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IL DIALOGO E L’ACQUA SANTA

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Il Vangelo di domenica 5 settembre 2010

Posted by ariccianontace su 3 settembre 2010

Lc 14, 25-33

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.
Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

Tanta folla dietro a Gesù.

In cerca di cosa? Umanità confusa e sbandata alla ricerca di un senso, di un perché, di un indirizzo …

Folla che avanza, sospingendosi reciprocamente, sull’onda di un’emozione collettiva che si alimenta con l’emozione dell’altro, un fremito che passa da pelle a pelle … Un brivido, una sensazione, qualcosa che vibra nel cuore … forse è questa la verità, la risposta?

Quante folle emotive e suggestionate seguono presunti leader o capi carismatici o semplicemente il mito del “volemose bene”, del “ma come stiamo bene insieme” …? Cosa c’è di più facile che innamorarsi di un’emozione, sull’onda della quale lanciare proclami di vita, annunciare scelte decisive e drastiche, giurare impegno e perseveranza per un ideale, un progetto, una comunità, un gruppo, degli amici … ?

Ma ecco che Gesù, a questa folla, dice parole nuove ed impreviste, aspre, ruvide, sgradevoli, parole pesanti come pietre, taglienti come spade, parole sconcertanti … che, però, se ascoltate con attenzione, si rivelano limpide e brillanti.

Innanzitutto Gesù, nel rivolgersi alla folla, ne opera la trasformazione in un insieme di individui singoli e singolari. Egli non parla alla moltitudine indistinta, ma a ciascuno nella sua soggettività: “se uno” … “colui che” … “chi” … “costui” … “chiunque” …

Dunque la prima operazione è proprio quella di far riscoprire ad ognuno la propria individualità e la conseguente responsabilità nelle scelte. Anche in mezzo alla folla più grande, tu sei sempre “uno”.

A questo individuo – uomo, Gesù dà le sue “ricette” di vita.

Libertà.

Nessun legame umano deve renderci schiavi, al punto da condizionare l’orientamento e la piena realizzazione della nostra vita, da influenzare le scelte di fondo, da frenare la tensione appassionata verso i nostri ideali. Nessun legame, compreso quello originato da noi stessi, dalle nostre convinzioni, dai nostri schemi mentali, dalle sovrastrutture del gruppo sociale a cui vogliamo appartenere.

Concretezza.

Non basta un’adesione intellettuale o spirituale, occorre agire concretamente e pubblicamente, sollevando e tenendo bene in vista la croce, il proprio impegno d’amore, lavorare per il regno nella quotidianità in tutti i contesti in cui la vita ci conduca.

Ragione.

Qui Gesù stupisce davvero, soprattutto chi è convinto che la fede e la scelta della sequela appartengano alla sfera dell’istinto e dell’irrazionalità. L’invito a considerare l’aspetto progettuale nella propria vita è inequivocabile. E’ saggio, dunque, prima di lanciarsi in un’impresa, calcolare i mezzi necessari e valutare le proprie forze, per evitare fallimenti inevitabili.

Ma … ecco la contraddizione: “Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”.

Assurdo, a prima vista.

Quindi, per chi volesse seriamente e “con successo” diventare discepolo di Gesù, la conseguenza “ragionata” dopo un’attenta valutazione delle proprie risorse personali,sarebbe quella di rinunciare a tutto?

Eppure, a ben guardare, il senso c’è.

E’ chiaro che rispetto alla realizzazione del Regno di Dio, come espresso ad esempio nelle Beatitudini, qualsiasi progetto basato solo su risorse umane sia destinato a fallire miseramente. Qualsiasi costruzione di comunità, progetto di volontariato, tentativo di condivisione, pur se animato dalle migliori intenzioni, prima o poi si infrangerà contro i limiti della natura umana.

Allora il punto è proprio acquisire la consapevolezza di questa inadeguatezza intrinseca e, per così dire, fisiologica delle proprie risorse, comprendendo che da soli non ce la possiamo proprio fare.

Abbiamo bisogno di Qualcuno. Qualcuno che possieda risorse infinite ed inesauribili e le metta a nostra disposizione senza limiti … Che colmi d’amore straripante ogni nostra lacuna, ogni errore, ogni colpo mancato, ogni frustrazione, ogni sconfitta (“… chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete fare nulla” – Gv 15,5).

Abbiamo bisogno di percorrere nuove strade, uscire dagli schemi consueti, sterili e asfittici, aprirci a più ampi orizzonti e arricchire la nostra vita di nuove dimensioni. Ma per fare questo occorre viaggiare leggeri, senza bagaglio, senza impedimenti.

Rinunciare ai propri “averi”, avendone compresa l’inadeguatezza.

Non è poi così illogico.

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