romero, arcivescovo di San Salvador, ucciso dagli squadroni della morte durante la celebrazione della messa.

Era il 24 marzo del 1980 e monsignore stava celebrando la messa nella cappella dell’hospitalito, l’ospedale delle Suore della Divina Provvidenza, a San Salvador, dove viveva. Celebrava l’eucaristia delle sei del pomeriggio. Mentre iniziava l’offertorio, una pallottola lo colpì al cuore. Istintivamente si aggrappò all’altare, rovesciandosi addosso tutte le ostie da consacrare. Cadde ai piedi del crocifisso in una pozza di sangue, quasi gli dicesse: Oscar, ora la vittima sei tu. “Sentire con la chiesa” era il suo motto di vescovo. Chiesa, il suo popolo, che ama e vuol servire. Innamorato di Cristo e dei suoi fino allo spargimento del sangue.

La sua gente da subito ne ha fatto l’icona del pastore che spende la propria vita in difesa dei più deboli e dei poveri. E lo ha proclamato santo.

Dal 1996 è approdato a Roma il suo processo di canonizzazione, dopo la chiusura della fase diocesana. Postulatore della causa è mons. Vincenzo Paglia, vescovo di Terni ed espressione della Comunità di sant’Egidio. Indossa la croce che Romero portava al momento della morte. In passato aveva lasciato intendere che le pratiche procedevano spedite. Ed invece i tempi del “processo” sembrano dilatarsi all’infinito. È lecito chiedersi perché. Possibili speculazioni e strumentalizzazioni politiche? Resistenze da parte dei settori tradizionalisti che ritengono Romero rivoluzionario ed estremista, figura controversa e conflittiva, dimentico della diplomazia, vescovo di frontiera e di lotta, politico, insomma? Ma lui chiedeva semplicemente di applicare la dottrina sociale della chiesa, ritenuta dal potere troppo aperta e quindi tacciato di comunista. Doveroso ricordare che non sapeva granché di politica; e di marxismo quasi nulla.

A lui interessava solo la gente del Salvador per la quale altro non pretendeva che giustizia e pace. Il legame tra le due, Romero lo sottolineava fondato sul Concilio e il magistero. Aveva capito che la chiesa, ovunque, non solo in America Latina o in Salvador, doveva annunciare il vangelo (si definiva il “catechista” del suo popolo) sulla via della giustizia e della pace, due termini che si legano se si parte dall’attenzione ai più poveri e ai più deboli, come appare in tutte le pagine della Scrittura. La persona dei poveri e degli oppressi che per lui oltre che esseri umani erano “divini, in quanto Gesù disse di loro che tutto ciò che si fa ad essi egli lo considera fatto a sé”. Insomma, una passione senza confini per la sorte dei poveri che è elemento ineliminabile della Tradizione della chiesa che da sempre riconosce la predilezione del povero come scelta stessa di Dio. Ricorreva a sant’Agostino e Tommaso d’Aquino per giustificare chi si sollevava contro la tirannia sanguinaria. Citava la Populorum progressio. E per dire che “il vero peccato è l’ingiustizia sociale” non riprendeva forse gli scritti di Ambrogio contro l’oppressione dei poveri e quelli del profeta Neemia sull’usura e lo sfruttamento? Ma sembra non bastare.

Le sue omelie raccontavano i tragici fatti della settimana, le sofferenze che il popolo, i contadini, i catechisti, i sacerdoti subivano. Elencava gli abusi spaventosi che il popolo subiva; uccisioni, rapimenti, torture, sparizioni, distruzione di case e campi…tutte cose che spezzavano davvero il suo cuore di uomo e di pastore.

Sembrano pesare su di lui ancora le sue ultime visite romane piene di incomprensioni. Non basta che si ispirasse al suo amico e consolatore, il vescovo argentino Eduardo Francisco Pironio che Paolo VI farà cardinale nel ’76, nel cui pensiero incontrava una formulazione della teologia della liberazione molto aderente al vangelo e alla dottrina sociale della chiesa. Ma pur sempre di teologia della liberazione si tratta e…non va bene. Bisogna a tutti i costi “spiritualizzare” la sua figura. Puntando i riflettori in maniera esclusiva sui suoi interessi spirituali e la sua vita interiore, fatta di rosari, devozione al Sacro Cuore e alla Madonna, preghiera, sacramenti, meditazione…il primo Romero, insomma, quello “conservatore”, che piaceva al potere, e farne sparire il secondo, quello che per soli tre anni è stato arcivescovo di San Salvador, “convertendosi” a Cristo, certo, ma anche al suo popolo che l’assassinio dell’amico e prete gesuita Rutilio Grande gli aveva fatto riscoprire. Davanti al cadavere dell’amico si disse che doveva seguirne i passi.

Spiritualità certo, ma quella di Romero è stata particolarmente calata nella realtà. Una fede vissuta come impegno a costruire la pace, fondata sulla solidarietà e la giustizia. Mai si è rifugiato in un mondo irreale, pericolo frequente nella storia della chiesa e tipico delle persone spirituali, quelle che come diceva Péguy “siccome non sono della terra, credono di essere del cielo; poiché non amano gli uomini, credono di amare Dio”. Come tanti altri sacerdoti dell’America Latina Romero fu ucciso da persone che si dicevano cristiane e che vedevano in lui un nemico dell’ordine sociale occidentale. Bisogna riconoscere e concludere: Romero martire della società occidentale cristiana. E qui, il discorso sulle radici cristiane dell’Occidente ci porterebbe lontano…

Naturalmente lui, monseñor, dal cielo dove si trova avrà certo la pazienza di sorridere e di aspettare che noi, suoi sostenitori così diversi, ci mettiamo d’accordo. Lui ha sempre creduto in Dio, la cui gloria è la vita e la liberazione degli oppressi. E non dimentica di aver detto: “Se mi uccidono risorgerò nel popolo salvadoregno. Un vescovo morirà, ma la chiesa di Dio, che è il popolo, non morirà mai”.

In Africa Romero ha avuto i suoi emuli: Christophe Munzihirwa, l’arcivescovo gesuita di Bukavu e dal giorno della sua morte noto come “il Romero d’Africa”; il domenicano Pierre Claverie, francese d’Algeria, vescovo di Orano; l’arcivescovo di Gitega (Burundi) Joachim Ruhuna. Tutti uccisi nel 1996, perché schierati dalla parte della giustizia e per la vita. Qualcuno aveva suggerito che per acclamazione il Sinodo africano celebratosi a Roma nell’ottobre scorso li proclamasse “beati”. Non se n’è fatto nulla. Ma i vescovi d’Africa non mancano certo di esempi di loro fratelli fedeli al popolo di Dio fino alla morte. E la gente non ha bisogno di Roma per considerarli santi.

Nigrizia – 24/03/2010

 

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LA LEGA MANIFESTA UNA PIENA CONDIVISIONE CON IL PENSIERO DELLA CHIESA

Posted by ariccianontace su 1 aprile 2010

SENZA PAROLE!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

(ASCA) – Roma, 30 mar – ”Nel periodo elettorale c’e’ stata grande confusione, sia per motivi tecnico-amministrativi, sia per ragioni valoriali. Per questo era ancor piu’ necessario che i vescovi intervenissero. E quando sono in gioco valori fondamentali, non solo per i cattolici, e’ inevitabile che la voce dei vescovi si faccia sentire, come sempre chiara e convincente”. Ad affermarlo, in un’intervista al Corriere della Sera, e’ mons. Rino Fisichella, Presidente della pontificia Accademia per la vita, commentando i risultati delle elezioni regionali. ”I cattolici, in queste elezioni, hanno una presenza determinante, come nel caso di Formigoni o Cota”, afferma l’arcivescovo. Quanto alla Lega, anche sui problemi etici, per mons. Fisichella, ”manifesta una piena condivisione con il pensiero della Chiesa”.

http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=QRH03

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Il cardinale Martini: «Ripensare a celibato»

Posted by ariccianontace su 29 marzo 2010

 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Ripensare il celibato nella Chiesa per prevenire nuovi casi di violenza e abusi sessuali. Il cardinale Carlo Maria Martini, in un’intervista al tedesco “Presse am Sonntag”, risponde così alla sfida lanciata dallo scandalo pedofilia. «Oggi, nel momento in cui il nostro compito nei confronti dei giovani e gli abusi contro di loro così scandalosamente si contraddicono, non possiamo tirarci indietro ma dobbiamo cercare nuove strade». Secondo Martini, «devono essere poste delle questioni fondamentali» e tra queste «deve essere sottoposto a ripensamento l’obbligo di celibato dei sacerdoti come forma di vita». Vanno inoltre riproposte le «questioni centrali della sessualità con la generazione odierna, con le scienze umane e con gli insegnamenti della Bibbia» perché soltanto «un’aperta discussione può ridare autorevolezza alla Chiesa, portare alla correzione dei fallimenti e rafforzare il servizio della Chiesa nei confronti degli uomini».

FONTE  IlSole24ORE.com

Visti gli sviluppi della vicenda,  pubblichiamo la smentita da parte del cardinale Martini ( fonte: www.tgcom.mediaset.it)

“Mai detto ripensare il celibato”

Card. Martini smentisce stampa estera

“Non ho mai detto che l’obbligo del celibato dei preti deve essere ripensato”. Così l’ex arcivescovo di Milano, cardinale Carlo Maria Martini, smentisce le frasi attribuitegli dalla stampa austriaca e tedesca. Il porporato ha spiegato di non aver mai parlato con l’edizione domenicale del quotidiano Die Presse e ha detto di essere rimasto “molto sorpreso” nel vedere ripresa anche sui media italiani “un’espressione che non corrisponde al mio pensiero”.

“Il settimanale non ha interloquito con me direttamente – ha spiegato Martini -. Ha piuttosto ripreso una mia lettera ai giovani austriaci.Ma il testo di tale lettera da me approvato diceva: ‘Occorrerebbe ripensare alla forma di vita del prete’ intendendo così sottolineare l’importanza di promuovere forme di maggiore comunione di vita e di fraternità tra i preti affinché siano evitate il più possibile situazioni di solitudine anche interiore”.

“Sono pertanto rimasto molto sorpreso – ha proseguito l’ex arcivescovo di Milano – nel vedermi attribuita una espressione che non corrisponde al mio pensiero. Anzi, ritengo sia una forzatura coniugare l’obbligo del celibato per i preti con gli scandali di violenza e abusi a sfondo sessuale”.

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